'Forbes': Red Devils valgono 1 miliardo Il Manchester Utd continua ad essere largamente il club più ricco del Pianeta, come confermato dalla consueta classifica stilata da 'Forbes'. I Red Devils sono l'unica società a sfondare il tetto del miliardo di euro, seguiti a distanza dal Real Madrid (778 milioni) e dall'Arsenal (687). Il Milan, con i suoi 618,6 milioni, perde il podio, ma si conferma leader in Italia. Tra i giocatori, Ronaldinho supera Beckham. Tempo di bilanci, in tutti i sensi. E come al solito, a fare i conti in tasca al calcio mondiale ci pensa il magazine 'Forbes'. Il tradizionale resoconto economico dei vari club del pallone, con tanto di classifica di merito, non ha riservato grandi sorprese, almeno non lassù sull'Olimpo dei paperoni pallonari. Il Manchester è sempre leader, incontrastato, del panorama mondiale, con il suo miliardo e novanta milioni di valore certificato. Un abisso divide i Red Devils dal resto della compagnia, con il 'solito' Real Madrid a inseguire, forte di 778 milioni. Sul terzo gradino del podio sale l'Arsenal di Wenger (687), che soppianta il Milan, scivolato al quinto posto, con 618,6 milioni di euro. I rossoneri restano comunque il club più ricco del nostro calcio, con la Juve (443) subito dietro e l'Inter (434) a inseguire. Davanti alla società di via Turati, il Bayern Monaco, pèrossimo avversario in Champions. L'unica sorpresa è il 'deludente' ottavo posto del Chelsea di Roman Abramovich, da sempre il paperone dei paperoni,
fermo a 403 milioni. Diversa, invece, la graduatoria che riguarda gli intrioiti annuali di ciascuna società. Qui, il Real Madrid ha sopravanzato il club di 'Sir' Alex Ferguson con 281 milioni di euro, ed è seguito a ruota dalla rivale di sempre, il Barcellona (248,4). Bene anche la nuova Juve di Cobolli Gigli, assisa al terzo posto. Nella classifica dei giocatori più ricchi del mondo, cambio della guardia al primo posto, con l'asso brasiliano Ronaldinho che scavalca il centrocampista del Real Madrid David Beckham. 23,5 milioni di euro, solo 300mila in più dello 'Spice Boy', che però potrebbe ritrovare presto la vetta grazie al nuovo contratto da favola firmato con i Los Angeles Galaxy. Ronaldo resta tra i più ricchi, con i suoi 17,2 milioni, mentre tra i primi dieci fa capolino Fabio Cannavaro, unico italiano, con 11: proprio un anno dorato per il capitano degli azzurri mondiali.
ENDEMOL, ARNAULT CONFERMA INTERESSE, DOMANI TERMINE OFFERTA…(Apcom) - Alla vigilia del termine per la presentazione delle offerte non vincolanti su Endemol, la casa di produzione televisiva messa in vendita da Telefonica, il finanziere francese Bernard Arnault conferma per la prima volta il proprio interesse mentre, secondo indiscrezioni di stampa spagnola, anche De Agostini sarà della partita.Oggi Arnault, patron del colosso del lusso Lvmh, ai microfoni di radio Europe 1 ha detto: "si tratta di un investimento che consideriamo seguendo un investitore molto più capace e molto più conoscitore di noi che è Stephane Courbit (patron di Endemol France)". Secondo il sito di informazione finanziaria Bolsacinco, anche De Agostini, azionista di riferimento della catena televisiva spagnola Antena 3, sarà tra i candidati che presenteranno entro domani la propria offerta su Endemol. La holding di Novara, contattata, non ha commentato.Secondo le recenti indiscrezioni, il colosso spagnolo, che detiene il 75% di Endemol, ha inviato a metà marzo una lettera a 20 società potenzialmente interessate, invitandole a presentare un'offerta entro il 30 marzo. Telefonica selezionerà una lista di cinque favoriti per la metà di aprile e spera di concludere la vendita nella seconda metà di maggio.
Economia e imprese mai così bene dal 1991: "Sarà un boom lungo un decennio"
I pessimisti prevedevano un 2007 difficile per l’economia tedesca, frenata nei consumi interni dall’aumento dell’Iva del tre per cento - dal 16 al 19 - entrato in vigore a gennaio. Gli ottimisti speravano nella tenuta dell’export, che l’anno
scorso ha raggiunto i 740 miliardi di dollari, facendo della Germania il campione mondiale davanti agli Stati Uniti, relegati a numero due con 720 miliardi di dollari. Si sbagliavano entrambi: l’economia tedesca tira oltre qualunque aspettativa, e a spingerla sono proprio i consumi interni. Ieri è arrivata la certificazione dell’Ifo, l’Istituto per l’Economia di Monaco che dal 1991 misura la fiducia delle aziende tedesche ed è considerato il principale barometro dei mercati tedeschi: nel mese di marzo il suo indice è salito a 107,7, mentre le previsioni degli analisti lo posizionavano sul 106,5. Appena è stato diffuso il nuovo dato, l’euro è salito contro il dollaro. Dopo il record di dicembre - 108,7, l’indice più alto degli ultimi quindici anni (ma era imminente l’aumento dell’Iva e tutti anticipavano gli acquisti importanti) - c’era stata una flessione in gennaio e febbraio.Attesa, e dunque facilmente digerita, tanto più che comunque l’Ifo era sempre al di sopra della media del 2006. Adesso la sorpresa di primavera: la Germania è stabilmente ritornata al suo ruolo di locomotiva d’Europa. E in quella posizione resterà a lungo. «Lo sviluppo è forte e robusto - è stato il commento di Hans-Werner Sinn, presidente dell’Istituto Ifo -. Il boom potrebbe durare per tutto il decennio. A settembre i disoccupati scenderanno sotto la soglia dei quattro milioni».L’ottimismo di Sinn è condiviso anche dagli altri istituti di ricerca. Mentre il governo si mantiene prudente e parla di una crescita dell’1,9 per cento, l’Ifw prevede per il 2007 una crescita del 2,8 per cento e il Rwi ha corretto nei giorni scorsi la sua previsione, portandola dal +1,9 al +2,3 per cento. Le aziende hanno il portafoglio ordini gonfio di nuove commesse. I sindacati stanno chiedendo di far partecipare agli utili chi aiuta a produrli e, dopo anni di restrizioni per guadagnare in competitività, ora chiedono il 7 per cento in più. E i parsimoniosi tedeschi hanno smesso di rigirarsi tra il pollice e l’indice ogni euro prima di spenderlo.
Secondo uno studio della società di cacciatori di teste Napier Scott il "bottino" portato a casa dai banchieri d'investimento della City nel 2006 è cresciuto mediamente tra il 17 e il 22% rispetto al 10-15% dei rivali di New York, con aumenti del 50% superiori agli americani in alcune specifiche aree di attività. La Napier ha detto che il boom dello scorso anno difficilmente si ripeterà quest'anno ma, nel frattempo, Londra si gode la palma d'oro che le viene assegnata grazie a una regolamentazione più agile rispetto a New York e al vantaggio dell'ubicazione, a cavallo tra l'America, con cui opera la sera, e il Medio ed Estremo Oriente, in pieno boom economico, con cui lavora il mattino. Difficile dire quanto durerà la pacchia ma intanto la City assapora il suo momento magico.
Così la Cina conquisterà la sua provincia più ribelle
PECHINO: Una valanga di denaro dovrebbe seppellire l’influenza del Dalai Lama e legare indissolubilmente il Tibet alla Cina. Questo sembra lo spirito politico del piano cinese di investire in Tibet ben cento miliardi di yuan, circa dieci miliardi di euro. Una cifra da capogiro, che servirà a realizzare ben 180 opere infrastrutturali da realizzarsi entro il 2010.
Grandi opere Un primo progetto riguarda l’attuale ferrovia che collega Lhasa, capoluogo del Tibet, al resto della Cina: dovrebbe essere prolungata fino a raggiungere Xigaze,
la seconda città della regione. Un’altra importante serie di progetti dovrebbe portare l’elettricità, l’acqua potabile e le linee telefoniche fisse nei maggiori centri della regione, per lo più molto poveri. La gran parte della popolazione di etnia tibetana è infatti dedita alla pastorizia con pecore o yak, e alla pratica di una tradizionale forma di transumanza. Questo pone di fatto i tibetani fuori dal controllo e dalla influenza del governo centrale, che osteggia la continua influenza locale del Dalai, dio-re del Tibet, in esilio dopo una fallita rivolta anti cinese nel 1959. Il Dalai ha chiesto per anni l’indipendenza del Tibet, e se oggi ha rinunciato a queste richieste, continua a volere una larga autonomia per il Tibet e il ritiro delle truppe cinesi di stanza nella regione, oltre a sostenere un sempre più debole governo tibetano in esilio.
Le proteste degli esiliati L’ingresso di telefoni e elettricità avrebbe come primo risultato quello di avvicinare i pastori tibetani alle trasmissioni della televisione centrale cinese e all’universo delle telecomunicazioni. In maniera indiretta elettricità e telefoni miglioreranno la qualità della vita dei tibetani e dovrebbero convincerli, concretamente, delle buone intenzioni di Pechino nei loro confronti. Tra il 1994 e il 2005 il governo centrale cinese ha investito 63 miliardi di yuan in Tibet, nella speranza di conquistare, attraverso un sapiente uso del portafogli, il cuore dei tibetani. Da sempre i tibetani in esilio accusano infatti la Cina di usare la leva dell’economia per mutare l’ecosistema in Tibet e distruggere la cultura tradizionale della regione. Ed è proprio dagli ambienti degli esiliati che è partita la battaglia contro il progetto della ferrovia, aperta ufficialmente il 1 luglio 2006, l’unico collegamento che per la prima volta unisce Pechino a Lhasa.
L’invasione degli Han Gli sforzi però hanno dato finora esiti contrastanti. I tibetani, benché più ricchi grazie ai nuovi investimenti cinesi, affollano comunque i templi, e non conoscono crisi nelle vocazioni. Quando Pechino ha limitato il numero delle ordinazioni religiose, i tibetani hanno semplicemente preso a pregare di più e ad aumentare la quantità delle elemosine a scopi di beneficenza. In realtà i lavori della ferrovie, e di altri progetti commerciali sono stati eseguiti in gran parte da manodopera di etnia Han, la maggioritaria in Cina. E sempre cinesi Han lavoreranno probabilmente ai nuovi progetti. In altre parole un numero crescente di Han dovrebbe arrivare a risiedere in Tibet. Questo certo dovrebbe collegare di più l’altipiano al resto della nazione, ma è difficile che metta in minoranza i tibetani.La stragrande parte degli Han mal sopporta il clima estremo della regione, dove è normale, per chi non vi sia nato, soffrire la mancanza di ossigeno e ammalarsi di patologie polmonari e cardiache. Inoltre la maggiore integrazione del Tibet nel resto Cina aumenta anche l’influenza della cultura tibetana tra gli Han. Come in occidente è oggi di moda la medicina cinese, che ha un che di mitico e mistico, così a Pechino e Shanghai sono di moda medicine e rimedi tibetani, mitici e mistici per gli Han, che costituiscono circa il 95 per cento della popolazione cinese.Con l’influenza crescente del buddismo in ogni strato della società cinese, il buddismo lamaista, organizzato in una chiesa quasi come quella cattolica, conquista a sua volta influenza in tutta la Cina. I buddha viventi tibetani, i rinpoche, sono rispettati e riveriti a ogni livello della società cinese, anche tra dirigenti del partito, che sempre di più riscoprono la propria sfera spirituale dopo la fine del maoismo militante. L’idea di vincere l’influenza spirituale del Dalai e del lamaismo con il materialismo del denaro sembra persa in partenza. Ma forse c’è anche della tattica. Il Dalai sta male e potrebbe morire tra non molto. Pechino ha già chiarito di volere guidare lei la scelta del prossimo Dalai. Secondo la tradizione il suo successore si reincarna in un bambino e un gruppo di monaci deve riconoscerlo. Il Dalai ha già detto che la sua reincarnazione potrebbe nascere fuori dal Tibet. Si apre così una fase di disputa religiosa, con un Dalai e un anti Dalai, come secoli fa la Chiesa cattolica aveva in Papa e un anti Papa. Per Pechino si tratta dunque di conquistare quel po’ di fiducia che basta per guidare la scelta del suo Dalai e gettare ombra sull’altro. Cosa c’è di meglio che cominciare rovesciando in Tibet tonnellate di yuan?
Dal convegno Energetica la denuncia delle aziende impegnate sulle rinnovabili"Mesi e mesi per un'autorizzazione, serve una normativa unica per tutto il Paese"
Energia dal vento, Italia in netto ritardo per ora è la burocrazia a soffiare più forte
La promessa del ministro Pecoraro: "Presto una conferenza per fissare gli obiettivi con le regioni"
ROMA - Non urla slogan, preferisce usare timbri e carta bollata. Non fa sit-in per bloccare strade e ferrovie, ma è in grado comunque di fermare colossi come l'Enel. Se le proteste dei piccoli comitati ambientalisti contro l'eolico conquistano spesso i titoli dei giornali, in realtà il loro ruolo nel rendere in salita il percorso verso una rivoluzione del sistema energetico italiano è tutto sommato limitato. Il vero nemico, almeno in questa fase, è la burocrazia: da un lato soffoca le iniziative sotto il peso dei suoi mille cavilli e regolamenti diversi da regione a regione; dall'altro non si è invece ancora dotata di quelle poche regole in grado di snellire le procedure e far emergere i progetti migliori. E' questo il grido d'allarme emerso dagli addetti ai lavori che hanno preso parte a "Energetica 2007", il convegno organizzato da Somedia e Repubblica sul futuro delle fonti rinnovabili in Italia. Se la sfida dello sviluppo sostenibile e l'urgenza della lotta ai cambiamenti climatici sono finalmente riusciti a scavalcare gli angusti confini del dibattito interno al mondo ambientalista, conquistando l'attenzione delle grandi istituzioni internazionali, economiche e finanziarie, quello che ancora rimane da fare, almeno nel caso italiano, è l'intervento su base locale, a livello di regolamenti e piani regionali. A partire dall'Onu, e scendendo via via all'Unione Europea e al governo italiano, è stato messo in campo nelle ultime settimane un pacchetto di interventi e obiettivi ambiziosi per ridurre i costi economici e ambientali del consumo di energia. Dove tutto rischia però di bloccarsi, come in un collo di bottiglia, è nell'ultimo e decisivo passaggio, quello dell'attuazione concreta degli interventi. A detenere le chiavi di quest'ultima porta sono soprattutto le regioni, depositarie delle scelte strategiche in materia di energia. A sintetizzare il quadro drammatico della situazione basterebbe citare l'esempio portato a "Energetica" da Salvo Sciuto, il responsabile per l'Enel dello sviluppo delle energie rinnovabili. "Per ottenere l'autorizzazione a cambiare otto turbine in un impianto già funzionante di cui preferisco non fare il nome - ha denunciato il dirigente dell'azienda elettrica - sono stati necessari sedici mesi. E pensare che si trattava di sostituirle con pale identiche a quelle esistenti, sia per potenza che per altezza e dimensioni". E per rinforzare l'assurdità della procedura Sciuto ha mostrato il foglio della richiesta formulata dall'Enel sul quale nel corso di questo lungo periodo è stato necessario far opporre la bellezza di ben undici timbri diversi. Attualmente Sciuto ha elencato ben nove regioni che tra mancanza di regolamenti, divieti (la Sardegna), moratorie in atto (la Sicilia) e cavilli vari rendono l'installazione dell'eolico una vera corsa ad ostacoli. "Il risultato - ha concluso - è che Enel nella metà del tempo ha realizzato in Spagna il doppio della potenza eolica realizzata in Italia, 633 MW contro 306". Ma se il troppo storpia, anche il troppo poco può essere letale. Nicola De Sanctis, direttore fonti rinnovabili della Edison, nel corso del convegno ha puntato infatti il dito sulla mancanza di norme in grado di fare da filtro al proliferare di progetti presentati in fretta e furia "tanto per prendere il numeretto, così come ci si mette in fila dal panettiere". Scegliere i pochi progetti validi e davvero realizzabili tra i tanti sottoposti frettolosamente con intenzioni speculative e senza la preparazione adeguata ovviamente non fa che allungare i tempi, con un notevole dispendio di risorse. Un andazzo che in alcune regioni come la Calabria, ricordava giorni fa il membro della segretaria regionale della Cgil Sergio Genco, sta raggiungendo dimensioni paradossali con la presentazione di quattro o cinque nuove richieste di autorizzazione al giorno. Del problema si è fatto interprete nel suo intervento anche il ministro dell'Ambiente Alfonso Pecoraro Scanio. "Diciamolo chiaramente - ha ammesso il leader dei Verdi - la maggior parte di questi progetti fa letteralmente schifo e nasce da motivazioni clientelari. Prima si presentano, poi si pensa a correggerli in corsa, ma è anche per questo che i tempi si dilatano terribilmente. Se i progetti fossero fatti a regola sarebbe possibile concedere le autorizzazioni di impatto ambientale entro i sessanta giorni previsti". Più in generale secondo il ministro è giunto comunque il momento di riunire le regioni attorno a un tavolo per stilare un piano energetico nazionale che sia condiviso e che stabilisca su base locale tanto i target di sviluppo delle rinnovabili quanto quelli di riduzione delle emissioni di gas serra indicati dalle nuove disposizione adottate da Bruxelles. Del resto si tratta di adeguare il vecchio adagio ambientalista: pensare globalmente, agire localmente.
Milano cerca il rilancio a partire dalle nuove tecnologie. E con la decisione assunta mercoledì 21 marzo dalla commissione bilancio di Palazzo Marino sterza e tenta il sorpasso per acquisire la leadership a livello mondiale mettendo a disposizione di tutti Internet senza fili. Il progetto approvato è finalizzato a dotare la città di una rete Internet municipale in banda larga e senza fili, accessibile con il sistema WiFi grazie a 15.000 antennine collocate nei lampioni e nei semafori dei principali luoghi di transito e aggregazione della città: incroci, fermate dei mezzi pubblici, giardini e parchi, scuole e università, biblioteche, centri per anziani, centri sportivi, siti di interesse turistico e di interesse generale. A progetto completato Milano diventerà la città con la maggiore copertura wireless del mondo, superando il record oggi detenuto dalla capitale coreana Seul con 13.000 punti di accesso, attestandosi come una della aree urbanizzate con l'ecosistema più favorevole all'innovazione tecnologica battendo persino gli Stati Uniti dove, comunque, sono già operative 281 iniziative per la diffusione del WiFi territoriale con 68 regioni dove la connettività a banda larga è in fase di implementazione per tutti il territorio.Le novità emerse dalla riunione di mercoledì a Palazzo Marino sono due e di rilievo: l'offerta WiFi sarà gratuita, senza limiti di tempo o di byte scaricabili, e la copertura garantita su tutto il territorio comunale. «Siamo molto contenti del consenso trasversale ottenuto dal progetto sul quale abbiamo lavorato in questi mesi con esperti qualificati del settore. La sostanziale unanimità raccolta dimostra che la città in tutte le sue componenti vuole essere interprete di un progetto di grande respiro municipale e cosmopolita», dice il promotore dell'iniziativa Davide Corritore, consigliere dell'Unione e Vice Presidente del Consiglio Comunale. «Crediamo infatti che l'accesso diffuso alla Rete sia una chiave della democrazia del futuro, nonché rappresenti un fondamentale fattore di sviluppo economico della città, favorendo il sostegno alla candidatura per l'Expo 2015 e la diffusione di servizi civici di nuova generazione: egovernment, infomobilità e gestione del traffico, sicurezza, servizi sociali, scuola e sanità». L'ipotesi di un servizio Internet senza fili per la città di Milano era stata lanciata sulle colonne di Affari&Finanza da
Marco Zamperini, vicepresidente di Etnoteam e responsabile dei laboratori dell'azienda milanese.La mappa dei luoghi di accesso proposta nella prima fase prevede 700 incroci, 300 scuole e università, 140 centri sportivi, 30 biblioteche, 80 centri per anziani, 100 siti di interesse turistico, 50 giardini pubblici e parchi, le fermate ATM e MM e altri luoghi della città.L'investimento complessivo per il realizzazione della rete entro il 2009 è previsto in un forbice compresa tra i 15 e i 17 milioni di euro (con un investimento per l'anno in corso di alcune centinaia di migliaia di euro per le definizione del piano di fattibilità). Nel progetto si garantirebbe una banda ad alta velocità grazie al collegamento con la fibra ottica di Metroweb che oggi copre il 95% del territorio, un'infrastruttura a cui il Comune avrà accesso gratuitamente per 10 anni in virtù delle condizioni contrattuali negoziate nell'ottobre scorso nel momento della cessione da parte di AEM della società che ha effettuato la cablatura del capoluogo lombardo riuscendo a trasformare Milano in una delle realtà più avanzate a livello internazionale al punto da essere utilizzata da aziende come Cisco come vera e propria case history. A livello internazionale la disponibilità di banda larga gratuita attraverso il WiFi è considerato uno dei volani principali per lo sviluppo di alcuni ecosistemi imprenditoriali come quello della capitale coreana considerato uno dei territori più avanzati e dinamici a livello mondiale.
Sarmi: saremo operatori mobile virtuale Fonti di stampa lo avevano già anticipato, ma ora è arrivata la conferma ufficiale: Poste Italiane sarà il
primo gruppo postale al mondo ad entrare nella telefonia come operatore mobile virtuale. Lo ha deciso il Cda su conferma dell'amministratore delegato Massimo Sarmi. "Il nostro obiettivo- ha detto l'a.d. - è di essere sul mercato il prima possibile. Stiamo esaminando con tutti gli operatori quale potrebbe essere la soluzione migliore sia dal punto di vista economico che per il nostro profilo". Nei giorni scorsi circolava l'ipotesi di Vodafone, ma l'indiscrezione non ha trovato conferme ufficiali. L'operazione telefonia mobile, "può contare su un'ampia e consolidata base clienti - ha precisato Sarmi - di circa 20 milioni tra correntisti, possessori di carte e libretti: una presenza capillare sul territorio nazionale di 14mila uffici postali e 40 mila sportelli". In tal modo, Poste Italiane ai tradizionali servizi di telefonia mobile potrà integrare i servizi già offerti con il brand Bancoposta e Postepay che diventeranno ancora più versatili, semplici e accessibili. "Sarà possibile dal proprio cellulare - ha concluso Sarmi - pagare
bollettini, inviare telegrammi, lettere e raccomandate, pagare servizi di mobilità nel trasporto quali taxi, bus, treno, inviare cartoline cartacee realizzate con mms e conoscere lo stato di un invio attraverso il servizio di tracciatura della corrispondenza".
BILANCIO RECORD PER IL 2006 Poste Italiane, nell'attesa di entrare nel business della telefonia, annuncia di aver chiuso l'anno 2006 con un utile netto quasi raddoppiato a 675,6 milioni contro i 348,9 milioni nel 2005, in crescita del 93,6% ed un risultato operativo che si attesta a 1,48 miliardi di euro (1 miliardo nel 2005), in crescita del 46%. In crescita anche i ricavi totali che arrivano a 17,1 miliardi di euro, grazie anche alla buona performance in tutti i segmenti di business, dai Servizi Finanziari (+ 9,5%) ai Servizi Postali (+ 2,5%) fino ai Servizi Assicurativi (+0,3%). In forte crescita anche l'utile netto della Capogruppo pari a 483 milioni, contro i 248 milioni del 2005, in aumento del + 94,8% . Forte successo di Bancoposta i cui ricavi sono aumentati del 9,5% e circa 4,9 milioni di conti correnti (+6,5%). Straordinario successo della carta Postepay: 2,8 milioni di carte prepagate (+ 65%).
oltre il 30% la Porsche dovra' avanzare un'offerta agli altri azionisti Volkswagen. La Porsche intende offrire 100,92 euro ad azione ordinaria di VW, piu' il minimo legale per le privilegiate. La cifra e' inferiore ai 117,70 euro ad azione del prezzo di chiusura di venerdi' scorso. Le azioni Volkswagen sono salite di oltre un terzo quest'anno proprio in attesa dell'offerta Porsche. La Porsche, pur essendo 60 volte piu' piccola di VW per volume di vendite, controlla di fatto il colosso tedesco e dunque domina su impero che riunisce i marchi di Porsche, Volkswagen, Lamborgini, Bentley, Bugatti, Seat e Skoda, oltre ai marchi di VW, Man e Scania per quanto riguarda i tir. Avendo superato il 30% di VW la legge tedesca obbliga Porsche a lanciare un'Opa totalitaria sul gruppo automobilistico. Tuttavia il prezzo offerto, di poco superiore ai 100 euro ad azione, fa pensare che difficilmente Porsche, che per l'Opa ha raccolto 35 miliardi di euro, racimolera' molte azioni, visto che l'attuale prezzo e' di oltre 114 euro. Per questo la Porsche, dopo
aver esercitato l'opzione del 3,6%, ha detto che non intende assumere la maggioranza assoluta delle azioni. Gli esperti infatti fanno notare che 100,92 euro ad azione e' un prezzo basso nella fase attuale, ma non e' basso in assoluto, visto che quest'anno il titolo VW e' salito di un terzo proprio in previsione dell'offerta Porsce. Questo significa che la Porsche probabilmente non avra' molte adesioni all'Opa, ma potra' aumentare la sua quota in futuro, senza dover lanciare altre offerte totalitarie obbligatorie e senza dover pagare un salato premium agli azionisti di VW. La Porsche ha gia' annunciato la nascita di una nuova holding che le consentira' di rimanere indipendente e di mantenere un consiglio di sorveglianza ristretto, anche se dovesse scalare completamente VW.
Stasera l'Under21 italiana avrà l'onore di inaugurare il nuovo stadio di Wembley contro i pari Inglesi; la nuova casa del calcio inglese è costata ben 750 millioni di sterline, ben oltre quindi il Milliardo di euro, ha 90.000 posti a sedere e un avveniristico tetto mobile.... l'architetto è ovviamente Sir Norman Foster, lo stesso di tutte le grandi opere che si sono fatte nell'ultimo periodo a Londra...
Non votano ma gestiscono fortune
Non possono votare né guidare ma almeno sono fondamentali in economia. Di chi stiamo
parlando? Delle donne saudite, che uno studio della camera di commercio locale ha etichettato come il vero motore finanziario del paese. "Gestiscono investimenti per oltre 8,3 miliardi di euro e godono di conti in banca con depositi complessivi che sfiorano i 20" ha riferito il quotidiano arabo "Gulf News". Oltre il 70% della popolazione universitaria saudita è rappresentato da donne e 44.000 lauree ogni anno sono appannaggio del gentil sesso. Dati che sottolineano quanto sia contropruducente per il paese impedirgli di entrare nel mondo del lavoro. "Con la loro partecipazione potremmo recuperare parte di quei capitali che escono dal Paese a causa delle rimesse degli immigrati" continua il giornale. L'attuale condizione femminile è tutt'altro che confortante: degli undici milioni e mezzo di lavoratori sauditi, solo l'8% è rappresentato da donne e la loro attività si esplica generalmente nei settori della sanità e dell'insegnamento. In settori come quello forense invece il contributo femminile è limitato solo alle consulenze.
Il vce-Chairman dell'Arsenal, tale David Dein nel 1983 comprò 1,161 azioni dell'arsenal per un valore complessivo di 290.250 sterline e venne bollato dall'allora presidente dell'Arsenal come Un pazzo che stava buttando via un enorme quantità di denaro.
Oggi d'innanzi ai rumors di un possibile acquisto dell'Arsenal da parte di milliardari Russi o americani quelle azioni valgono oltre 57 millioni di sterline..
Critiche dall’America, preoccupazioni al Quirinale. Ecco il ruolo dell’Italia
Gli articoli dei giornali italiani che lodavano l’astuzia sopraffina di Massimo D’Alema, capace di conciliare Gino Strada con Condoleezza Rice, non si erano ancora asciugati che già dall’America
arrivava un’altra musica. I grandi giornali liberal non dedicavano neppure una riga alla “storica” missione all’Onu del nostro ministro degli Esteri, mentre arrivava l’irritazione, per bocca di un portavoce, del dipartimento di stato, che giudica pericoloso il modo in cui è stata trattata la vicenda della liberazione del giornalista di Repubblica, e campata per aria l’idea di una conferenza di pace in Afghanistan, per non parlare dell’ipotesi di invitare i talebani. Foggy Bottom nega di aver mai espresso “comprensione”, come detto invece dal nostro ministro degli Esteri dopo la cena con Condoleezza Rice al ristorante Aquarelle. All’evidente insoddisfazione degli alleati si somma quella dei settori “riformisti” della maggioranza, che pare abbia un’eco anche al Quirinale, visto che la tutela dell’onore delle nostre forze armate non è sembrata al primo posto nelle priorità del capo della diplomazia italiana. Intanto Bobo Craxi contribuiva per parte sua a far apparire la nostra politica estera inaffidabile, con le sue conversazioni con il premier di Hamas, che ha poi dovuto derubricare a telefonate personali. Ognuno, d’altra parte, si sceglie gli amici che crede, anche un sottosegretario che però, se stesse in un ministero degli Esteri serio, avrebbe già dovuto renderne conto. Da noi, invece, basta raccontare di trionfi immaginari che la stampa amica ci crede e li amplifica, confondendo il provincialismo con la dignità nazionale.
(Articolo tratto da il Foglio)