FOLLIE DEL PRIMO MAGGIO: COOP APERTE IN PIEMONTE E MUSEI CHIUSI A FIRENZEGLI UFFIZI, IL MUSEO PIÙ ANTICO DEL MONDO, 1,5 MLN DI TURISTI ANNO, SENZA CUSTODILA CRISI MORDE E LA COOP NATA CONTRO L'IMPRESA CAPITALISTICA SPOSA IL MERCATO PARADOSSI DEL PRIMO MAGGIO: COOP APERTE E MUSEI CHIUSI
Vincenzo Chierchia e Cesare Peruzzi per “Il Sole 24 Ore”
Musei chiusi a Firenze. Ipercoop aperti in Piemonte. La festa del 1° maggio unisce i lavoratori di quasi tutto il mondo da fine '800 ma nell'Italia di oggi rischia di dividerli: da una parte quelli che festeggiano, dall'altra chi deve fare i conti con la concorrenza e assecondare le esigenze della clientela. Poco importa se i primi garantiscono un servizio pubblico mentre i secondi operano sul libero mercato. Anzi, è proprio qui la differenza.Che una capitale del turismo come Firenze domani tenga chiuso il portone degli Uffizi rappresenta l'altra faccia della medaglia rispetto alla decisione di alcune catene distributive di restare aperte. Per la Coop, ad esempio, nata e cresciuta nell'alveo della cultura della sinistra italiana, si tratta di una svolta radicale, tenuto conto del significato simbolico della celebrazione del 1° maggio che trae origine dalle lotte sindacali americane, anche se fu introdotta per la prima volta nel 1894 in Canada e nel 1889 in Europa, dove venne ufficializzata come festività dai delegati della seconda Internazionale socialista a Parigi. Per il mondo cooperativo aderente alla Lega c'è dunque una rottura marcata e meditata rispetto al passato. Il confronto con il mercato è ormai diretto e ineluttabile, e soprattutto ispira le decisioni più importanti. Si apre perché aprono gli altri concorrenti e perché la crisi dei consumi morde tutti gli operatori. L'obiettivo aziendale è dunque in cima all'agenda, quello ideologico resta su un piano diverso. Eppure la Coop è nata 150 anni fa proprio per contrapporsi all'impresa commerciale capitalistica.Va aggiunto che nel mondo cooperativo la Borsa da molti anni ormai non più è un tabù, tutt'altro. La governance duale continua a farsi strada come riconoscimento indiretto che gli obiettivi "politici" dell'iniziativa cooperativa sono ormai su un piano nettamente diverso rispetto alla pratica aziendale quotidiana. In Europa è avanzato anche il confronto sulla legittimità di aiuti a gruppi cooperativi che consolidano le posizioni su scala nazionale e internazionale.Di fallimenti rovinosi ve ne sono stati, di iniziative azzardate e poco trasparenti pure. E con questi il sistema cooperativo ha fatto i conti, spesso, in modo frettoloso e approssimativo. La commistione con i movimenti politici è stata deflagrante in diversi casi. Sotto questo profilo, l'abbandono del tabù del lavoro il 1° maggio costituisce una sorta di spartiacque, rispetto al vecchio approccio ideologico. Forse, sarebbe il caso che anche nel campo pubblico si cominciasse a cambiare mentalità, immaginando di prestare più un servizio che non di gestire un'attività autoreferenziale.Per sgombrare il terreno da equivoci, è bene dire che chi scrive domani non lavorerà, proprio come i dipendenti degli Uffizi, perché tradizionalmente i giornali non escono il 2 maggio. Ma se fosse necessario nessun giornalista si tirerebbe indietro e comunque l'informazione sarà garantita da tv, radio e online. Mentre nessuno aprirà le porte dei musei alle migliaia di turisti che affollano Firenze. Ai quali non resterà che aspettare venerdì, e mettersi in coda.
A FIRENZE GLI UFFIZI VANNO IN FERIE - IL PRIMO MAGGIO CHIUSI TUTTI I MUSEI CITTADINI - VISITABILI SOLO TRE VILLE MEDICEE «È come chiudere la spiaggia di Viareggio a Ferragosto». Per il vice presidente di Confindustria Firenze con delega al marketing territoriale Riccardo Zucconi la prospettiva che domani tutti i musei del capoluogo toscano restino chiusi per la festività del primo maggio non sta né in cielo né in terra. «Si tratta di un ponte importante per il sistema turistico e commerciale della città, in un momento di particolare crisi – spiega Zucconi, che è anche imprenditore del settore alberghiero –. Fornire un motivo per orientarsi su altre destinazioni, considerato che Firenze sarà l'unica città d'arte italiana ad avere i musei chiusi, è francamente inaccettabile». Stop a tutte le strutture museali pubbliche (statali e comunali). Portoni serrati agli Uffizi, alla Galleria dell'Accademia, a Palazzo Pitti. Inaccessibile anche il Giardino di Boboli, che in passato era rimasto aperto per la festa dei lavoratori. I turisti, domani, dovranno accontentarsi di passeggiare sul Ponte Vecchio o in Piazza Duomo, sempre che la stagione sia clemente. Le uniche strutture pubbliche visitabili saranno le tre ville medicee di Cerreto Guidi, Poggio a Caiano e Castello: molto belle, ma scomode da raggiungere.La questione ruota intorno al diritto dei dipendenti di godere delle feste comandate, che nel caso dei Beni culturali sono per decreto ministeriale tre all'anno ( primo gennaio, primo maggio e 25 dicembre). La soprintendente del Polo museale fiorentino, Cristina Acidini, ha provato a incentivare lo straordinario per la giornata di domani, ma le adesioni sono state modeste (circa 30 sui quasi 700 addetti del Polo), neppure sufficienti ad assicurare la sicurezza del Giardino di Boboli.«L'accordo nazionale prevede di affidare alla contrattazione locale questo genere di intese, che infatti qui a Firenze abbiamo raggiunto e applicato per Pasquetta e il 25 aprile –spiega Acidini –. Purtroppo per il primo maggio, che è una delle tre festività stabilite da Roma, non è stato possibile neppure trovare i 50 custodi indispensabili per aprire Boboli, e senza i requisiti di sicurezza il Giardino resta chiuso. Del resto – aggiunge la soprintendente – le leggi vanno rispettate e non vedo i motivi per cui dovremmo dimenticarci del valore simbolico della festa dei lavoratori». Antonio Natali, direttore degli Uffizi, è ancora più esplicito: «La Galleria è sempre stata chiusa il primo maggio, così come il 25 dicembre e il primo gennaio sottolinea - . Capisco la bramosia di conoscenza dei turisti, ma ritengo che per tre giorni all'anno possano anche sopportare e avere pazienza. Abbiamo restaurato lo scalone lorenese in tre mesi senza perdere neppure un'ora di apertura - aggiunge - e se talvolta alcune sale restano inagibili è solo perché c'è una carenza di personale, compensata dall'impegno dei dipendenti».Ogni giorno il museo più antico del mondo, visitato da 1,5 milioni di turisti all'anno, avrebbe bisogno di almeno 130 custodi mentre Natali può contare al massimo su 80. «Domani gli Uffizi resteranno chiusi perché il personale vuole rispettare le festività indicate dal Ministero», sottolinea Giulietta Oberosler della Cgil fiorentina, che ricorda come nel 2000 l'orario d'apertura fosse solo al mattino (8-14) mentre oggi è continuato fino alle 19. Insomma, per gli addetti ai lavori non si può chiedere più di tanto. Neppure appellandosi all'interesse generale.
torroni, ciambelle e tiramolla illustrando urbi et orbi la sua teoria scientifica. Primo: «È il sole che ruota intorno alla terra e non il contrario, o bestie!». Secondo: «Il sole ha un diametro di 2 metri, pesa 14 chili, gira a 1000 chilometri fissi dalla terra e ha un calore così strapotente che costringe i mari a svaporare come una pignatta bollente». Terzo: «La terra non gira. E chi l'ha scoperto? Me! E dunque io sono uno dei dieci uomini più interessanti della terraferma». (..) Mai avuto un dubbio, il Paneroni. Beato lui. Alberto Asor Rosa, invece, un rovello ce l'ha: «A fronte della minaccia di scempio del paesaggio non è da escludersi il ricorso alle centrali nucleari». E come lui, uno dei protagonisti dell'intellighenzia di sinistra italiana, cominciano ad averlo in tanti. Piuttosto che distese immense di pannelli solari e sconfinate foreste metalliche di mulini a vento, non sarà il caso di tornare all'energia atomica? Ma per carità, s'infiamma Alfonso Pecoraro Scanio: «Chernobyl ha dimostrato che le dimensioni del rischio nucleare sono inaccettabili e immorali. Per difendere il bello non c'è bisogno di giocare alla roulette dell'atomo». Meglio le centrali a carbone? No, le centrali a carbone no. Meglio le centrali a petrolio? No, le centrali a petrolio no. Meglio il gas, che però chiede i rigassificatori, cioè impianti che riportino il combustibile dalla forma liquida a quella gassosa? Ma per carità! È vero che si potrebbero usare le piattaforme dove un tempo si estraeva metano, già allacciate ai metanodotti e abbandonate in mare aperto nell'Adriatico, ma prima «bisogna preparare una valutazione sugli impatti ambientali insieme con i nostri vicini, soprattutto con la Slovenia, ma anche con la Croazia ». Allora l'eolico? Adagio: «Alcuni impianti si possono fare. Però non dobbiamo installare torri gigantesche proprio sulle rotte degli uccelli migratori, che vengono sterminati dalle pale». Di più: «L'Europa ci condannerebbe». L'Europa, a dire il vero, ha fatto scelte diverse. Tenendo conto sì degli uccelli migratori, ma non solo. Anche la Francia restò atterrita davanti al disastro di Chernobyl, ma si è tenuta 59 centrali atomiche. Anche la Germania ammutolì vedendo le immagini dell'incendio al reattore numero 4, ma i suoi 17 impianti non li ha affatto chiusi seduta stante neppure negli anni in cui i verdi erano fortissimi e avevano agli Esteri Joschka Fischer, che mediò un'uscita dal nucleare (oggi tutta da rivedere) nell'arco di vent'anni. (..) E così tutti gli altri Paesi europei, che si sentirono come noi appestati dalle radiazioni che venivano da lontano e scossi dall'idea di non poter mangiare l'insalata o il basilico contaminati, ma non si affrettarono a mettere i lucchetti alle turbine. Risultato: siamo esposti a tutti i rischi di 158 centrali europee altrui, alcune delle quali sono a poche decine di chilometri dai nostri confini, e senza avere per contro uno straccio di elettricità. Di più: siamo alla mercé dei capricci degli altri. Il che, se l'Italia fosse una comunità di Amish della Pennsylvania che si alzano al levar del sole, si coricano al
tramonto e vivono rifiutando la modernità, non sarebbe un problema enorme. Il guaio è che non lo siamo. Consumiamo ogni anno, tra imprese, uffici, negozi e famiglie, 338 miliardi di chilowattora. Una quantità impalpabile. Della quale fatichiamo a capire le dimensioni se non grazie a dei paragoni. Che mettono i brividi. Secondo Eurostat, l'Italia «brucia» tanta energia elettrica quanto Turchia, Polonia, Romania e Austria le quali messe insieme hanno 136 milioni di abitanti. O se volete (stavolta i dati sono dell'Aie, l'Agenzia internazionale dell'energia) quanto mezzo miliardo di africani. E avanti di questo passo nel 2025 consumeremo il 5,3% di tutta l'energia prodotta nel pianeta con lo 0,7% della popolazione mondiale. Bene: esaurita ogni possibilità di sfruttare ancora di più le risorse idriche (ogni salto, dalle Alpi valdostane ai monti Nebrodi, è già stato usato) e poveri come siamo di materie prime, la nostra autonomia è pari al 12% del totale. Per il resto dipendiamo dall'estero. Il 12% lo compriamo direttamente dai Paesi vicini, il che significa, spiega l'ingegner Giancarlo Bolognini, «che all'estero ci sono 8 centrali nucleari della potenza di quella di Caorso che lavorano a pieno regime per noi». Il 75% ce lo facciamo da noi ma solo grazie a materie prime acquistate da governi e società stranieri (gas dalla Russia e dall'Algeria, petrolio da più parti). Risultato finale: l'energia elettrica prodotta in Italia costa il 60% più della media europea, due volte quella francese e tre volte quella svedese. Si pensi che per produrre elettricità, spiega l'Aie, l'Italia brucia in un anno tanto olio combustibile quanto l'India in un anno e mezzo. Per l'esattezza in 551 giorni. E tanto gas quanto tutta l'America Latina in 439 giorni. Va da sé che siamo il Paese europeo che (nonostante il gas naturale copra ormai la metà del settore) dipende di più dal petrolio. Nel solo 2005 ne abbiamo consumato nelle centrali circa 6 milioni e mezzo di tonnellate, pari a 32 superpetroliere come la Exxon Valdez che anni fa affondò in Alaska causando un disastro ecologico. Sei volte di più che la Germania o la Francia, dodici volte più che il Regno Unito. Una «bolletta» pazzesca. Di oltre 30 miliardi di euro l'anno. (…) Un Paese serio, davanti a un quadro così fosco di dissesto energetico e alla minaccia di blackout come quello che paralizzò ore e ore l'Italia il 28 settembre del 2003 per un guasto dovuto alla caduta in un albero in Svizzera, non si darebbe pace nella ricerca di vie d'uscita. Nucleare o solare, eolica o geotermica: ma una soluzione. La cronaca di questi anni, invece, è un impasto di veti, controveti, velleitarismi, fughe in avanti, viltà e retromarce. Nel caos più totale. (…) Se abbiano ragione o torto, ad avere tanta fiducia nel nucleare, non lo sappiamo. Lo stesso Carlo Rubbia, in un'intervista ad «Arianna editrice», conferma che «il nucleare di oggi produce scorie radioattive da far paura» e che «in realtà avevamo il modo per produrre energia bruciando proprio le scorie, anzi l'Italia era leader nel mondo in questa tecnologia» ma ora «ce la stanno copiando i giapponesi ». Insomma, la questione è aperta. E non ha senso, tanto più dopo aver visto le reazioni sconvolte sul tema delle scorie a Scanzano Jonico o in Sardegna, andarsi a impiccare in discussioni nelle quali sono spaccati gli stessi scienziati.
Ma resta il tema: o facciamo qualcosa o restiamo appesi, con le nostre fabbriche e le nostre lampadine, ai capricci degli stranieri che ci tengono in pugno. Ed è lì che si vede la disastrosa incapacità della nostra classe dirigente, non solo dei «signor no» dell'ambientalismo talebano, di fare delle scelte. Anche gli svedesi, per dire, votarono a favore del progressivo abbandono del nucleare. Molto prima di noi, nel 1980. Ma dandosi scadenze lunghe lunghe. Per spegnere completamente la centrale di Barsebäck hanno aspettato venticinque anni e l'ultima chissà quando la chiuderanno davvero dato che tutti i sondaggi dicono che la stragrande maggioranza dei cittadini ha cambiato idea: piuttosto che finire ostaggio degli stranieri, meglio il nucleare. In ogni caso, si sono mossi. Cercando sul serio le alternative possibili. Come hanno fatto tutti i governi seri in tutto il mondo. Compresi quelli che il petrolio ce l'hanno. Noi invece… Lo stadio può fare la differenza. Nel vincere le partite come nel business del calcio.
Al Santiago Bernabeu di Madrid, all'Old Trafford di Manchester il pubblico, a pochi metri dal campo, accompagna e partecipa al gioco della squadra di casa mentre i cori fanno tremare le gambe dei giocatori avversari. Ma la gestione dello stadio, è sempre più determinante anche per lo sviluppo dei ricavi dei club: biglietti, negozi e spazi per l'intrattenimento, sponsorizzazioni e diritti sullo stesso nome dell'arena. La diversificazione delle entrate passa anche da queste leve, che le società di calcio – soprattutto in Inghilterra e Germania – hanno imparato a utilizzare. E che non possono prescindere dalla realizzazione di stadi accoglienti e moderni.
I venti big del calcio – nell'annuale ricerca di Deloitte, Football money league – hanno messo assieme nella stagione 2006-2007 (l'ultima con dati omogenei) un fatturato di 3,7 miliardi di euro: +11% rispetto al 2005-2006, il triplo rispetto a soli dieci anni fa. È in testa il Real Madrid, con 351 milioni di euro, terzo è il Barcellona, ma sono i club inglesi i più dinamici: il Manchester United (secondo); il Chelsea del russo Roman Abramovic (quarto); e l'Arsenal dei giovani talenti (quinto). Per l'Italia ci sono Milan, Inter, Roma e Juventus (nonostante il passaggio in serie B).
I diritti televisivi – in vendita a prezzi sempre più alti, con lo sviluppo delle piattaforme pay – sono stati il grande motore del business del calcio dagli anni Novanta in poi. Ma hanno portato soldi a tutti i grandi club d'Europa (e la vendita collettiva, che verrà introdotta anche in Italia dal 2011, porta ulteriore equilibrio). Sono allora il settore commerciale – tra merchandising e accordi vari – e ancora di più gli stadi a fare la differenza, a garantire i milioni di euro aggiuntivi che nel bilancio annuale permettono, e permetteranno, a un club di mantenersi ai vertici negli anni. L'alternativa alla diversificazione dei ricavi è il rosso di bilancio e una specie di mecenatismo del pallone che in Inghilterra fa capo ad Abramovic e in Italia ormai solo all'Inter di Massimo Moratti.
L'Arsenal di Londra ottiene dal matchday – nel nuovo Emirates Stadium – ormai più del 50% del suo fatturato di quasi 264 milioni di euro. Cresce con lo stadio il business di Manchester e Manchester City. Sono quattro, per la prima volta, le squadre tedesche nella classifica Deloitte, proprio nella stagione successiva ai Mondiali organizzati nel 2006. «Il balzo in avanti nei ricavi delle squadre inglesi – dice Dan Jones, partner di Deloitte Uk e responsabile dello Sports business group – è stato determinato dal trasferimento dell'Arsenal nella nuova arena, oltre che dalla performance del Chelsea». «Per colmare il divario soprattutto con i club inglesi – spiega Dario Righetti, partner di Deloitte e responsabile dei servizi rivolti al mondo sportivo – è necessario investire nelle nuove strutture e nella sicurezza dei tifosi allo stadio».
Come sottolineano gli esperti della Deloitte e come va ripetendo l'amministratore delegato e vicepresidente vicario del Milan, Adriano Galliani «la classifica sportiva e quella del fatturato delle squadre tendono a coincidere». «Il divario in campo – sostiene Galliani – nasce da diverse condizioni di partenza: per il Milan i ricavi da stadio non raggiungono i 30 milioni all'anno. La struttura è obsoleta e per noi è impossibile pensare a un nuovo stadio perché è lo stesso Comune, che dovrebbe essere il regolatore, a farci concorrenza. A Londra l'amministrazione non si sogna nemmeno di avere uno stadio di proprietà e le concessioni per i nuovi progetti arrivano».
In Inghilterra sono stati investiti per gli Europei del 1996 circa 3,3 miliardi di euro nelle strutture. In Germania per i Mondiali del 2006 sono stati costruiti sette stadi e altri cinque sono stati del tutto rinnovati, per una spesa di 1,4 miliardi di euro. L'Italia invece ha mancato l'assegnazione degli Europei del 2012, e deve fare i conti con stadi vecchi e inadatti: tanto che il botteghino vale – tra Milano, Torino e Roma – non più del 15% del giro d'affari complessivo. Solo la Juventus ha avviato «un progetto di stadio di proprietà che, anche grazie agli accordi di naming right dovrebbe garantire ricavi per 30-35 milioni di euro all'anno a partire dal 2012», come sottolinea l'amministratore delegato dei bianconeri Jean-Claude Blanc.
«Il ricavo derivante da una partita delle due squadre milanesi, Inter e Milan, equivale a meno del 25% del ricavo generato da partite giocate da Arsenal e Manchester United», aggiunge Righetti. In Inghilterra si raggiungono i 51 euro di ricavi per spettatore, la Spagna arriva a 33 euro di media, la Germania a 22 euro (ma con gli spalti pieni). Francia e Italia (con gli stadi mezzi vuoti) si fermano a 16 euro. Anche questi numeri spiegano come mai in Champions le semifinaliste sono Manchester, Chelsea, Liverpool e Barcellona.

Bacini e fiumi asciutti dall’America alla Cina. Non piove, l’incubo dei raccolti sempre più magri
Un po' ha ragione..... sono troppi incivili in questa nazione, non solo in politica ma nella società in generale... (Leggete l'articolo sotto tratto dal corriere della sera)
Con i soldi vorrebbe «iniziare una nuova vita in un altro paese»
Medico chiede 2 milioni di danni allo Stato: «Gli italiani sono incivili»
«Per l'alta sofferenza, il disordine e il degrado in cui sono costretto a vivere»
CAPACCIO-PAESTUM (SALERNO) - «Gli italiani sono incivili»: con questa motivazione un medico ha avviato una singolare iniziativa giudiziaria, chiedendo i danni allo Stato per «rifarsi una vita». Vincenzo Barlotti, medico chirurgo di Capaccio Scalo in servizio nell'ospedale «San Luca» di Vallo della Lucania, ha depositato un esposto alla procura della Repubblica di Salerno nel quale si chiede al comune di Capaccio, alla Regione Campania e allo Stato Italiano un risarcimento di 2 milioni di euro «per l'alta sofferenza, il disordine e il degrado in cui sono costretto a vivere». LA MOTIVAZIONE - Il risarcimento milionario, spiega ancora il medico 56enne nell'esposto, dovrebbe servire per «iniziare una nuova vita per me e i miei familiari in un altro paese dove vige un modo di vita consono alla mia visione della società». «Il senso civico del nostro paese è ormai ai minimi storici - afferma Barlotti - l'esposto è una provocazione, ma fino a un certo punto. I fatti degli ultimi tempi, dall'emergenza rifiuti a tutto il resto, sono solo il sintomo di un malcostume diffuso che non può essere più tollerato. Nel nostro paese esiste una atavica maleducazione, favorita da tolleranza e permissivismo, se non proprio malafede. Spero con tutto il cuore che le cose possano cambiare, ma sono sempre pessimista».
«La decisione di emigrare nello spazio cambierebbe completamente il futuro della razza umana e da questa scelta potrebbe dipendere anche la sopravvivenza stessa della nostra specie. Chi si oppone alla colonizzazione dei corpi celesti - come la Luna e Marte - si comporta come coloro che intralciarono Cristoforo Colombo. >>
Stephen Hawking
E’ una mia impressione o sia il PD che la PDL sono ancora in cerca di identità??
Insomma la PDL e Berlusconi si sono sempre professati liberali, specie in campo economico, si riempivano la bocca con il modello Thatcher o modello Reagan… pero nei fatti non hanno mai privatizzato, non hanno mai fatto politiche di liberalizzazione dei servizi ecc, hanno giocato in difesa di Fazio nel periodo delle scalate a BNL e Anton Veneta da parte di ABN AMBRO e Santander, ora sono in difesa di Alitalia e addirittura il massimo esponente in campo economico, Giulio Tremonti scrive libri che un ammonimenti contro la globalizzazione, parla di Dazi e protezionismo, parole che in bocca ad un presunto liberale non ci dovrebbero stare.
Per il PD la musica non sembra diversa…. È un miscuglio di ex 68ottini e di ex democristiani…. Quindi nelle questioni etiche difficilmente riesce a prendere posizioni nette (vedi diritti dei Gay, coppie di fatto, Cellule Staminali ecc..), idem in fatto di sicurezza, si passa da chi vuole un pugno duro a chi vuole carezze, chi è eccessivamente garantista e chi è eccessivamente giustizialista…. In politica energetica anche…
Insomma, finalmente in italia abbiamo due grossi partiti che hanno meso in fuori gioco i partitini, e questo ci voleva…. Però mancano ancora di identità… le loro idee sono ancora vaghe, confuse e spesso incoerenti… insomma i sue grandi partiti devono ancora essere svezzati, insomma devono ancora crescere per essere delle certezze.
Dopo essere stato per 5 anni con le braghe calate e aver cercato accordi di ogni sorta con il sindacato quel monumento di personalità chiamato “Libera e Bella” alias Montezemolo si tira su le braghe e usa parole dure solo nel giorno in cui lascia la carica di numero 1 di viale dell’astronomia.
Complimenti a lui che ha avuti bisogno della scomparsa della sinistra e di una lega nord al 4% per accorgersi che il sindacato non aveva piu sotto controllo la rappresentanza degli operai e dei ceti popolari.
Se “Libera e Bella” era il massimo rappresentante della nostra classe dirigente non c’è da sorprendersi che il paese vada a rotoli…
Quelli che pensavano che i Venture Capital avessero abbandonato la vecchia miniera d’oro di Internet e delle telecomunicazioni per lidi apparentemente piu interessanti come il Biotech e le nanotecnologie si dovranno ricredere visto che anche in un periodo di crisi come questo gli investimenti di Venture Capital in aziende internet negli stati uniti sono raddopiati nel primo quarto del 2008, toccando quota 1,58 milliardi di dollari distribuiti su 170 iniziative imprenditoriali.
18 miliardi di euro di incentivi fiscali è quello che si appresta a mettere in atto la spagna nel tentativo di attenuare la crisi economica mondiale in atto….
Ecco questo è quel genere di politica economica che possono fare nei momenti difficili quelli che non hanno un debito al 104%....
Mentre noi italiani con la tristezza nel cuore guardiamo il declino di Malpensa e Alitalia, gli inglesi si consolano dall’inizio problematico di quello che doveva essere un orgoglio nazionale, il nuovo avveniristico Terminal 5 dell’aeroporto di Heathrow cantando una canzone… Insomma se l’aeroporto non funziona canta che ti passa…..
Interessante articolo del Times sui danni del Biofuel… già perché la crescente domanda del Biofuel (il carburante fatto con oli vegetali) sta portando alla fame le popolazioni piu svantaggiate del pianetà, questo perché l’aumento della domanda di grano ecc.. per produrre Biofuel e le speculazioni degli Hedge Fund sta facendo crescere il prezzo di questi ultimi in maniera considerevole ed insostenibile per le popolazioni piu povere… Che Berlusconi sia un miracolato ora mai è risaputo, che il destino, dio o chi altro gli vogliano bene purè, altrimenti non si spiega come possa un uomo passare indenne tangentopoli, mani pulite, un cancro alla prostata, 5 elezioni di cui due perse….
Se la vità ti offre cosi tante ottime opportunità, addirittura ti concede non una ma addiritura due volte l’occasione di rimediare agli errori fatti in passato, il minimo che uno puo fare è buttarsi anima e corpo, rinunciare agli interessi personali e scrivere un gran pezzo di storia….
Quindi caro silvio… stavolta pensa meno a Marina, Piersilvio e al resto della famiglia e di piu all’italia…
Altrimenti sarai ricordato come un nano, e non solo in termini di centimetri d’altezza ma anche come uomo di stato….
La storia fa raramente ricorda i milliardari mentre consegna all’eternità i grandi politici, se vuoi entrare nella storia pensa meno ai tuoi interessi e piu all’italia.