La battaglia contro il fisco è arrivata anche negli Stati Uniti, dove ci sono diversi gli imprenditori che non vogliono più pagare meno tasse dei loro dipendenti. Insomma, dopo che l'europeo Nicholas Ferguson ha detto che i manager del private equity e degli hedge fund a causa delle regole sulla tassazione del capital gain «pagano meno tasse di una donna delle pulizie», adesso a richiamare l'attenzione sul tema della perequazione fiscale è sceso in campo il terzo uomo più ricco del mondo, Warren Buffett. Il fondatore della Berkshire Hathaway, che ha un patrimonio personale di oltre 53 miliardi di dollari, ha tirato due conti. Fra stipendio (da funzionario) alla Berkshire Hathaway e dividendi vari gode di entrate per 46 milioni di euro all'anno. E le tasse? Fra un beneficio e l'altro paga solo il 17,7%, quasi la metà dell'aliquota media che sopportano i suoi dipendenti (32,9%). Sarà un caso isolato? Lui pensa di no. Anzi, offre 1 milione di dollari all'imprenditore americano che gli dimostrerà di pagare più tasse della propria segretaria. Parola di Warren Buffett.
sono in rapida crescita, con 70,9 miliardi di dollari di nuovi investimenti nel 2006, pari a un incremento del 43 % rispetto all'anno precedente e la tendenza pare confermata anche per il 2007. È questo il dato più eclatante riportato nel rapporto Global Trends in Sustainable Energy Investment 2007 appena pubblicato dall'UNEP, che presenta un quadro dello stato attuale dello sviluppo delle energie rinnovabili (RE) e dell'efficienza energetica (EE). In particolare, i settori che vedono i più elevati livelli di investimento sono quelli eolico, solare e dei biocombustibili, riflettendo la maturità delle tecnologie, l'esistenza di incentivi politici, e le aspettative degli investitori. In questo ambito i livelli di investimento negli Stati Uniti e nell'Unione Europea a 27 sono paragonabili, anche se negli Stati Uniti i flussi finanziari provengono dal settore privato molto più di quanto non avvenga in UE. Cina, India e Brasile sono invece i paesi in via di sviluppo che si stanno adeguando con maggior velocità a questa tendenza negli investimenti. Nel rapporto si osserva che gli investimenti nelle energie sostenibili sono sostenuti da una serie di provvedimenti di carattere politico e amministrativo, che in molti paesi includono un ampio spettro di misure tariffarie e agevolazioni fiscali, che complessivamente riescono a creare un ambiente globalmente stabile, utile a una crescita continua del settore. "Questo mercato - prosegue il rapporto - ha raggiunto una massa critica tale per cui, anche se il
prezzo del petrolio scendesse al di sotto dei $40, gli investimenti probabilmente rallenterebbero in alcune aree, ma comunque non stagnerebbero." L'investimento in ricerca e sviluppo (R&S) è arrivato a toccare i 16,3 miliardi di dollari contro i 13 miliardi di dollari del 2005. Tuttavia, nota il rapporto, l'Europa dei 27 in questo ambito sembra un poco in ritardo, a causa del coinvolgimento relativamente più basso del settore privato. In Europa questo infatti copre il 55% della R&S, contro il 64% che si ha negli Stati Uniti e addirittura il 75% del Giappone. Anche il mercato dell'efficienza energetica è significativo, prosegue il rapporto, anche se appare in una certa misura "invisibile". Il segmento più visibile di questo mercato è rappresentato dall'investimento in tecnologie, che nel 2006 ha toccato gli 1,1 miliardi di dollari, contro i 710 milioni dell'anno precedente. Il rapporto nota infine un progressivo spostamento dei capitali verso i paesi in via di sviluppo, che nel 2006 hanno visto i maggiori investimenti privati. Cina, India e Brasile rappresentano al momento i principali produttori e i principali mercati per le energie sostenibili.
Cieco doveva essere. E cieco, alla fine è stato. Il Blind trust creato da Hillary e Bill Clinton nel ´93 per gestire il patrimonio azionario della coppia presidenziale più trendy d´America regala al resto del mondo una lezione di democrazia azionaria. Il fondo è stato liquidato e trasformato in 25 milioni di dollari contanti per evitare conflitti d´interesse all´ex First Lady candidata alla Casa bianca. E tra la sorpresa generale è saltato fuori che una della partecipazioni più consistenti in portafoglio era quella nella News Corp di Rupert Murdoch, storico sostenitore dei repubblicani e fustigatore dei democratici attraverso la sua Fox News. Come se Silvio Berlusconi avesse investito in Unipol o se Romano Prodi avesse parcheggiato i suoi risparmi in titoli Mediaset. I Clinton sono saltati sulla sedia. Non per le scelte dei gestori – se si chiama Blind trust ci sarà un motivo – ma per le tasse che dovranno pagare sui capital gain. Non faticheranno comunque a pagarle. L´attività oratoria di Bill, ormai, rende più di Wall Street: nel 2006 grazie ai discorsi in pubblico l´ex-presidente ha guadagnato 10 milioni.
Uno sviluppo molto positivo, se si considera che ancora nel 2001 la crescita non superava il 5%, ma che ancora non è sufficiente per raggiungere l'obiettivo fissato dai Millenium development goals delle Nazioni Unite di dimezzare il tasso di povertà entro il 2015. Per tagliare questo traguardo sarebbe infatti necessaria una crescita annuale del 7%. Alcuni gravi problemi strutturali, segnalano le analisi del World Economic forum, frenano ancora l'espansione economica dell'Africa. In primo luogo le imprese sono tuttora penalizzate dalla difficoltà di accesso al credito: il rapporto del summit suggerisce perciò di implementare politiche che favoriscano la trasparenza e le certificazioni contabili. Altra grave questione è la carenza di infrastrutture: in particolare energia e trasporti rappresentano i più grandi ostacoli allo sviluppo africano. A causa delle continue interruzioni di elettricità, le imprese devono rinunciare almeno all'8% del loro potenziale di vendita, mentre i ritardi nei trasporti determinano un altro 3% in meno nel fatturato. Un altro nodo cruciale è rappresentato dall'educazione, e in particolar modo dalla mancanza di lavoratori qualificati: eppure ogni anno circa 20mila professionisti africani emigrano all'estero, spesso senza fare più ritorno al proprio paese d'origine. E così uno stato come il Sudafrica, dove il tasso di disoccupazione è intorno al 26%, si trova costretto a importare manodopera specializzata. Anche nell'educazione primaria i progressi sono stati sinora insufficienti, anche se molti capi di stato presenti a Città del Capo hanno rinnovato il loro impegno in tal senso. Tornando invece agli aspetti positivi, l'Africa negli ultimi anni non è stata lacerata come in passato dalla guerra, e questo ha agevolato l'afflusso di investimenti esteri e gli scambi commerciali: la democrazia stenta però a mettere le radici nel continente ed è diffusa solo in otto stati dell'Africa subsahariana, mentre il rapporto sottolinea con preoccupazione la crescente proliferazione dei gruppi legati al fondamentalismo islamico. Una situazione che comporta ovviamente implicazioni anche per l'economia, perché i paesi che hanno mostrato i tassi di crescita più positivi sono quelli dotati di istituzioni politiche stabili e rappresentative. Altri progressi segnalati dal Forum sono costituiti dalla telefonia mobile, che grazie al successo dei servizi prepagati è stata in molti paesi un autentico volano per l'economia, e dalla lotta alle malattie endemiche come la malaria, mentre molto rimane da fare nel campo della lotta all'Aids. Per il futuro, oltre alla ricerca di nuove strade per lo sviluppo economico, la grande sfida dell'Africa si chiama urbanizzazione: entro il 2025 oltre la metà degli abitanti del continente vivrà nelle città, e nei successivi 25 anni la popolazione delle aree urbane crescerà a un ritmo doppio rispetto a quello delle aree rurali. Questo processo dovrà necessariamente comportare fortissimi investimenti in aree come trasporti, energia, educazione e strutture igienico-sanitarie.
e loro sono costretti a chiedere il voto contro quello che hanno sempre voluto: l’aumento delle tasse. L’Iva al 24,6 per cento – cinque punti in più – potrebbe far paura per gli effetti inflazionistici e i consumi. Ma gli economisti rassicurano: l’operazione è economicamente a costo zero. I 40 miliardi di euro ricavati vanno a finanziare la riduzione di cinque punti del costo del lavoro per le imprese, con conseguente aumento della competitività e sensibile crescita dell’occupazione, che limitano un eventuale calo dei consumi. Ma, in concorrenza, se l’imprenditore è razionale e furbo, abbasserà il prezzo di vendita dei prodotti Iva esclusa della stessa proporzione in cui diminuiscono i costi di produzione. Insomma, i prezzi Iva inclusa non si muovono, l’inflazione è ferma, l’occupazione cresce e i consumi aumentano. Senza che lo stato abbia sborsato un solo euro. Inventato dai danesi, il cuneo fiscale sarkozista è già collaudato con successo da Angela Merkel. Sei mesi dopo l’aumento di 3 punti dell’Iva in Germania, tutti gli indicatori sono positivi: la disoccupazione scende, i conti pubblici sono in equilibrio e le esportazioni corrono. Perché l’Iva sociale ha un vantaggio per le economie irreggimentate dalla zona euro: effetti analoghi alla svalutazione della moneta. Le esportazioni sono più competitive, il prezzo dei prodotti importati aumenta del 5 per cento e le delocalizzazioni rallentano. “Non è uno scandalo se le magliette cinesi servono un po’ a finanziare la nostra protezione sociale”, ha spiegato il primo ministro, François Fillon. Per compensare inghippi, c’è il resto del pacchetto fiscale: detassazione degli straordinari, scudo sull’imposizione al 50 per cento del reddito, deducibilità degli interessi sul mutuo – 7.500 euro di potere d’acquisto in più a famiglia – e abolizione della tassa di successione per il coniuge. La rivoluzione economica di Sarkozy è meno tasse per tutti e, semmai, indirette.
La febbre delle fusioni bancarie non ha contagiato la Germania. Eppure sarebbe tempo che lo facesse, dice Jan Pieter Krahnen, dell’Università di Francoforte: «Il resto dell’Europa è andato avanti, c’è il pericolo che il consolidamento delle banche tedesche venga fatto dagli stranieri. Se si aprirà una breccia legislativa, proveranno a entrare». Finora il vallo di protezione è stato l’impenetrabile sistema delle «tre colonne»: banche private, istituti di diritto pubblico, casse di risparmio e cooperative locali. Ma dopo la guerra per Abn Amro, i banchieri tedeschi non si sentono più così protetti, anche se pubblicamente continuano a dire che in Germania non ci sono le condizioni per una scalata ostile dall’esterno.Le ostilità sono tutte interne. E producono, anziché fusioni, modeste solitudini. E’ di ieri la notizia che l’interesse della Banca regionale del Baden-Wuerttemberg Lbbw verso quella della Bassa Sassonia NordLb non ha portato alle auspicate nozze. Il ministro delle Finanze di Hannover, Hartmut Moellring, ha
spiegato così il suo «no» a Stoccarda: «Le differenze sono troppo grandi. E noi non abbiamo motivo per finire sotto l’ala di un partner dominante». Al settimanale «Spiegel» ha poi confermato che le strategie bancarie per il futuro dell’economia tedesca vengono disegnate nella provincia profonda e dunque il Paese, che pure è campione mondiale di export, dal punto di vista degli istituti di credito non è strutturato per un’economia globale.Da anni, dice l’analista Wolfgang Kaden, «seguiamo con crescente rassegnazione la tragedia che ci offrono le banche, sia pubbliche sia private: nelle une, a impedire le fusioni è l’ego dei capi, nelle altre l’attaccamento alle prebende dei politici». Il risultato è che, mentre l’industria tedesca si colloca sulle vette internazionali, le banche sono fanalino di coda. C’è stato un tempo in cui Deusche Bank era la numero uno al mondo. Ora è, per capitalizzazione alla Borsa, numero 23 al mondo e numero 15 in Europa. La seconda banca tedesca, Commerzbank, in dieci anni è scivolata dal numero 27 al 46. Hypovereinsbank, gloria della Baviera, è una filiale di Unicredit. E la Dresdnerbank è finita negli asset del colosso delle assicurazioni Allianz. Dopo il caso dell’olandese Abn Amro, secondo Kaden, la situazione è davvero drammatica: «Questa vicenda è il nuovo parametro europeo, a Francoforte è stata percepita come un’avvisaglia. Chi cerca nuove vittime le troverà presto in Germania». Negli Anni 90 la strategia bancaria tedesca è stata la corsa all’Est appena riunificato, che sembrava offrire grandi possibilità di crescita. Poi però dalle torri di Francoforte si è visto che i competitori si allargavano altrove, con accorte fusioni. Per correre ai
ripari, si sono testate tutte le combinazioni possibili: Deutsche Bank con Dresdnerbank, Commerzbank con Dresdnerbank, Hypovereinsbank con Commerzbank. Nulla è andato in porto: i banchieri hanno capito subito che i posti nei consigli d’amministrazione sarebbero stati troppo pochi per le ambizioni di tutti. Corresponsabile è l’élite politica, che si è rifiutata di aprire ai privati le banche pubbliche. Che in ogni caso sono così frammentate che nonostante il loro enorme potenziale - tutte insieme costituirebbero la più grande banca del mondo - non hanno nessun ruolo neppure sulla scena interna.Questo provincialismo assurdo non può più reggere, mentre negli altri Paesi galoppano le fusioni: i crediti all’industria tedesca. dicono tutti, non possono dipendere da decisioni prese a Londra, Milano o New York. Siegfried Jaschinski, capo della Lbbw, deluso per la mancata fusione con NordLb, ha detto allo Spiegel: «Questo Paese ha bisogno di una grande banca che sia ben radicata nel panorama industriale tedesco. Questo era il ruolo di Deutsche Bank, che però da molto tempo non lo svolge più, perché è diventata prevalentemente una banca di investimenti». Le alternative sono due: o una riforma del diritto pubblico, che apra le banche regionali al capitale privato. O una fusione delle banche statali, che unite avrebbero una forza d’urto internazionale: le otto banche regionali valgono insieme 1,8 miliardi di euro. Invece vanno in ordine sparso, chiudendo gli occhi di fronte a quello che succede al di là delle frontiere.
Dal week end sono iniziati i collegamenti tra Parigi e Francofortecompletando una rete continentale che fa concorrenza agli aerei Europa più corta con i treni veloci Francia e Germania uniscono le reti
di restare tagliata fuori. Mentre è invece pronta ad agganciarsi la Spagna, che con entrate tributarie nazionali e aiuti della Ue ha costruito in pochi anni una rete tav che noi possiamo solo sognare: Madrid-Barcellona in 2 ore e 20, più collegamenti ad alta velocità Madrid-Siviglia e da Barcellona al sud della costa mediterranea. Concorrenziale con l'aereo, anche là dove esiste da decenni il puente aereo, cioè un volo ogni 10 minuti Madrid- Barcellona a prezzi modici con il check-in lampo. L'Europa del futuro è già cominciata. Ancora una volta, grazie agli ex nemici di secoli di guerre: francesi e tedeschi. L'investimento è stato pesante: 3,6 miliardi di euro. Di questi, 3 miliardi netti per le nuove linee, 570 per l'ammodernamento di linee esistenti, 8 milioni per rendere i treni capaci di viaggiare con le diverse tensioni di corrente e sui diversi sistemi elettronici di sicurezza, 28 per i lavori elettronici sulla rete. Un esborso enorme, ma il risultato si fa vedere. Parigi- Francoforte in 3 ore e 49 minuti, da centro città a centro città. Parigi-Stoccarda in 3 ore e 39. Mète tedesche che diventano raggiungibili anche da Londra, dove correndo sotto la Manica il Tgv arriva da Parigi in 2 ore e 50. L'obiettivo comune delle ferrovie francesi Sncf e della tedesca Deutsche Bahn (Db) è aumentare i passeggeri del 50 per cento entro in 2012. Attirandoli con biglietti a non più di 99 euro, e con il vantaggio che i tempi di poche ore sono tempi di viaggio reale da centro città a centro città, senza doverci cioè aggiungere il viaggio all'aeroporto e il
check-in un'ora e mezza prima del decollo. Così la Tav europea diventa pienamente utilizzabile. E i tratti che già esistevano si connettono a più destinazioni. L'interesse per il sistema è contagioso. Il Benelux è già nel sistema. Londra anche. Gli svizzeri inviano "pendolini" costruiti in casa da 220 orari fino a Monaco e Stoccarda, gli austriaci spingono a 230 all'ora i loro intercity internazionali grazie a potentissime locomotive. Gli spagnoli, detentori del record di velocità in Europa nei servizi regolari passeggeri con 360 orari, lavorano per agganciare la Madrid- Barcellona alla rete franco-tedesca. Cèchi, ungheresi, polacchi, scandinavi vogliono muoversi. L'Italia ha in mano il suo destino sui binari: può agganciarsi alla rete del futuro, o escludersi da sola.
maggio, si sono incontrati il sindaco di Torino Sergio Chiamparino, l’amministratore delegato di Intesa Sanpaolo Corrado Passera, il direttore dello Staff College Staffan De Mistura e Tom Banks del Guggenheim. Si era a New York, Palazzo di vetro delle Nazioni Unite. In quel momento ambasciatori e personalità degustavano le prelibatezze preparate dagli undici cuochi piemontesi sbarcati all’Onu per il «Food Festival». E tra un apprezzamento e un bicchiere di Barolo, ecco l’idea. Quasi buttata lì, tra i tovaglioli della tavola, per fare conversazione. «Torino sarebbe un’ottima sede per il Guggenheim, perché non ci viene a trovare?».Al ritorno a Torino, l’idea è piaciuta, ha cominciato a prendere forma. E così ci si è messi al lavoro. Con De Mistura, direttore della scuola per alti funzionari dell’Onu, a stabilire rapporti e il sindaco a coltivarli. Alla fine la visita c’è stata. Memore del risotto, e delle buone chiacchiere, l’esponente del Guggenheim a Torino c’è venuto davvero, nelle scorse settimane. E ha fatto un giro per verificare se quel progetto nato un po’ per caso fosse davvero realizzabile. I ciceroni del Comune l’hanno accompagnato in giro per la città. L’idea era soprattutto quella di proporre la reggia di Venaria Reale come sede. Banks l’ha visitata, l’ha trovata splendida, ma non adatta. Per riuscire a farne un distaccamento dell’importante museo di arte moderna e contemporanea sulla Quinta Avenue ci sarebbero stati troppi lavori.Poi, però, l’ambiente idoneo è spuntato fuori. Quando Banks ha visto i 30.000 metri quadri delle ex Officine Grandi Riparazioni di via Castelfidardo, gli si è acceso un sorriso sul volto. Il passaggio successivo è stato contraccambiare il gentile invito. «Signor sindaco, perché a metà luglio non viene a visitare il Guggenheim di
Bilbao, così le mostriamo che cosa abbiamo fatto da quelle parti?». Il distaccamento spagnolo ha dimensioni simili a quelle delle ex Officine Grandi Riparazioni: 32.500 metri quadri studiati e disegnati dalle effervescenti linee dinamiche dell’architetto nordamericano Frank O. Gehry. È costato 300 milioni di dollari. Per rimettere in sesto le ex Ogr ce ne vorrebbero 500. Ma dove trovarli?È stato a quel punto che la tavola è tornata utile un’altra volta. Il sindaco ha subito informato Corrado Passera dei passi avanti fatti. E quest’ultimo pare si sia dimostrato molto entusiasta. Tanto da promettere il suo impegno nel reperimento dei fondi. Il progetto è ancora in fase embrionale, ma i contatti che ci sono stati fanno ben sperare. Soprattutto per le ex Ogr, da tempo indicate come futura sede della Gam ma con problemi di finanziamento.