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Il Blog di Giulio Stevanato

giovedì, 28 giugno 2007

LE TASSE, LA SEGRETARIA E IL MILIARDARIO BUFFETT…

La battaglia contro il fisco è arrivata anche negli Stati Uniti, dove ci sono diversi gli imprenditori che non vogliono più pagare meno tasse dei loro dipendenti. Insomma, dopo che l'europeo Nicholas Ferguson ha detto che i manager del private equity e degli hedge fund a causa delle regole sulla tassazione del capital gain «pagano meno tasse di una donna delle pulizie», adesso a richiamare l'attenzione sul tema della perequazione fiscale è sceso in campo il terzo uomo più ricco del mondo, Warren Buffett. Il fondatore della Berkshire Hathaway, che ha un patrimonio personale di oltre 53 miliardi di dollari, ha tirato due conti. Fra stipendio (da funzionario) alla Berkshire Hathaway e dividendi vari gode di entrate per 46 milioni di euro all'anno. E le tasse? Fra un beneficio e l'altro paga solo il 17,7%, quasi la metà dell'aliquota media che sopportano i suoi dipendenti (32,9%). Sarà un caso isolato? Lui pensa di no. Anzi, offre 1 milione di dollari all'imprenditore americano che gli dimostrerà di pagare più tasse della propria segretaria. Parola di Warren Buffett.
postato da: CesareAugusto82 alle ore 16:00 | link | commenti
categorie: finanza

L’iperinflazione dei Chávez

Il populismo terzomondista è vivo e lotta contro di noi, non solo a Caracas
Il governo di Mugabe, nello Zimbabwe, sta facendo approvare una legge secondo cui il controllo delle società per azioni può appartenere solo ai locali. Nel passaggio di proprietà saranno favoriti coloro che, prima dell’aprile 1980, data di insediamento del nuovo regime, “erano svantaggiati da un’iniqua discriminazione, derivante dalla loro razza”. Lo stato sussidierà l’acquisto delle quote di maggioranza di queste società. Il costo non sarà elevato perché i bianchi titolari di quote di controllo sono obbligati a vendere. Frattanto l’inflazione galoppa fra il 4.500 e il 20 mila per cento. L’incombente esproprio delle società per azioni infligge un altro colpo alle attività produttive. Nel frattempo Conoco, Phillips ed Exon si ritirano dall’attività di estrazione di petrolio nell’Orinoco, in Venezuela. Non accettano la legge con cui il governo di Hugo Chávez impone alle imprese straniere che hanno riserve petrolifere nell’Orinoco di cedere la maggioranza delle loro società ivi operanti alla compagnia di stato venezuelana. Altre società stanno negoziando i termini di una loro eventuale posizione di minoranza. A causa delle progressive nazionalizzazioni, l’industria petrolifera venezuelana ha diminuito l’offerta del dieci per cento. E l’inflazione – a causa dello squilibrio della bilancia dei pagamenti – è al 20 per cento. Fra i temi su cui la Banca mondiale e i leader delle nazioni industrializzate che amano i paesi poveri dovrebbero riflettere vi è il risorgente terzomondismo populista che genera iperinflazione e sottosviluppo.
(articolo tratto da Il Foglio)
postato da: CesareAugusto82 alle ore 15:59 | link | commenti
categorie: economia
mercoledì, 27 giugno 2007

Università a pagamento

Qualche giorno fa leggevo un intervista ad un professore italiano che insegna all'università americana di harvard e diceva che anche in italia le Università dovrebbero essere a pagamento con le banche che fanno prestiti agevolati agli studenti che poi lo ripagheranno una volta finiti gli studi.
In questo modo, diceva, gli studenti italiani sarebbero piu motivati a finire in tempo l'università e soprattutto a scegliere facolta che diano prospettive lavorative migliori, insomma piu matematica e ingegneria e meno filosofia o scienze della comunicazione,  scienze politiche ecc...
Diceva anche che il muratore calabrese non ha il dovere di pagare gli studi al figlio dell'avvocato milanese (si dice che il ciclo di studi di uno studente arrivi a costare allo stato 18.000€ ).
Su alcune cose sono d'accordo, con l'unica differenza che qui da noi un neolaureato deve praticamente lavorare  gratis nei primi anni (tra praticantati ecc... lo stipendio se c'è è basso)... però d'altro canto neanche decine di migliaia iscritti a scienze della comunicazione non sono una bella cosa, e forse una bel giro di vite ci vorrebbe...
postato da: CesareAugusto82 alle ore 10:03 | link | commenti (1)
categorie:
martedì, 26 giugno 2007

I pendolari della legge

La protesta dei duecento blocca mezza Italia. Ma esiste ancora un limite?
Duecento pendolari che non vogliono pagare il biglietto bastano per fermare il traffico ferroviario tra il nord e il sud, rendere irraggiungibile l’aeroporto di Fiumicino, procurare disagi gravi a decine di migliaia di passeggeri che invece il biglietto lo avevano regolarmente pagato. Che si trattasse di pendolari veri o fasulli (quando era stata chiesta la dichiarazione del datore di lavoro per concedere lo sconto non avevano voluto o potuto fornirla), che abbiano o no qualche motivazione per la loro protesta a questo punto conta poco. La sproporzione tra la forma di lotta illegale e dannosa per tanta gente comune e gli interessi di poche persone, legittimi o no che siano, è tale da configurare una lesione intollerabile all’ordine pubblico, e prima ancora allo spirito pubblico. Si trattava di “pendolari” provenienti dalla Campania, regione nella quale lo stato non è in grado di far raccogliere la spazzatura e di far rispettare le sue decisioni, e naturalmente si è subito trovato un assessore della giunta di Antonio Bassolino che si sbracciava per “mediare”. Non c’è niente da mediare. Bisogna che ci si metta in testa che se non si rispetta la legge se ne subiscono le conseguenze. I cento facinorosi che sono stati identificati devono essere denunciati e, magistratura “democratica” permettendo, giudicati, e la giunta della Campania, invece di mediare, dev’essere sciolta per palese incapacità a tutelare i beni essenziali della sanità e dell’ordine pubblico.
postato da: CesareAugusto82 alle ore 15:12 | link | commenti (4)
categorie: italia, politica, news
lunedì, 25 giugno 2007

Berlusconi compra un Airbus..

Dopo 5 anni a bordo dell'aereo presidenziale, un Airbus A319-115 per Berlusconi non deve essere stato bello ritornare a bordo del suo Gulfstream V e cosi a deciso di comprarsene uno uguale.
Non che l'areoplanino che ha ora sia modesto, è pur sempre un Gulfstream V, un gioiellino da 30 millioni di $ e passa capace di attraversare l'oceano atlantico o pacifico senza problemi.
EUROFLY: CEDUTO A FININVEST CONTRATTO LEASING SU AIRBUS A319. CANCELLATO DEBITO 25 MLN
(Apcom) -
Eurofly rende noto che è stato ceduto ad Alba, Servizi Aerotrasporti società dal 1981 del gruppo Fininvest, del contratto di leasing con Locat relativo all`aeromobile Airbus A319-115/CJ. Il velivolo veniva utilizzato da Eurofly per la tratta All Business Milano-New York. Il velivolo entrerà a far parte della flotta privata del gruppo Berlusconi. La cessione del contratto consentirà a Eurofly di cancellare il debito residuo verso la società di leasing pari a circa 25 milioni di euro. Contemporaneamente l'operazione consentirà di accrescere la liquidità del gruppo per 17,5 milioni, per effetto dell`incasso del corrispettivo e dello svincolo del pegno sul deposito bancario vincolato presso Unicredit costituito a garanzia della fideiussione rilasciata da Unicredit in relazione al contratto di locazione finanziaria.
postato da: CesareAugusto82 alle ore 20:46 | link | commenti (3)
categorie: news, berlusconi, aerei
venerdì, 22 giugno 2007

Altri 100 millioni per Bill Clinton

Il nome Carlos Slim Helu vi dice niente?
Forse lo avrete sentito nominare perchè si tratta di quel signore messicano che voleva comprare Telecom Italia insieme ad AT&T e che nonostante il suo patrimonio da 54 milliardi di $ che lo rendono il secondo uomo piu ricco del Mondo qui in italia è stato trattato dai nostri lungimiranti politici alla stregua di una Colf Filippina...
Bene questo signore Messicano che tanto schifafa ma Merchant bank Prodi & C ha appena donato 100 millioni di $ alla fondazione dell'ex presidente USA Bill Clinton per sostenere programmi nel campo dello sviluppo sostenibile, con un target mirato sull'America Latina.
postato da: CesareAugusto82 alle ore 15:03 | link | commenti (1)
categorie: news, filantropia

Crescita record per il mercato delle energie rinnovabili

Secondo il rapporto UNEP questo mercato ha raggiunto una massa critica tale da poter resistere anche se il prezzo del petrolio scendesse sotto i 40 dollari
A livello globale, gli investimenti nelle energie rinnovabili sono in rapida crescita, con 70,9 miliardi di dollari di nuovi investimenti nel 2006, pari a un incremento del 43 % rispetto all'anno precedente e la tendenza pare confermata anche per il 2007. È questo il dato più eclatante riportato nel rapporto Global Trends in Sustainable Energy Investment 2007 appena pubblicato dall'UNEP, che presenta un quadro dello stato attuale dello sviluppo delle energie rinnovabili (RE) e dell'efficienza energetica (EE). In particolare, i settori che vedono i più elevati livelli di investimento sono quelli eolico, solare e dei biocombustibili, riflettendo la maturità delle tecnologie, l'esistenza di incentivi politici, e le aspettative degli investitori. In questo ambito i livelli di investimento negli Stati Uniti e nell'Unione Europea a 27 sono paragonabili, anche se negli Stati Uniti i flussi finanziari provengono dal settore privato molto più di quanto non avvenga in UE. Cina, India e Brasile sono invece i paesi in via di sviluppo che si stanno adeguando con maggior velocità a questa tendenza negli investimenti. Nel rapporto si osserva che gli investimenti nelle energie sostenibili sono sostenuti da una serie di provvedimenti di carattere politico e amministrativo, che in molti paesi includono un ampio spettro di misure tariffarie e agevolazioni fiscali, che complessivamente riescono a creare un ambiente globalmente stabile, utile a una crescita continua del settore. "Questo mercato - prosegue il rapporto - ha raggiunto una massa critica tale per cui, anche se il prezzo del petrolio scendesse al di sotto dei $40, gli investimenti probabilmente rallenterebbero in alcune aree, ma comunque non stagnerebbero." L'investimento in ricerca e sviluppo (R&S) è arrivato a toccare i 16,3 miliardi di dollari contro i 13 miliardi di dollari del 2005. Tuttavia, nota il rapporto, l'Europa dei 27 in questo ambito sembra un poco in ritardo, a causa del coinvolgimento relativamente più basso del settore privato. In Europa questo infatti copre il 55% della R&S, contro il 64% che si ha negli Stati Uniti e addirittura il 75% del Giappone. Anche il mercato dell'efficienza energetica è significativo, prosegue il rapporto, anche se appare in una certa misura "invisibile". Il segmento più visibile di questo mercato è rappresentato dall'investimento in tecnologie, che nel 2006 ha toccato gli 1,1 miliardi di dollari, contro i 710 milioni dell'anno precedente. Il rapporto nota infine un progressivo spostamento dei capitali verso i paesi in via di sviluppo, che nel 2006 hanno visto i maggiori investimenti privati. Cina, India e Brasile rappresentano al momento i principali produttori e i principali mercati per le energie sostenibili.
postato da: CesareAugusto82 alle ore 10:48 | link | commenti (1)
categorie: ambiente, energia
giovedì, 21 giugno 2007

Matrimonio tra Milano e Londra

Si sta profilando un unione tra la regina delle Borse, la leggendaria borsa di Londra e la meno leggendaria Borsa di Milano.
Ai Londinesi (che forse amano la Borsa piu della regina) fa gola l'eccelente piattaforma sui derivati della Borsa di Milano, oltre che l'avanzato sistema informatizzato di trading, mentre ai Milanesi fa gola l'idea di poter diventare partner del piu vivace e importante mercato mondiale, capace di attrarre investimenti e investitori da ogni angolo del mondo, proprio quello di cui ha bisogno la Borsa di Milano e le aziende su di essa quotate.
postato da: CesareAugusto82 alle ore 15:59 | link | commenti (3)
categorie: news, finanza
mercoledì, 20 giugno 2007

C’È MURDOCH NEL FONDO CIECO DI BILL E HILLARY…

Cieco doveva essere. E cieco, alla fine è stato. Il Blind trust creato da Hillary e Bill Clinton nel ´93 per gestire il patrimonio azionario della coppia presidenziale più trendy d´America regala al resto del mondo una lezione di democrazia azionaria. Il fondo è stato liquidato e trasformato in 25 milioni di dollari contanti per evitare conflitti d´interesse all´ex First Lady candidata alla Casa bianca. E tra la sorpresa generale è saltato fuori che una della partecipazioni più consistenti in portafoglio era quella nella News Corp di Rupert Murdoch, storico sostenitore dei repubblicani e fustigatore dei democratici attraverso la sua Fox News. Come se Silvio Berlusconi avesse investito in Unipol o se Romano Prodi avesse parcheggiato i suoi risparmi in titoli Mediaset. I Clinton sono saltati sulla sedia. Non per le scelte dei gestori – se si chiama Blind trust ci sarà un motivo – ma per le tasse che dovranno pagare sui capital gain. Non faticheranno comunque a pagarle. L´attività oratoria di Bill, ormai, rende più di Wall Street: nel 2006 grazie ai discorsi in pubblico l´ex-presidente ha guadagnato 10 milioni.
postato da: CesareAugusto82 alle ore 10:20 | link | commenti (3)
categorie: politica, finanza
martedì, 19 giugno 2007

Sciacallaggio sui morti..

Esiste una nazione che fa sciacallaggio sui morti.
Un indizio, questa nazione non è ne in africa, ne in sud america, ne tanto meno in asia... ma in europa.. e non in quella dell'est.
In questa fantastica  nazione quando muori devi pagare 117 €. al comune in cui sei morto, e una cifra di circa 30€ per ogni comune che attraversi con la salma nel viaggio di ritorno.
E come se non bastasse ti chiede altri 100€ per esporre i manifesti funebri, e potrei continuare ad allungare all'infinito questa macabra lista.
Non ci credete?? fidatevi!!  questa nazione esiste e si chiama Italia.
 
Una nazione che riesce a rubarti i soldi anche quando sei morto.
Una nazione governata da sciacalli che pur di mantenere questo apparato burocratico non si fa remore di speculare sulla morte.
 
Prima o poi me ne andro da questa nazione, ormai non la sopporto piu.
postato da: CesareAugusto82 alle ore 11:06 | link | commenti (6)
categorie: italia
lunedì, 18 giugno 2007

l'Africa cresce del 6% l'anno

World economic Forum: l'Africa cresce del 6% l'anno, ma pesanoi problemi infrastrutturali
L'Africa è cresciuta più negli ultimi cinque anni che nei precedenti 25, ma molto rimane ancora da fare per raggiungere l'obiettivo di dimezzare la povertà entro il 2015. Questa la conclusione più importante del World Economic Forum, un importante summit dedicato alle prospettive di sviluppo del Continente Nero che si è concluso ieri a Città del Capo. Il prodotto interno lordo è infatti cresciuto in media del 5,5% nel 2006, trainato soprattutto dall'ottimo andamento dei paesi esportatori di petrolio, e nel 2007 dovrebbe registrare un progresso del 6,2%. Uno sviluppo molto positivo, se si considera che ancora nel 2001 la crescita non superava il 5%, ma che ancora non è sufficiente per raggiungere l'obiettivo fissato dai Millenium development goals delle Nazioni Unite di dimezzare il tasso di povertà entro il 2015. Per tagliare questo traguardo sarebbe infatti necessaria una crescita annuale del 7%. Alcuni gravi problemi strutturali, segnalano le analisi del World Economic forum, frenano ancora l'espansione economica dell'Africa. In primo luogo le imprese sono tuttora penalizzate dalla difficoltà di accesso al credito: il rapporto del summit suggerisce perciò di implementare politiche che favoriscano la trasparenza e le certificazioni contabili. Altra grave questione è la carenza di infrastrutture: in particolare energia e trasporti rappresentano i più grandi ostacoli allo sviluppo africano. A causa delle continue interruzioni di elettricità, le imprese devono rinunciare almeno all'8% del loro potenziale di vendita, mentre i ritardi nei trasporti determinano un altro 3% in meno nel fatturato. Un altro nodo cruciale è rappresentato dall'educazione, e in particolar modo dalla mancanza di lavoratori qualificati: eppure ogni anno circa 20mila professionisti africani emigrano all'estero, spesso senza fare più ritorno al proprio paese d'origine. E così uno stato come il Sudafrica, dove il tasso di disoccupazione è intorno al 26%, si trova costretto a importare manodopera specializzata. Anche nell'educazione primaria i progressi sono stati sinora insufficienti, anche se molti capi di stato presenti a Città del Capo hanno rinnovato il loro impegno in tal senso. Tornando invece agli aspetti positivi, l'Africa negli ultimi anni non è stata lacerata come in passato dalla guerra, e questo ha agevolato l'afflusso di investimenti esteri e gli scambi commerciali: la democrazia stenta però a mettere le radici nel continente ed è diffusa solo in otto stati dell'Africa subsahariana, mentre il rapporto sottolinea con preoccupazione la crescente proliferazione dei gruppi legati al fondamentalismo islamico. Una situazione che comporta ovviamente implicazioni anche per l'economia, perché i paesi che hanno mostrato i tassi di crescita più positivi sono quelli dotati di istituzioni politiche stabili e rappresentative. Altri progressi segnalati dal Forum sono costituiti dalla telefonia mobile, che grazie al successo dei servizi prepagati è stata in molti paesi un autentico volano per l'economia, e dalla lotta alle malattie endemiche come la malaria, mentre molto rimane da fare nel campo della lotta all'Aids. Per il futuro, oltre alla ricerca di nuove strade per lo sviluppo economico, la grande sfida dell'Africa si chiama urbanizzazione: entro il 2025 oltre la metà degli abitanti del continente vivrà nelle città, e nei successivi 25 anni la popolazione delle aree urbane crescerà a un ritmo doppio rispetto a quello delle aree rurali. Questo processo dovrà necessariamente comportare fortissimi investimenti in aree come trasporti, energia, educazione e strutture igienico-sanitarie.
postato da: CesareAugusto82 alle ore 15:02 | link | commenti (1)
categorie: economia, africa
venerdì, 15 giugno 2007

La volpe e l’Iva

Sarko alza l’imposta indiretta, taglia il cuneo e ottiene “meno tasse per tutti” I socialisti francesi sono fuori dai gangheri. Nicolas Sarkozy vuole applicare “l’Iva sociale” per rilanciare la competitività delle imprese e fermare le delocalizzazioni, e loro sono costretti a chiedere il voto contro quello che hanno sempre voluto: l’aumento delle tasse. L’Iva al 24,6 per cento – cinque punti in più – potrebbe far paura per gli effetti inflazionistici e i consumi. Ma gli economisti rassicurano: l’operazione è economicamente a costo zero. I 40 miliardi di euro ricavati vanno a finanziare la riduzione di cinque punti del costo del lavoro per le imprese, con conseguente aumento della competitività e sensibile crescita dell’occupazione, che limitano un eventuale calo dei consumi. Ma, in concorrenza, se l’imprenditore è razionale e furbo, abbasserà il prezzo di vendita dei prodotti Iva esclusa della stessa proporzione in cui diminuiscono i costi di produzione. Insomma, i prezzi Iva inclusa non si muovono, l’inflazione è ferma, l’occupazione cresce e i consumi aumentano. Senza che lo stato abbia sborsato un solo euro. Inventato dai danesi, il cuneo fiscale sarkozista è già collaudato con successo da Angela Merkel. Sei mesi dopo l’aumento di 3 punti dell’Iva in Germania, tutti gli indicatori sono positivi: la disoccupazione scende, i conti pubblici sono in equilibrio e le esportazioni corrono. Perché l’Iva sociale ha un vantaggio per le economie irreggimentate dalla zona euro: effetti analoghi alla svalutazione della moneta. Le esportazioni sono più competitive, il prezzo dei prodotti importati aumenta del 5 per cento e le delocalizzazioni rallentano. “Non è uno scandalo se le magliette cinesi servono un po’ a finanziare la nostra protezione sociale”, ha spiegato il primo ministro, François Fillon. Per compensare inghippi, c’è il resto del pacchetto fiscale: detassazione degli straordinari, scudo sull’imposizione al 50 per cento del reddito, deducibilità degli interessi sul mutuo – 7.500 euro di potere d’acquisto in più a famiglia – e abolizione della tassa di successione per il coniuge. La rivoluzione economica di Sarkozy è meno tasse per tutti e, semmai, indirette.
(Artiolo tratto da il foglio)
postato da: CesareAugusto82 alle ore 18:12 | link | commenti (2)
categorie: politica, economia, francia
giovedì, 14 giugno 2007

in Piazza per i cristiani

In medio oriente rischiano l’estinzione. Magdi Allam invita alla mobilitazione
Ha fatto bene il vicedirettore del Corriere della Sera, Magdi Allam, a invocare una manifestazione per i cristiani perseguitati in medio oriente. Si sente il bisogno di un gesto pubblico in risposta al mattinale stragista e intimidatorio che giunge dalle capitali della umma. Non si conosce la sorte di padre Giancarlo Bossi, rapito nelle isole Mindanao infestate da al Qaida. La fine di padre Ragheed Ganni invece è nota, ucciso a Mosul dopo aver rifiutato di convertirsi all’islam. Alla vigilia della conquista islamica nel Settimo secolo, i cristiani erano il 95 per cento nella sponda meridionale e orientale del Mediterraneo. Oggi sono meno del 6 per cento, nel 2020 saranno il 3. Nella World Christian Enciclopedia di David Barrett si legge che su 70 milioni di martiri cristiani in duemila anni, 45 milioni sono quelli degli ultimi cento anni. L’ebreo Michael Horowitz, che fu assistente di Reagan, tre anni fa ci disse che “come Hitler perseguitò milioni di ebrei soggiogando tutti gli altri, così nei regimi arabi fascisti i cristiani sono vittime al fianco dei musulmani che non possono affacciarsi alla democrazia con la pistola alla testa dei terroristi”. Se in Iran o Afghanistan, come in Sudan, per l’apostasia è prevista la morte, in Tunisia un missionario sorpreso a far proselitismo viene espulso. In Marocco chi fa apostolato è punito con sei mesi di carcere. In Arabia Saudita sono interdetti ai non musulmani cittadinanza, ingresso alla Mecca e riti pubblici. In Qatar le prime chiese sono state costruite nel 1999. In Pakistan è prevista la morte per chi afferma che “Gesù Cristo è figlio di Dio”. Nel 1998 il vescovo pachistano John Joseph si sparò in bocca davanti al tribunale che aveva condannato a morte un cristiano. Nove mesi fa in Iraq fu ucciso padre Iskander, via la testa e le braccia. Non ci furono fotografie per quel tronco d’uomo, uno degli innumerevoli martiri cancellati dall’iconoclastia irenista. Non è tardi per raccogliere il canto del cigno dei cristiani, la cui sorte devastata si perde nella distruzione seriale degli “infedeli”.
(articolo tratto da Il foglio)
postato da: CesareAugusto82 alle ore 15:36 | link | commenti
categorie: politica, news, religione
mercoledì, 13 giugno 2007

Germania nano bancario

Sono mancate le fusioni fra gruppi, ora si temono attacchi dall'estero. Il paese si sente vulnerabile La febbre delle fusioni bancarie non ha contagiato la Germania. Eppure sarebbe tempo che lo facesse, dice Jan Pieter Krahnen, dell’Università di Francoforte: «Il resto dell’Europa è andato avanti, c’è il pericolo che il consolidamento delle banche tedesche venga fatto dagli stranieri. Se si aprirà una breccia legislativa, proveranno a entrare». Finora il vallo di protezione è stato l’impenetrabile sistema delle «tre colonne»: banche private, istituti di diritto pubblico, casse di risparmio e cooperative locali. Ma dopo la guerra per Abn Amro, i banchieri tedeschi non si sentono più così protetti, anche se pubblicamente continuano a dire che in Germania non ci sono le condizioni per una scalata ostile dall’esterno.Le ostilità sono tutte interne. E producono, anziché fusioni, modeste solitudini. E’ di ieri la notizia che l’interesse della Banca regionale del Baden-Wuerttemberg Lbbw verso quella della Bassa Sassonia NordLb non ha portato alle auspicate nozze. Il ministro delle Finanze di Hannover, Hartmut Moellring, ha spiegato così il suo «no» a Stoccarda: «Le differenze sono troppo grandi. E noi non abbiamo motivo per finire sotto l’ala di un partner dominante». Al settimanale «Spiegel» ha poi confermato che le strategie bancarie per il futuro dell’economia tedesca vengono disegnate nella provincia profonda e dunque il Paese, che pure è campione mondiale di export, dal punto di vista degli istituti di credito non è strutturato per un’economia globale.Da anni, dice l’analista Wolfgang Kaden, «seguiamo con crescente rassegnazione la tragedia che ci offrono le banche, sia pubbliche sia private: nelle une, a impedire le fusioni è l’ego dei capi, nelle altre l’attaccamento alle prebende dei politici». Il risultato è che, mentre l’industria tedesca si colloca sulle vette internazionali, le banche sono fanalino di coda. C’è stato un tempo in cui Deusche Bank era la numero uno al mondo. Ora è, per capitalizzazione alla Borsa, numero 23 al mondo e numero 15 in Europa. La seconda banca tedesca, Commerzbank, in dieci anni è scivolata dal numero 27 al 46. Hypovereinsbank, gloria della Baviera, è una filiale di Unicredit. E la Dresdnerbank è finita negli asset del colosso delle assicurazioni Allianz. Dopo il caso dell’olandese Abn Amro, secondo Kaden, la situazione è davvero drammatica: «Questa vicenda è il nuovo parametro europeo, a Francoforte è stata percepita come un’avvisaglia. Chi cerca nuove vittime le troverà presto in Germania». Negli Anni 90 la strategia bancaria tedesca è stata la corsa all’Est appena riunificato, che sembrava offrire grandi possibilità di crescita. Poi però dalle torri di Francoforte si è visto che i competitori si allargavano altrove, con accorte fusioni. Per correre ai ripari, si sono testate tutte le combinazioni possibili: Deutsche Bank con Dresdnerbank, Commerzbank con Dresdnerbank, Hypovereinsbank con Commerzbank. Nulla è andato in porto: i banchieri hanno capito subito che i posti nei consigli d’amministrazione sarebbero stati troppo pochi per le ambizioni di tutti. Corresponsabile è l’élite politica, che si è rifiutata di aprire ai privati le banche pubbliche. Che in ogni caso sono così frammentate che nonostante il loro enorme potenziale - tutte insieme costituirebbero la più grande banca del mondo - non hanno nessun ruolo neppure sulla scena interna.Questo provincialismo assurdo non può più reggere, mentre negli altri Paesi galoppano le fusioni: i crediti all’industria tedesca. dicono tutti, non possono dipendere da decisioni prese a Londra, Milano o New York. Siegfried Jaschinski, capo della Lbbw, deluso per la mancata fusione con NordLb, ha detto allo Spiegel: «Questo Paese ha bisogno di una grande banca che sia ben radicata nel panorama industriale tedesco. Questo era il ruolo di Deutsche Bank, che però da molto tempo non lo svolge più, perché è diventata prevalentemente una banca di investimenti». Le alternative sono due: o una riforma del diritto pubblico, che apra le banche regionali al capitale privato. O una fusione delle banche statali, che unite avrebbero una forza d’urto internazionale: le otto banche regionali valgono insieme 1,8 miliardi di euro. Invece vanno in ordine sparso, chiudendo gli occhi di fronte a quello che succede al di là delle frontiere.
postato da: CesareAugusto82 alle ore 18:19 | link | commenti (2)
categorie: finanza, germania

Per fare l’albero ci vuole il dollaro

La Banca mondiale finanzierà programmi di stop alla deforestazione
La Banca mondiale negli ultimi anni ha perso molte delle sue funzioni perché i paesi in via di sviluppo crescono per conto proprio. Il denaro è a buon mercato e i suoi finanziamenti a tasso agevolato a volte sono anacronistici. In particolare lo sono quelli alla Cina che trabocca di denaro in cerca di investimento. Ma ora la Banca ha lanciato un progetto che potrebbe assicurarle un nuovo ruolo, di portata storica. Ha stanziato 250 milioni a favore di Indonesia, Brasile e Congo per evitare la deforestazione. Sinora si è discusso di limiti alle nostre emissioni inquinanti. Ma la deforestazione genera un enorme volume d’anidride carbonica, mentre le foreste l’assorbono. L’ultimo G8 ha finalmente riconosciuto che fra i metodi per combattere l’effetto serra quello di prevenire le deforestazioni sovvenzionando gli interessati è uno dei migliori, in termini di costi-risultati. E ha incoraggiato il progetto sperimentale della Banca mondiale. Il progetto, per essere efficace, dovrà pagare gli abitanti delle aree forestali per mantenerle intatte. Se invece i soldi andranno ai governi centrali o regionali per progetti economici e sociali di vario genere, la spinta a deforestare rimarrà. Anzi sarà accresciuta dall’aumento del prezzo dei cereali derivante dallo sviluppo della benzina biologica. Il progetto degli esperti di Bush contrapposto a quello di Kyoto, prevedeva anche sovvenzioni per l’impianto di nuove foreste. La Banca mondiale dovrebbe dar retta a Bush, sovvenzionando non solo la deforestazione ma anche la riforestazione.
(Articolo tratto da il Foglio)
postato da: CesareAugusto82 alle ore 15:44 | link | commenti
categorie: politica, ambiente

Enel compra 4 centrali eoliche

Enel ha acquisito 4 centrali eoliche in francia, che vanno ad aggiungersi alle altre centrali da fonti rinnovabili che ha acquisito in giro per il mondo, Brasile, est europa ecc..

Ora io mi chiedo come mai l'Enel compra centrali eoliche ecc.. all'estero e non le costruisce in italia, preferendo qui costruire quelle a carbone ecc???


P.S: Premetto che io non ho niente contro le centrali a carbone, io non sono un ambientalista se per ambientalista si intende gente alla pecoraro scanio o buona parte dei Verdi; noto solo che l'Enel investe di piu all'estero in energie rinnovabili che non in italia.
postato da: CesareAugusto82 alle ore 10:36 | link | commenti (2)
categorie: energia, industria
martedì, 12 giugno 2007

San Sebastiano a chi?

Poliziotti immobili sotto le pietrate dei casseurs. Ordine pubblico?
Sabato a Roma centottanta poliziotti schierati hanno subito per un’ora, immobili, l’attacco di quaranta balordi a viso coperto. Non appena hanno capito che gli agenti non reagivano si sono sfogati a tirar loro addosso di tutto: fumogeni, bottiglie, pietre. Sessanta minuti di tiro a segno su bersaglio fisso: scudi che si spezzano, mani che si tagliano, schegge che si infilano sotto la pelle. Non c’è stata la mobilitazione del 2001 a Genova: non c’era la massa né la rabbia. Non era Rostock né tantomeno Seattle. Neanche alla lontana. C’era un corteo risibile (secondo la questura dodicimila persone): un flop antiamericano terminato con un rigurgito di violenza vandalica. Per questo la “strategia del dialogo” del prefetto Achille Serra è stata un parossismo paradossale: lui che “dialogava” con Francesco Caruso e Luca Casarini mentre le forze dell’ordine si beccavano pietre in faccia da quattro dementi che si potevano acchiappare al volo. Li avevano circondati, il corteo era passato. E il funzionario di polizia non faceva che urlare: “Non reagite, state fermi”. E i suoi uomini si trattenevano a stento. La verità è che alla polizia, suo malgrado, è stato affidato il ruolo di san Sebastiano, secondo l’immagine del ministro Amato che loro più prosaicamente traducono con un “siamo carne da macello”. E a leggere i giornali si capisce il perché: sembra che mediaticamente siano meglio quindici agenti feriti che quindici no global contusi. Così al prefetto è stata tributata la toga del trionfo, e il Manifesto può non titolare “Polizia assassina”.
(Articolo tratto da Il Foglio)
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categorie: politica

Biennale di Venezia

Sfogliando i giornali inglesi, sempre che si possa usare il termine sfogliare per i giornali online, la 52°Biennale d'arte di Venezia viene descritta come una delle migliori di sempre, e probabilemnte è vero visto che i giornali Inglesi non sono mai teneri nei confronti di qual si voglia evento organizzato in italia.
postato da: CesareAugusto82 alle ore 10:43 | link | commenti
categorie: venezia, arte

Europa più corta con i treni veloci Francia e Germania uniscono le reti

Dal week end sono iniziati i collegamenti tra Parigi e Francofortecompletando una rete continentale che fa concorrenza agli aerei Europa più corta con i treni veloci Francia e Germania uniscono le reti
 BERLINO - In Italia si litiga e ci si divide sulla Tav, l'alta velocità ferroviaria. Nel cuore dell'Europa invece la Tav diventa transnazionale. Da sabato scorso i treni ad alta velocità francesi (i famosi Tgv) e tedeschi, cioè gli Ice 3 della Siemens, collegano Parigi a Francoforte e Stoccarda. Entrambi i collegamenti in meno di quattro ore, da città a città. L'alta velocità nel cuore della vecchia Europa diventa quindi pienamente competitiva e concorrenziale con l'aereo. E la nascita del nucleo duro franco-tedesco della Tav europea spinge altri paesi a collegarsi con la massima fretta. E presto l'estesa, rapidissima rete della Alta velocidad espanola sarà collegata alla rete francese e del resto dell'Europa centrale. E' un nuovo mondo straordinario, quello che francesi e tedeschi fanno nascere sui binari del vecchio continente. Il treno, mitico trasporto di lusso nella Belle époque dell'Orient Express, ora è il mezzo del futuro. Un mondo da cui l'Italia con le sue polemiche, le sue lotte politiche e i suoi ritardi sulla Tav rischia di restare tagliata fuori. Mentre è invece pronta ad agganciarsi la Spagna, che con entrate tributarie nazionali e aiuti della Ue ha costruito in pochi anni una rete tav che noi possiamo solo sognare: Madrid-Barcellona in 2 ore e 20, più collegamenti ad alta velocità Madrid-Siviglia e da Barcellona al sud della costa mediterranea. Concorrenziale con l'aereo, anche là dove esiste da decenni il puente aereo, cioè un volo ogni 10 minuti Madrid- Barcellona a prezzi modici con il check-in lampo. L'Europa del futuro è già cominciata. Ancora una volta, grazie agli ex nemici di secoli di guerre: francesi e tedeschi. L'investimento è stato pesante: 3,6 miliardi di euro. Di questi, 3 miliardi netti per le nuove linee, 570 per l'ammodernamento di linee esistenti, 8 milioni per rendere i treni capaci di viaggiare con le diverse tensioni di corrente e sui diversi sistemi elettronici di sicurezza, 28 per i lavori elettronici sulla rete. Un esborso enorme, ma il risultato si fa vedere. Parigi- Francoforte in 3 ore e 49 minuti, da centro città a centro città. Parigi-Stoccarda in 3 ore e 39. Mète tedesche che diventano raggiungibili anche da Londra, dove correndo sotto la Manica il Tgv arriva da Parigi in 2 ore e 50. L'obiettivo comune delle ferrovie francesi Sncf e della tedesca Deutsche Bahn (Db) è aumentare i passeggeri del 50 per cento entro in 2012. Attirandoli con biglietti a non più di 99 euro, e con il vantaggio che i tempi di poche ore sono tempi di viaggio reale da centro città a centro città, senza doverci cioè aggiungere il viaggio all'aeroporto e il check-in un'ora e mezza prima del decollo. Così la Tav europea diventa pienamente utilizzabile. E i tratti che già esistevano si connettono a più destinazioni. L'interesse per il sistema è contagioso. Il Benelux è già nel sistema. Londra anche. Gli svizzeri inviano "pendolini" costruiti in casa da 220 orari fino a Monaco e Stoccarda, gli austriaci spingono a 230 all'ora i loro intercity internazionali grazie a potentissime locomotive. Gli spagnoli, detentori del record di velocità in Europa nei servizi regolari passeggeri con 360 orari, lavorano per agganciare la Madrid- Barcellona alla rete franco-tedesca. Cèchi, ungheresi, polacchi, scandinavi vogliono muoversi. L'Italia ha in mano il suo destino sui binari: può agganciarsi alla rete del futuro, o escludersi da sola.
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categorie: news, europa
sabato, 09 giugno 2007

Progetto Guggenheim per Torino

Chiamparino lancia l'idea durante la visita a New York. Le sesta sede del museo potrebbe nascere nell'ex Ogr Se Torino diventerà la sesta sede del Guggenheim Museum nel mondo lo dovrà probabilmente a un risotto. Galeotta fu la tavola attorno a cui, in maggio, si sono incontrati il sindaco di Torino Sergio Chiamparino, l’amministratore delegato di Intesa Sanpaolo Corrado Passera, il direttore dello Staff College Staffan De Mistura e Tom Banks del Guggenheim. Si era a New York, Palazzo di vetro delle Nazioni Unite. In quel momento ambasciatori e personalità degustavano le prelibatezze preparate dagli undici cuochi piemontesi sbarcati all’Onu per il «Food Festival». E tra un apprezzamento e un bicchiere di Barolo, ecco l’idea. Quasi buttata lì, tra i tovaglioli della tavola, per fare conversazione. «Torino sarebbe un’ottima sede per il Guggenheim, perché non ci viene a trovare?».Al ritorno a Torino, l’idea è piaciuta, ha cominciato a prendere forma. E così ci si è messi al lavoro. Con De Mistura, direttore della scuola per alti funzionari dell’Onu, a stabilire rapporti e il sindaco a coltivarli. Alla fine la visita c’è stata. Memore del risotto, e delle buone chiacchiere, l’esponente del Guggenheim a Torino c’è venuto davvero, nelle scorse settimane. E ha fatto un giro per verificare se quel progetto nato un po’ per caso fosse davvero realizzabile. I ciceroni del Comune l’hanno accompagnato in giro per la città. L’idea era soprattutto quella di proporre la reggia di Venaria Reale come sede. Banks l’ha visitata, l’ha trovata splendida, ma non adatta. Per riuscire a farne un distaccamento dell’importante museo di arte moderna e contemporanea sulla Quinta Avenue ci sarebbero stati troppi lavori.Poi, però, l’ambiente idoneo è spuntato fuori. Quando Banks ha visto i 30.000 metri quadri delle ex Officine Grandi Riparazioni di via Castelfidardo, gli si è acceso un sorriso sul volto. Il passaggio successivo è stato contraccambiare il gentile invito. «Signor sindaco, perché a metà luglio non viene a visitare il Guggenheim di Bilbao, così le mostriamo che cosa abbiamo fatto da quelle parti?». Il distaccamento spagnolo ha dimensioni simili a quelle delle ex Officine Grandi Riparazioni: 32.500 metri quadri studiati e disegnati dalle effervescenti linee dinamiche dell’architetto nordamericano Frank O. Gehry. È costato 300 milioni di dollari. Per rimettere in sesto le ex Ogr ce ne vorrebbero 500. Ma dove trovarli?È stato a quel punto che la tavola è tornata utile un’altra volta. Il sindaco ha subito informato Corrado Passera dei passi avanti fatti. E quest’ultimo pare si sia dimostrato molto entusiasta. Tanto da promettere il suo impegno nel reperimento dei fondi. Il progetto è ancora in fase embrionale, ma i contatti che ci sono stati fanno ben sperare. Soprattutto per le ex Ogr, da tempo indicate come futura sede della Gam ma con problemi di finanziamento.
postato da: CesareAugusto82 alle ore 18:46 | link | commenti (2)
categorie: architettura, arte, torino