(Interessante articolo di Mario Sconcerti sulle finanze del calcio italiano)
Le difficoltà di mercato del Milan, il tratto basso di molti «grandi» nostri acquisti rispetto a quelli del calcio europeo (si sono mossi Henry, Tevez, Abidal, Torres, Toni, Klose, Ribéry, Nani, Pepe, Malouda) fanno pensare a un nostro ritorno alla povertà.E così? Non credo. Il calcio italiano è vecchio e ha senz'altro problemi in più di quello inglese o spagnolo, ma non è più povero. I tempi che rimpiangiamo erano tempi di debiti.L'Inter ne ha fatti e continua a farne più di tutti; il Milan sembra diverso da pochi mesi e ha il suo vantaggio fiscale liberando i propri deficit in quelli di Fininvest; Roma e Lazio sono arrivati a un passo dal fallimento, Fiorentina, Napoli e Torino sono proprio fallite, il Parma dei grandi è scivolato via con la famiglia Tanzi.Oggi invece, per la prima volta dopo molti anni, tutte le società di A e B hanno da subito i requisiti per iscriversi al campionato. Questo significa che i presidenti hanno fatto una cosa abbastanza inusuale per il nostro calcio: hanno messo soldi loro. Ora è chiaro che se si è deciso di ripianare i debiti si ha meno slancio per gli investimenti. Questo sta succedendo, ma non è un segno pessimo. Anche dal punto di vista tecnico era un mercato senza grandi obblighi. L'Inter è completa e ha comunque comprato molto e bene (Chivu, Suazo e Jimenez e Rivas, per ora). Il Milan ha una squadra difficile da migliorare e comunque ha stanziato cinquanta milioni per Pato e Baptista. La Juve ha comprato molto, perfino la Roma è tornata a fare mercato.La vera novità del calcio italiano viene dalle squadre medie piccole dove i vecchi equilibri sono stati ribaltati dall'arrivo dei diritti tv. Non avendo l'obbligo di essere troppo competitive, quel tipo di squadre sono adesso aziende addirittura attive. I diritti di Mediaset e Sky portano molti più soldi di quanto i loro presidenti abbiano mai potuto mettere. Infatti si è allargata una figura inconsueta, quella del presidente di professione di cui Anconetani e Gaucci furono i precursori. Segno che l'affare esiste.È in questa fascia di squadre che il calcio italiano è più fragile rispetto agli altri. Noi siamo forti ai vertici, scompariamo nel resto da anni proprio perché i risultati diminuiscono via via che si cerca più il profitto del calcio. Non è questo un giudizio morale, ognuno fa quel che crede, è solo un dato facilmente osservabile. È stata la debolezza delle squadre medio-piccole la vera diversità, quella che ha reso prevedibile il campionato degli ultimi anni. Troppa la differenza con le grandi.Non solo non sono arrivati giocatori importanti, ma italiani importanti sono andati all'estero (Toni, Bianchi, Lucarelli, Rossi). Questo è stato visto come un altro segnale di debolezza. A me sembra invece un buon sintomo e forse perfino un inizio di soluzione. I campionati esteri sono quella terra di mezzo che in Italia adesso non abbiamo. Tranne Toni, caso a parte, gli italiani che sono partiti sono tutti giocatori che erano grandi per le piccole squadre e piccoli per le grandi. Serviva quel mercato di mezzo che appunto in Italia non c'è. Ma è sbagliato preoccuparsi se finalmente riusciamo a esportare.Non ci sarà mai vera espansione senza allargarsi al mercato europeo. Su 736 giocatori iscritti all'ultimo Mondiale un terzo veniva dal campionato inglese. L'Italia era l'unica con l'Arabia Saudita ad avere solo giocatori del proprio campionato. Semmai dovremmo preoccuparci di capire perché molte volte gli italiani vanno male all'estero. Quello è il vero limite. Il rischio di venire globalmente «tagliati».È vero che abbiamo ancora molto da imparare dagli altri. Gli inglesi hanno una banca che sponsorizza la Premier con 60 milioni. Tutte hanno stadi di proprietà, molte hanno multinazionali che pagano perché gli stadi si chiamino con i loro nomi. Alcuni paesi hanno vantaggi fiscali. Molto si sta però muovendo anche in Italia.Si cercano i soldi per gli stadi. Si cerca di vendere di più e meglio il nostro calcio alle televisioni dei grandi paesi, il prossimo campionato sarà visto in Cina e in India. Si cominciano ad avere rapporti diversi con le banche, meno ufficiali, più penetranti e partecipativi. Si guarda ad esempio con grande attenzione alla vertenza tra Manchester e West Ham per Tevez. Vincesse il Manchester, cioè potesse essere proprietario di un calciatore anche una società privata e non solo una calcistica, si aprirebbero orizzonti per un leasing istituzionalizzato con grandi banche. Le società non avrebbero qualche giocatore iscritto come patrimonio, ma non avrebbero nemmeno il debito del suo acquisto. E nelle regole federali, per ogni euro che diventa debito bisogna fatturarne tre e mezzo. Come a dire che per coprire l'auspicabile acquisto di Eto'o, il Milan dovrebbe fatturare altri 175 milioni!In conclusione è un calcio italiano che si è rimesso in carreggiata e comincia a capirsi come azienda. Ha più idee che risorse, ma è l'unico tra i grandi campionati ad avere ancora possibilità di avventura. Dagli stadi al merchandising, dalla televisione agli sconti fiscali, gli altri hanno già avuto tutto.Ora può toccare a noi.