premier britannico, Gordon Brown con l'obiettivo di produrre immediati vantaggi nel campo degli aiuti allo sviluppo.I bond serviranno a vaccinare contro poliomielite, malaria e tubercolosi in 72 paesi del mondo."Chiunque può acquistare le obbligazioni, garantite da vari governi- ha specificato Graca Machel, moglie di Nelson Mandela e presidente del Gavi, l'organizzazzione a cui son stati affidati i soldi raccolti finora con la vendita dei bond (che rendono il 5% e sono garantiti da sette governi, tra cui quello italiano)- questi infatti pagano gli interessi e rimborsano l'ammontare delle obbligazioni stesse alla scadenza, mentre l'importo degli acquisti va direttamente alle popolazioni più bisognose, in particolare dei bambini per vaccinazioni su larga scala". "Del miliardo raccolto grazie alla prima emissione obbligazionaria a partire dal novembre 2006, fino ad oggi ne sono stati spesi già 912 milioni distribuiti in 43 tra i paesi più poveri del mondo" ha specificato la Machel.Il papa- bond nei prossimi anni, grazie ai 4 miliardi di dollari che si prevedono di raccogliere,contribuirà a prevenire la morte di cinque milioni di bambini entro il 2015 e quella di oltre cinque milioni di adulti attraverso la vaccinazione nell'ambito di campagne contro il morbillo, il tetano e la febbre gialla. Nel primo anno di vita 181 milioni sono stati spesi per assicurare la fornitura del vaccino pentavalente, che rende immuni da cinque malattie, 114,6 milioni sono stati destinati a programmi per il potenziamento dei sistemi sanitari, 191 milioni sono stati destinati a introdurre nuovi vaccini e 139 milioni sono stati utilizzati per le campagne contro il morbillo. "La domanda di vaccini è quasi raddoppiata, passando da 12 milioni di dosi nel 2005 a 23 milioni nel 2007- fanno sapere dal Gavi- i fondi messi a disposizione dall'IFFIm per una scorta di vaccino contro la febbre gialla hanno permesso di reagire prontamente a un'epidemia di questa malattia terribilmente contagiosa e letale, scoppiata in Camerun nel 2007. L'obiettivo è raddoppiare, tra il 2007 e l'inizio del 2008, il numero di donne- fino a 26 milioni- che beneficiano del vaccino contro il tetano".
omprando sempre più "fette" di aziende occidentali. Il caso del governo di Abu Dhabi che, attraverso il fondo Adia, è diventato l'azionista numero uno del colosso Citigroup, è sempre meno isolato. E' un fenomeno in crescita quello dei fondi statali alimentati dai proventi di petrolio e materie prime che stanno assumendo un ruolo sempre più importante sui mercati finanziari. I proventi dell'oro nero vengono dunque smpre più spesso utilizzati per rilevare partecipazioni importanti in imprese. E questo solleva a volte anche qualche preoccupazione. I fondi statali che si cimentano in queste oeprazioni sono in mano a Paesi produttori di petrolio e dell'Estremo oriente. "Nella misura in cui le eccedenze crescono, salgono anche gli investimenti", sottolinea Sandro Merino, economista dell'Ubs, la maggiore banca svizzera. In uno studio pubblicato di recente proprio da Ubs, l'ammontare di tali fondi viene stimatato a 2500 miliardi di dollari. Il più dotato attualmente è quello dell'Emirato di Abu Dhabi con patrimoni di circa 700 miliardi di dollari. Sono valutati a 300-400 miliardi di dollari i fondi di Stato della Norvegia e della società statale di investimento della Cina, mentre altri ingenti fondi si trovano nell'Arabia Saudita, a Singapore, nel Kuwait e in Russia. La Abu Dhabi Investment Authority si è comprata per 7,5 miliardi di dollari il 4,9% della banca americana Citigroup diventando il primo azionista. Il giorno prima la Dubai International Capital aveva annunciato l'acquisto di una partecipazione significativa nella giapponese Sony, mentre lo scorso maggio lo stesso gruppo aveva effettuato un investimento analogo nel colosso finanziario britannico Hsbc. E l'elenco
continua. La banca statunitense Bear Stearns il mese scorso ha venduto il 6% del suo capitale al colosso cinese del brokeraggio Citic Securities. Salvo il caso della Norvegia e dell'Australia, tali fondi statali provengono in gran parte da Paesi emergenti e suscitano grande diffidenza. Così la società di investimento di Abu Dhabi si è affrettata a dire che rinuncia a rivendicare un seggio nel consiglio di amministrazione di Citigroup, rileva ancora Merino nello studio Ubs.Il settore bancario rappresenta un investimento interessante vista la sua grande frammentazione. Secondo l'economista dell'Ubs, l'entrata di Abu Dhabi in Citigroup non è dettata da motivazioni strategiche. Un altro tentativo, quello della società Dubai Ports World di rilevare nel 2006 diverse società di gestione portuali americane era fallito a causa di timori degli Usa per la sicurezza nazionale. Stessa sorte per il tentativo nel 2005 di una società statale cinese di acquistare la compagnia petrolifera americana Unocal.Anche in Europa gli investitori non vengono accolti a braccia aperte. In Germania era stata discussa la possibilità di creare un'agenzia di controllo a difesa delle ditte tedesche. Sicuramente ci sono anche operazioni di fondi statali motivati strategicamente, osserva Marino. Fra queste figura il progetto di partecipazione russa nel consorzio aereo europeo Eads che controlla il fabbricante di aerei Airbus. Voler vedere intenti politici dietro ogni investimento è un giudizio superficiale, secondo l'esperto Ubs. In Svizzera gli investitori provenienti da Paesi produttori di petrolio sono saliti alle luci della ribalta al momento dell'acquisto, un anno fa, per 1,6 miliardi di franchi della ex filiale di Swissair Sr Technics da parte di un consorzio del Dubai.
Il 20% di energia sarà rinnovabile Piano per ridurre le emissioni del 40% entro il 2020. La corsa al risparmio diventa business A modo loro, i vignaioli tedeschi si sono adattati al surriscaldamento del clima. Un vino da dessert, l'Eiswein, realizzato con grappoli raccolti in inverno quando la temperatura è sotto zero di almeno sette gradi, è ormai difficilissimo da produrre: la stagione scorsa, la vendemmia è stata possibile solo il mattino del 27 dicembre e del 26 gennaio. Così, molti produttori hanno rovesciato il loro mondo e sono passati al Trockenbeerenauslese, estratto da grappoli essiccati sulla vite. Succede che, allo stesso modo, l'effetto serra, in Germania, sta rovesciando il modo di vivere e di lavorare di tutti. Un po' per forza, molto perché la cancelliera Angela Merkel e il suo governo di Grande Coalizione hanno deciso di fare della lotta al cambiamento del clima la «priorità più alta» del loro programma. E hanno deciso di puntare, tra le altre cose, sulle energie rinnovabili: scelta coraggiosa perché non tutti, nel mondo, pensano che questa sia la strada più facile per combattere l'effetto serra. La settimana prossima, dunque, alla conferenza sul clima indetta a Bali dalle Nazioni Unite, la Germania vorrebbe giocare un ruolo di punta. Per convinzione. Ma anche perché Frau Merkel e il suo ministro dell'Ambiente Sigmar Gabriel sostengono che questa sia anche un'occasione per proiettare l'economia tedesca nel Ventunesimo Secolo, se è vero che quello legato all'ambiente, e in particolare quello delle energie alternative ai combustibili fossili, sarà uno dei business a maggiore crescita. La scommessa è alta. Il Programma Integrato per l'Energia e il Clima è la cornice entro la quale la signora Merkel fa rientrare i suoi obiettivi. In essenza, la cancelliera ha un piano per ridurre le emissioni tedesche di anidride carbonica del 40% (rispetto al livello del 1990) entro il 2020. E vuole che in quell'anno le energie rinnovabili arrivino a coprire il 20% di tutte le fonti, dall'8% o 12% attuale (a seconda di chi fa i calcoli). Se riuscisse in questo secondo obiettivo, la Germania diventerebbe il modello globale di lotta al «pianeta caldo ». E conquisterebbe un vantaggio competitivo in fatto di tecnologie del vento, del solare, delle biomasse sugli altri Paesi. Il piano — che dovrebbe essere perfezionato nelle prossime settimane — consiste in regole per l'installazione di sistemi nuovi di riscaldamento, in ulteriori collegamenti per lo sfruttamento dell'energia eolica, nella produzione di automobili a bassa emissione o elettriche oppure a idrogeno. Le nuove costruzioni dovranno poi essere a basso consumo di energia e almeno in parte alimentate da celle solari, biogas e pompe di calore. Ovviamente, il piano va anche oltre le energie alternative: ma è in questo campo dove la scommessa è probabilmente più forte. La portata delle misure è ampia.
E va ad aggiungersi alla riduzione di emissioni già effettuata dalla Germania negli anni scorsi: dai 1.228 milioni di tonnellate di anidride carbonica equivalente del 1990 ai circa mille del 2005 poi però saliti a 1.007 nel 2006. Così ampia che una parte consistente dell'industria vi si oppone. E che anche le associazioni degli inquilini hanno deciso di mobilitarsi contro: nel breve periodo, dicono, le energie alternative negli edifici sono troppo costose. Con il risultato che una parte dei ministri della Grosse Koalition cerca di frenare. Ma su questo la cancelliera ha giocato la sua reputazione e sostiene che la legge tedesca— che consente ai singoli condomini che producono energia solare in eccesso di rivenderla a prezzi vantaggiosi — offre già ora la possibilità di tenere bassi i costi delle energie alternative. Merkel e Gabriel sono convinti che questa spinta darà all'economia della Germania anni di vantaggio sulle altre. La ministra della Ricerca, Annette Schavan, ha appena lanciato un piano da un miliardo finalizzato a tenere insieme ricercatori e business e a tagliare i tempi di sviluppo dei prodotti innovativi nel campo delle energie rinnovabili. Infatti, i maggiori gruppi economici del Paese hanno iniziato a fare sul serio. OAS_AD('Bottom1'); Molti hanno fissato obiettivi di riduzione delle loro emissioni. Altri hanno trasformato le energie rinnovabili in un settore d'affari. Il gruppo Thyssen ha una società controllata che è la numero uno al mondo in tecnologie per l'energia dal vento. La Bosch spende il 40% della sua ricerca per sviluppare prodotti legati al risparmio di energia e alle tecnologie che non usano combustibili fossili. La settimana scorsa, la Solar di Berlino ha vinto un contratto per costruire sei impianti di produzione dell'energia solare in Puglia. E casi del genere di imprese tedesche che vincono contratti nelle energie rinnovabili sono sempre più frequenti in tutto il mondo.
un po' demo center, all'interno del quale l'assessorato all'innovazione potrà mostrare alle realtà locali imprenditoriali, accademiche e pubbliche, e al mondo quel che fa (e non è poco, come vedremo) nel campo dell'innovazione. E favorire l'incontro fra tutti i soggetti interessati, mettendo a disposizione quella che vuole diventare una vera e propria best practice. Partner tecnologico della Provincia è Cisco Systems, che a Brescia costruisce la terza light house europea, che si candida a centro d'eccellenza per quel che riguarda le reti wireless. Le altre due light house sono a Westminster, in Inghilterra, per la videosorveglianza, e ad Almere in Olanda, per le soluzioni di rete in fibra ottica. Una collaborazione ormai annosa, quella tra Cisco e l'ente pubblico bresciano, finalizzata allo sviluppo di piani di e-government e di innovazione approntati dalla Provincia di Brescia. La partnership ha portato sinora a una collaborazione stretta con la contea di Hillingdon (Uk) per lo scambio di esperienze in materia di e-government, l'introduzione di Net Ready (una metodologia di analisi che identifica i fattori critici di successo per portare a termine processi di e-government, sviluppare un modello per il calcolo del Roi e definire un business case per lo sviluppo del programma di e-government interno), la creazione di un forum permanente per lo scambio continuo con altre pubbliche amministrazioni italiane (pieno è l'appoggio dell'Upi, Unione Province Italiane) e straniere, l'impegno strenuo per colmare il digital divide (il territorio bresciano è in gran parte montuoso), la costituzione di un centro di competenza per l'e-government, e altro ancora. Partner attivi nel competence center, oltre a Cisco, sono il Politecnico di Milano, la Camera di Commercio di Brescia, la Sda Bocconi (progetto di Crm), Esri Italia (per la realizzazione del sistema informativo territoriale e il datawarehouse geografico). Oggi arriva questa Light House, nata appunto dalla collaborazione con Cisco all'interno del competence center, che sarà il "contenitore" di tutte le iniziative della Provincia di Brescia in tema di e-gov. "Fino ad alcuni mesi fa sono stati i tecnici e gli
amministratori bresciani a recarsi all'estero per studiare ciò che enti più all'avanguardia stavano realizzando – dice Corrado Ghirardelli, assessore all'innovazione della Provincia di Brescia - Ora è arrivato il momento, anche per Brescia, di mettersi in vetrina e di offrire come modello le sua migliori pratiche". All'interno della Light House saranno affrontati temi quali il progetto banda larga (modello organizzativo, business plan, contratto di servizio, ritorno economico sul territorio, tecnologia), il Cst Centro Servizi Territoriali con i servizi offerti a comuni, cittadini e imprese (e-procurement, firma digitale, posta elettronica certificata, e-payement, protocollo informatico, archiviazione ottica, videosorveglianza, ecc.), il progetto eScuola per facilitare la comunicazione on line famiglie-scuole, il digitale terrestre, il competence center. La stretta collaborazione con Upi dovrebbe portare le eccellenze bresciane alla conoscenza degli altri territori italiani; grazie a Cisco, la Provincia potrà mostrare anche in Europa e nel mondo i risultati e i progetti portati avanti nella provincia più vasta di Lombardia.E' clamoroso, ma il quotidiano Kommersant lo da' per quasi fatto: sarà Silvio Berlusconi il futuro capo della joint venture Gazprom-Eni 'South Stream', in qualità di ex premier italiano. Così come nel progetto russo-tedesco Nord Stream, dove l'ex cancelliere federale tedesco Gerhard Schroeder è nella veste di presidente e direttore generale della compagnia competente. L'ipotesi non è smentita dal portavoce di Gazprom.
milioni di passeggeri, previsti per quella data.La proposta avanzata dal ministro dei Trasporti Ruth Kelly è essenziale per mantenere competitiva l'economia e fare fronte alle sfide di altri grandi aeroporti rivali come il Charles de Gaulle a Parigi che ha 4 piste e quello di Schipol ad Amsterdam che ne ha ben 5. Per Heathrow, che vanta il maggiore traffico internazionale d'Europa, la decisione è cruciale. Due giorni fa il chief executive di British Airways, Willie Walsh ha detto che «non costruire la terza pista equivarrebbe a gettare la spugna» rinunciando a 9 miliardi di sterline annue (13 miliardi di euro) di benefici. L'aerostazione di Heathrow è peraltro a propria volta oggetto di ambiziosi programmi di espansione: il 5 marzo del prossimo anno aprirà il Terminal 5. E la creazione di un sesto terminal è allo studio. Nel frattempo sia il sindaco di Londra Ken Livingstone sia il comune di Hillingdon su cui lo scalo sorge, hanno dato il permesso per una ristrutturazione da 1,5 miliardi di sterline (2 miliardi di euro) della parte Est del terminal che fonderà in una sola struttura gli attuali Terminal 1 e 2, oltre al rifacimento del Terminal 4. Il nuovo "Heathrow East" al posto dei Terminal 1 e 2 dovrà essere pronto prima delle Olimpiadi di Londra del 2012.Al progetto della nuova pista si oppongono associazioni di ecologisti e gli abitanti locali. La pista comporterebbe infatti tra l'altro la demolizione di 260 edifici. Quanto peggio, secondo gli ecologisti, aumenterà fortemente le emissioni di CO2 contraddicendo in pieno i progetti annunciati dallo stesso Brown (si veda articolo) di tagliarle dal 60% all'80% nel 2050. I verdi dubitano che la nuova pista benefici l'economia e propongono di mantenere due piste, riducendo i voli a corto e medio raggio in Europa che possono essere sostituiti dal treno, incrementando i voli a lungo raggio provenienti da Usa India e Cina che favoriscono realmente il mondo del business. Secondo Walsh è invece possibile trovare soluzioni per ridurre le emissioni future.L'annuncio del Governo sarà oggetto di consultazioni tra le categorie e la popolazione locale fino al prossimo 27 febbraio. Entrambi gli schieramenti sono pronti al confronto. Le polemiche sono garantite.
tto, Medio Oriente e connessioni con il Nord Europa, ma senza incremento dei voli a lungo raggio. Riduzione della flotta Alitalia di 50 aerei, sui 185 attuali, con eliminazione degli Md80 più vecchi (su 75), dei 10 Atr 72 e dei cinque Boeing 767 più vecchi sui 29 jet a lungo raggio.Ecco il piano industriale di Lufthansa per la privatizzazione Alitalia, secondo informazioni fornite al Sole 24 ore da un'autorevole fonte confidenziale. È previsto un potenziamento dei collegamenti tra gli scali padani (Torino, Bologna, Venezia) con gli altri hub del gruppo, cioè Monaco, Francoforte e Zurigo, portato in dote dall'acquisizione di Swiss nel 2005. Con Malpensa verrebbe creato un Quadrilatero del Nord. Milano Linate manterrebbe l'attuale attività.Grazie all'approccio «multi-hub e multi-brand», Lufthansa è considerata favorita rispetto agli altri pretendenti alla cenerentola dei cieli: Air France-Klm che invece vuole convogliare tutto il traffico a lungo raggio su Parigi e poi Air One, appoggiata da Intesa Sanpaolo. La partita è comunque aperta.Lufthansa ha illustrato il suo progetto a diverse controparti. L'amministratore delegato Wolfgang Mayrhuber ha incontrato il presidente di Alitalia, Maurizio Prato. Il vettore non ha ancora formalmente presentato la sua offerta non vincolante, richiesta da Prato, prima di scegliere il partner con cui aprire la trattativa in esclusiva.I tedeschi vogliono prima saggiare la disponibilità dei sindacati ad accettare la necessaria ristrutturazione e la genuina intenzione del Governo a privatizzare un'azienda molto vicina alla politica. Contatti informali con il milieu romano sono in corso. Il 7 novembre l'ambasciatore, Michael Steiner, ha visto i vertici di Cgil, Cisl, Uil.La parte non esplicitata del piano è la «significativa» ristrutturazione: Lufthansa vuole allineare i contratti di lavoro alla produttività dei livelli europei e ridurre l'organico di Alitalia, che aveva 11.262 dipendenti al 30 settembre, di cui circa 6.500 naviganti. La maggioranza di piloti e assistenti di volo dovrebbe spostarsi da Roma a Malpensa. Verrebbero anche concentrati a Malpensa i collegamenti con Buenos Aires e Mumbai, oggi fatti alcuni giorni dalla Lombardia e altri da Roma.Malpensa perderebbe qualche volo a lungo raggio, ma riceverebbe un maggior numero di frequenze di alimentazione da un bacino più ampio, fino alla Svizzera e Germania. Fiumicino verrebbe impiegato come piattaforma verso Africa e Medio Oriente, anche per il flusso turistico dal Nord Europa a bordo di aerei Airbus a medio raggio, dai costi inferiori rispetto a jet più grandi.Nelle intenzioni di
Lufthansa, Alitalia e la sostenuta domanda del mercato italiano riceverebbero benefici nell'integrazione con la rete dell'alleanza Star Alliance, la più vasta al mondo. Comprende 15 compagnie tra cui Singapore, Thai, All Nippon, United e Us Airways, Swiss, Austrian, Sas.I tedeschi non disconoscono Az Servizi, di cui Alitalia ha il 51%, purché i sindacati accettino una significativa riduzione dell'organico, in totale 8.300 addetti.Lufthansa prevede «un'integrazione» con Air Dolomiti, di cui possiede il 100%, mentre rimarca le distanze da Air One. In caso di successo tedesco, Carlo Toto potrebbe rimanere un partner commerciale, ma più probabilmente dovrebbe accasarsi con un altro alleato.La scelta del compratore di Alitalia dovrebbe essere fatta entro fine mese. Secondo il ministro dei Trasporti, Alessandro Bianchi, Prato «ha comunicato che sarà intorno al 23 novembre».C'è l'incognita finanziaria. Lufthansa ha uno schema diverso dall'acquisto attraverso aumento di capitale. Vorrebbe prima comprare il 49,9% del Tesoro (ma a un prezzo inferiore alla Borsa, ieri +1,1% a 0,8585) e poi salire a una partecipazione di larga maggioranza, fino a togliere la compagnia dalla Borsa.
An. Cu. per “Il Sole 24 Ore” - Ognuno, per l'ambiente, fa quel che può: c'è chi non usa i deodoranti spray e chi fa raccolta differenziata. Al Gore dirige documentari sui cambiamenti climatici globali e vince Premi Nobel per la Pace. Evidentemente alla ricerca di uno sbocco più impegnativo per il proprio hobby,l'ex-vice presidente americano ha deciso di diventare partner di un private equity Usa, Kleiner, Perkins, Caufield & Byers (Kpcb). La compagnia è nota non soltanto per gli investimenti in titoli della e-economy come Google, Netscape e Amazon.com, ma anche per un costruttivo interesse nei confronti delle tecnologie ecocompatibili. E chi meglio di Al Gore per indirizzare i futuri sforzi della Kpcb in questa direzione? «Siamo determinati ad aiutare i leader politici e finanziari ad accelerare il processo di sviluppo di soluzioni sostenibili», ha dichiarato Gore, che peraltro non è nuovo alle commissioni tra attivismo ecologico ed alta finanza. Nel 2004, infatti, aveva contribuito a creare il fondo "verde" Generation Investment Management, di cui tuttora è Presidente.
L'ex presidente americano Al Gore, premio Nobel per la pace, entra come socio nella società californiana di venture capital Kleiner, Perkins, Caufield & Byers (Kpcb). La società californiana, che ha sede a Silicon Valley, ha investito risorse in Google, Netscape e Amazon.com. Al Gore si occuperà degli investimenti di Kpcb nelle tecnologie pulite.