
L’evento televisivo più seguito d’America non teme la crisi. Domenica il Super Bowl sarà visto da oltre 90 milioni di telespettatori e la raccolta pubblicitaria è da record: tre milioni di dollari per 30 secondi di spot, una cifra che supera dell’11 per cento il risultato del 2008. Il maggior investitore è Anheuser-Busch, numero uno della birra americana, con quattro minuti di pubblicità. Seguono Coca Cola, che ha previsto tre spot, e Audi con una sequenza di 60 secondi. Grandi assenti della serata General Motors e FedEx, che hanno preferito risparmiare ma saranno sostituiti da Mars e Pedigree. Resterà escluso lo spot dell’associazione animalista Peta perché giudicato troppo osé e mancheranno Sports Illustrated e Playboy, che hanno rinunciato ai tradizionali party post partita, mentre è confermata la festa della rivista Maxim. Inoltre debutteranno due messaggi promozionali creati grazie alla tecnologia in 3D: uno per il nuovo film prodotto da Dreamworks “Mostri contro Alieni” e l’altro per la bibita Sobe Life Water. Se tutto questo non bastasse nell’intervallo è previsto il concerto di Bruce Springsteen.La finale numero 43 del campionato di football americano tra Arizona Cardinals e Pittsburgh Steelers è trasmessa in diretta dallo stadio di Tampa, in Florida. Saranno ancora una volta i 60 minuti effettivi di gioco più redditizi nella storia dello sport a stelle e strisce e il countdown per il Super Sunday è già cominciato.
mondo a emissioni zero di CO2. I circa 170 mila euro necessari per riforestare l'area sono stati donati dalla società ungherese KlimaFa e dall'americana Plankton. Il secondo colpo è stato realizzato sotto la cupola di San Pietro. Sui 5 mila metri quadrati del tetto dell'aula delle udienze costruita da Pierluigi Nervi sono stati applicati 2.400 pannelli solari. Produrranno 300 megawattora annui di energia elettrica pulita, risparmiando il consumo di 80 tonnellate di petrolio ed evitando così di immettere nell'aria 225 tonnellate di CO2. Il nuovo impianto è entrato in funzione lo scorso 26 novembre. Le spese le ha sostenute la società costruttrice, la tedesca SolarWorld AG. Il terzo colpo a costo zero è stato l'ingresso in YouTube, la più grande community mondiale di filmati sul Web. Il nuovo canale, inaugurato il 23 gennaio, offre ogni giorno videonews di produzione propria sulle attività del papa e della Chiesa. Da Google (proprietaria del sito) il Vaticano ha ottenuto una particolare protezione: ai video, ad esempio, non potranno essere immessi commenti. Ma questi tre successi hanno dato soltanto un parziale sollievo alle autorità che amministrano il Vaticano. I consuntivi del 2008 saranno resi pubblici all'inizio dell'estate e sono attesi con più apprensione del solito. A conforto c'è che lo Ior, Istituto per le opere di religione, la banca vaticana leggendaria per la sua impenetrabile segretezza, sembra aver chiuso anche il 2008 in discreta salute, nonostante i disastri della finanza mondiale. Ogni gennaio il presidente dello Ior, che da vent'anni è il lombardo Angelo Caloia, si presenta dal papa con un assegno generoso, in proporzione ai profitti dell'anno. La consistenza di questo assegno è segretissima, ma fonti affidabili asseriscono che il suo ordine di grandezza è circa il doppio dell'Obolo di San Pietro, cioè delle offerte che da tutto il mondo affluiscono ogni anno al papa per le opere di carità. L'Obolo di San Pietro è una pietra di paragone nota. Nel 2007 è ammontato a 94,1 milioni di dollari, di cui 14,3 sono arrivati da un solo donatore che ha voluto restare anonimo. Nel contribuire all'Obolo, le nazioni più generose sono gli Stati Uniti e l'Italia, rispettivamente col 28 e col 13 per cento del totale. Segue la Germania col 6 per cento. Ma per il papa non c'è solo l'Obolo. Ci sono anche le offerte e i contributi che le diocesi e le congregazioni religiose di tutto il mondo sono tenute a versare al successore di Pietro, a norma del canone 1271 del codice di diritto canonico. Nel 2007 tali contributi sono ammontati a 29,5 milioni di dollari. Le offerte sono libere, ma da qualche anno il Vaticano chiede alle diocesi di dare almeno un euro per ogni battezzato, e alle congregazioni almeno 10 euro per ogni iscritto. Di fatto, però, questi parametri sono largamente disattesi. Alcuni contribuenti danno di più, la maggior parte molto di meno. Il governo centrale della Chiesa resta lontanissimo dal reggersi su un regolato sistema di tassazione. L'Obolo e le altre offerte sono amministrate da un ufficio della segreteria di Stato diretto da monsignor Gianfranco Piovano. È qui che la Santa Sede attinge per le numerose "emergenze" (l'ultima: un contributo alla ricostruzione di Gaza). I denari sono depositati nello Ior, che dall'arrivo di Caloia è amministrato con molta prudenza. Il quarto mandato consecutivo scade per Caloia nel giugno del 2009 e tra chi aspira a succedergli c'è Antonio Fazio, l'ex governatore della Banca d'Italia. Un altro nome che si sussurra è quello di Ettore Gotti Tedeschi, professore all'Università Cattolica, presidente in Italia del Banco di Santander e commentatore economico per "L'Osservatore Romano". Ma è probabile che Caloia resti al suo posto ancora per un po'. A decidere saranno i cinque cardinali che vigilano sullo Ior, tra cui l'attuale segretario di Stato, Tarcisio Bertone, e il suo predecessore e rivale Angelo Sodano. Oltre all'Obolo, altri due bilanci resi pubblici nelle loro linee generali sono quello della Santa Sede e quello del governatorato della Città del Vaticano. Le due amministrazioni fanno capo ciascuna a un cardinale: la Santa Sede al lombardo Attilio Nicora, presidente dell'Apsa, Amministrazione del patrimonio della sede apostolica, e il governatorato al piemontese Giovanni Lajolo, già ministro degli Esteri vaticano e in precedenza nunzio in Germania. I conti delle due amministrazioni sono separati, e così le competenze. Il governatorato è l'erede del vecchio Stato Pontificio. Si occupa di territorio, edifici, sicurezza, sanità, acque, energia, poste, francobolli, monete, comunicazioni, approvvigionamenti. Anche le ville papali di Castel Gandolfo ricadono sotto la sua giurisdizione, compresa un fattoria con frutta, verdura, olio, galline e 26 mucche da latte. Ha a suo carico circa 1.800 dipendenti e 600 pensionati. Ma chiude quasi sempre in attivo. Il maggior cespite d'entrata è dato dai Musei Vaticani. Mentre più oscillanti sono i profitti finanziari. Nel 2006, ad esempio, riportò un attivo di 7,2 milioni di euro. L'anno dopo perdite per 8 milioni. Il governatorato si fa carico ogni anno della metà del deficit della Radio Vaticana, che pure non fa parte della sua giurisdizione. Priva di pubblicità, l'emittente registra solo uscite e il suo costo annuo è attorno ai 24 milioni di euro, che in Vaticano ritengono comunque ben spesi. Così come per "L'Osservatore Romano", con il suo deficit annuo tra i 4 e i 5 milioni di euro. Sia la radio sia il giornale sono a carico dell'amministrazione della Santa Sede, al pari della tipografia e dell'editrice del Vaticano. Queste ultime nel 2007 sono risultate in attivo di oltre un milione di euro ciascuna, grazie soprattutto al successo di vendita dei libri di Benedetto XVI. Anche il Centro Televisivo Vaticano ha un avanzo di mezzo milione di euro. Ma questi proventi sono niente di fronte al carico di spese richiesto per far funzionare l'intera macchina della Curia, con i suoi 2.750 dipendenti e gli oltre 900 pensionati. Solo la Congregazione per l'evangelizzazione dei popoli sta in piedi da sé, grazie alle offerte della giornata missionaria mondiale. Le quasi 200 rappresentanze diplomatiche all'estero sono un puro costo. Per far fronte a queste uscite, le risorse dell'Apsa sono gli immobili di sua proprietà, a Roma e in altre città d'Europa, che nel 2007 hanno prodotto un reddito di oltre 36 milioni di euro, e gli investimenti finanziari, con un attivo nello stesso anno di 33 milioni di euro, nonostante un tracollo di 12 milioni patito sui tassi di cambio. Dopo tre anni di attivo, nel 2007 il consuntivo dell'amministrazione della Santa Sede è tornato in rosso per oltre 9 milioni di euro, come già era avvenuto nel 2003. E il bilancio del 2008 non promette bene, visti i tempi che corrono. Previdente, il Vaticano è tornato a puntare sull'oro. L'ultimo resoconto finanziario annuale, trasmesso ai vescovi la scorsa estate, afferma che la Santa Sede ne possiede per 19 milioni di euro, pari a una tonnellata di lingotti.
Nonostante abbiano raccolto 28 miliardi di $ nel 2008, i venture capital americani si sono tenuti i soldi stretti e sono stati ben attenti a spenderli, facendo calare gli investimenti in questo settore per la prima volta dal 2003.
L’unico settore dove gli investimenti di venture capital sono cresciuti è stato il settore delle tecnologie verdi, dove sono stati investiti nel 2008 ben 4,1 miliardi di dollari suddivisi in 277 neonate aziende, con una crescità dell 56% rispetto all’anno prima.
Nel mondo delle tecnologie verdi gli investitori hanno favorito con investimenti pari a 1,8 miliardi di $ le aziende che sviluppano tecnologie solari e fotovoltaiche, che hanno assorbito quasi la meta degli investimenti.
Per saperne di piu leggi qui l’articolo del NyTimes.
(Tratto da http://progettonuovaenergia.blogspot.com/)
Mamma mia, questi qui si stanno avvicinando a certi racconti di fantascienza dove in uno stato apparentemente sereno, in cui tutti erano belli, intelligenti, sani, forti ecc... la vita perdeva la sua libertà per venire gestita dallo stato e dalla scienza. Obama e i democratici sono sempre piu inquietanti..... era dal tempo dei nazisti che nessuno era cosi fissato sul controllo e la manipolazione della vita.......leggete sotto....
Nascite controllate contro la crisi
Pelosi: così si contengono le spese
WASHINGTONLa speaker della camera Usa Nancy Pelosi è convinta che il finanziamento di nuovi programmi per il controllo delle nascite potrà rendere più efficace anche il pacchetto di "stimoli" all’economia. La «contraccezione - dice intervistata da Abc - consentirà di ridurre le spese e i costi sia per i singoli stati che per il governo fedeale».Madre di cinque figli, con sei nipoti, la democratica Pelosi ha le idee chiarissime in materia: «Una buona pianificazione familiare permetterà di ridurre i costi. Gli stati attraversano una gravissima crisi fiscale dovuta in parte anche ai servizi per la salute e l’educazione dei bambini. Sono necessarie misure su questo fronte. E tra queste anche un piano per la contraccezione potrebbe essere importante».


almeno quelli finanziari, boccheggiano, torna alla memoria il destino della gloriosa industria nazionale manifatturiera. Ha ragione, forse, l'Economist quando sostiene che la distinzione fra settori «è ormai solo un retaggio degli uffici di statistica. L'unica differenza che conta è fra lavori ad alto contenuto specialistico e non». Può anche darsi. Eppure, si esemplifica, a queste latitudini circolano troppi master in economia e molto pochi in ingegneria. Fra il 1970 e il 1995 la quota di oxfordiani che sceglievano di dedicarsi all'insegnamento è passata dal 10 al 3 per cento. S'è moltiplicato il numero di chi, invece, ha lasciato l'augusta educazione Oxbridge per darsi al diritto, alla finanza, alla consulenza. «Per i giovani in questi anni - dicono con rammarico a Eef, l'associazione delle imprese manifatturiere britanniche - il credo è stata solo la City». Troppa carta e poco acciaio, si potrebbe continuare con estreme banalizzazioni. O meglio, il luccichio dell'oro è stato capace di dissolvere molte aspirazioni intellettuali, annichilire la creatività imprenditoriale, flettere anche i valori della morale. La realtà del dibattito che oggi attraversa l'Inghilterra è quella di un mondo squilibrato, dove l'industria manifatturiera è la Cenerentola di un pianeta accecato dagli artifici della finanza. Più che negli Usa, più che altrove nel mondo. A scuotere il suo Paese, a costringerlo a un'autoanalisi dolorosa, è un signore che rifiuta interviste e luci della ribalta. Sir John Rose, Ceo di Rolls Royce (motori per aerei) ha fatto chiasso nella City con un lungo articolo pubblicato sul Financial Times molte settimane prima dell'esplosione del credit crunch. Si è ripetuto a novembre, con un intervento alla conferenza annuale della Confederazione dell'industria britannica ( Cbi). Sir John rivendica per l'industria manifatturiera quel ruolo che la società dei servizi ha fagocitato. «Il nostro errore - ha scritto il Ceo di Rolls Royce - è stato affidarsi all'errata convinzione che il Regno Unito avrebbe condotto il mondo sviluppato in qualche luogo chiamato società post-industriale. Il primo passo è ora smettere di credere che il settore manifatturiero sia una reliquia del passato. La nostra base industriale ci ha garantito grande influenza nel mondo. Cosa accade oggi se Cina o India devono aggiornare le loro infrastrutture? Parlano con Bombardier, Siemens, Alstom. L'idea che il manifatturiero non sia più meritevole in un'economia sviluppata è ancora più insostenibile se si guarda alla Germania o all'Italia del Nord». Appassionato nella difesa di se stesso, del leader, cioè, di un'azienda di altissima qualità. Appassionato, soprattutto, nella difesa di un mondo che non tutti credono sia così in crisi. «Siamo i sesti produttori sul pianeta», precisa Charles Goodhart, esperto di mercati finanziari, alla London School of Economics. «Non solo - aggiunge Richard Lambert ex direttore del Financial Times e oggi direttore generale di Cbi, spesso accusato di aver difeso la terziarizzazione estrema dell'economia britannica - ma abbiamo settori di punta. Lei si domanda che cosa esportiamo? Farmaci, difesa, meccanica per aerei. La nostra industria manifatturiera occupa tre milioni di persone». Abbastanza, ma pur sempre un milione in meno di dodici anni fa e non solo per la delocalizzazione delle imprese low tech, né per l'emancipazione dei processi produttivi. Oggi il manifatturiero, nonostante i primati nel tasso di crescita degli ultimi anni, rappresenta poco più di un decimo dell'economia nazionale, appena più dei soli servizi finanziari (circa il 9%). E questo al netto della recessione che lo sta travolgendo. «Guardi l'industria automobilistica. È modernissima - continua Lambert - e non accetto l'obiezione di chi la liquida perché non è inglese. Mini e Nissan sono storie di successo. Non torneremo ai campioni nazionali. Averli abbandonati è stato un grande vantaggio per l'economia del Paese». Nessuno osa sventolare la bandiera di un autarchico nazionalismo, nemmeno Will Hutton, vice presidente della Work Foundation e commentatore molto critico dell'indirizzo assunto dal Paese nell'ultimo decennio: «Denunciare la scarsa attenzione allo sviluppo delle nostre imprese non significa battersi per la creazione e la tutela di campioni nazionali. È stata una marcia a senso unico interamente diretta e concentrata sui servizi finanziari». Oggi solo un terzo delle imprese manifatturiere britanniche è di proprietà inglese. Epifenomeno, quando erano rose e fiori. Molto meno oggi quando il credit crunch trita tutto, rievoca i fantasmi del protezionismo, fa ripensare a scelte che si perdono nella stagione thatcheriana . In realtà per sir John il problema è un altro: «Il successo nasce dalla concentrazione di attività a valore aggiunto. Il Regno Unito ha poche società che hanno il proprio brand, che sono titolari della proprietà intellettuale, che hanno il controllo della distribuzione». Basterà il credit crunch per invertire il corso di un'economia squilibrata o ha ragione ancora l'Economist, quando sostiene che è un discettare sbagliato essendo la divisione fra i settori produttivi appena più di una scorciatoia statistica? Carsten Sorensen, docente alla London School of Economics e studioso di innovazione, sta con il settimanale inglese: «Non va invertito nessun corso. Qualsiasi idea di tornare a modelli passati è semplicemente impossibile. L'errore peggiore, oggi, sarebbe penalizzare l'industria dei servizi per via della stretta. Bisognerebbe ricordarsi che il morbo della mucca pazza non ci ha reso tutti vegetariani. È un'industria che va sviluppata e aggiornata e questo, per me, significa coinvolgere il consumatore nelle scelte del produttore». Si disegna la mutazione del concetto stesso di manifatturiero, incatenato a una percezione antica. L'università di Cambridge scardina il luogo comune quando uno dei suoi maggiori ricercatori, Finbarr Livesey, sostiene che «oggi le imprese manifatturiere inventano, innovano, producono manager, e garantiscono servizi. Quella che un tempo era solo produzione oggi è produzione, ricerca, servizi». L'azienda globale, quindi, che con il brand e la proprietà intellettuale contribuisce a consolidare il ruolo del Paese che rappresenta. Come dice sir John, ma come osano pochi altri in Inghilterra. Meglio, osavano. Accadeva fino a ieri. Oggi è il Governo Brown che fa sue le ansie per liberare un mondo strangolato dalla crisi. Lo Stato torna vicino all'economia e non solo perché l'emergenza costringe Londra a nazionalizzare, di fatto, le banche. Lo teorizza, seppure con garbo, Peter Mandelson, ministro delle Attività produttive: «Ci vuole un nuovo attivismo industriale nel Governo per aiutare il mercato a produrre migliori risultati economici sul lungo periodo. Per sviluppare le capacità, le infrastrutture, l'innovazione necessaria a un'industria manifatturiera di primo livello in una nuova economia mista». E tanto basta per salutare l'epoca di un infinito mondo di carta sbocciato nel Regno Unito oltre ogni previsione e volontà. Quello che verrà ha i connotati di una parete ripida, un muro di abitudini da superare nella consapevolezza che per andare avanti ci vuole il coraggio di guardarsi anche indietro.L'intelligence ha trovato una soluzione per "proteggere" il palmare del presidentesarà il primo a poter ricevere email senza passare attraverso i collaboratori
Casa Bianca, "medioevo tecnologico"E Obama potrà usare il Blackberry
Lo staff si è scontrato con l'arretratezza dei sistemi della residenza presidenzialeWindows in versioni vecchie di sei anni, linee staccate e sito in tilt WASHINGTON - Barack Obama non dovrà disfarsi del suo Blackberry. E anche questo è un "change" rispetto al passato: sarà il primo presidente Usa ad avere la possibilità di stare in contatto con l'esterno via posta elettronica personale, senza dover passare attraverso collaboratori. Una necessità per il neopresidente, legatissimo al suo palmare, ma anche una fonte di preoccupazione, nei giorni scorsi, per l'intelligence, impegnata a cercare un sistema per "proteggere" il dispositivo. Ma Obama, che si è distinto anche per aver lanciato la campagna presidenziale tecnologicamente più avanzata della storia, appena giunto alla Casa Bianca si è imbattuto in quello che il Washington Post ha descritto come una specie di "medioevo tecnologico": linee telefoniche staccate, computer con software superati. Insomma, la generazione di Facebook e dell'iPhone è entrata ha trovato ad attenderla la generazione dell'Atari e del Commodore 64. Il Blackberry di Obama. Il presidente dunque continuerà a usare il proprio palmare, opportunamente protetto, per tenersi in contatto con "alti esponenti del governo e un ristretto gruppo di amici". La circostanza non ha solo un interesse legato alla passione di Obama per le tecnologie e la connettività. Ogni documento presidenziale, comprese le email, deve restare agli atti, e la legge prevede che tutta la documentazione venga poi trasferita negli Archivi Nazionali alla fine della presidenza. Il palmare permetterà al presidente di rompere la "bolla" in cui si trovano gli inquilini della Casa Bianca, ma per farlo sono stari individuati dispositivi speciali per la sicurezza e per mantenere traccia delle sue comunicazioni. "L'uso sarà limitato dalle esigenze previste dalla legge", ha detto il portavoce della Casa Bianca, Robert Gibbs, nel primo briefing con i giornalisti. Casa Bianca e barriere informatiche. Fin da martedì, al momento di prendere possesso degli uffici lasciati liberi dall'amministrazione Bush, gli uomini del nuovo presidente si sono trovati a fare i conti con scarsità di computer portatili e con programmi Windows in versioni vecchie di sei anni (un trauma per i protagonisti di una campagna elettorale quasi completamente costruita su sistemi operativi Mac). Anche i telefoni, cellulari e fissi, hanno avuto problemi a venir riattivati e i nuovi padroni di casa hanno dovuto attendere a lungo prima di poter disporre di caselle di posta elettronica. Il sito in tilt. Un segnale del soffertopassaggio dei poteri a livello tecnologico, visibile al pubblico, è stata l'attività, nei primi tre giorni, del sito ufficiale della Casa Bianca. Pochi minuti dopo il giuramento di Obama, il vecchio look del sito è sparito ed è comparso quello nuovo, con il design e l'atmosfera da social network che hanno caratterizzato l'immagine online della campagna elettorale e poi la fase della transizione. Il nuovo sito promette così di fare ampio ricorso ai video in formato YouTube, alla condivisione di foto attraverso Flickr, all'interazione con gli utenti e all'aggiornamento continuo dell'attività presidenziale anche con un blog. Il blog al palo. Ma da martedì pomeriggio fino a buona parte di giovedì, il sito ha mostrato grande lentezza negli aggiornamenti, il blog è rimasto al palo, i "pool report" dei giornalisti al seguito di Obama non sono stati pubblicati. I primi ordini esecutivi firmati dal presidente a metà giornata di mercoledì, sono apparsi sul sito solo a notte fonda.
gennaio 2009 gli impianti bresciani sono diventati 958: una crescita di 286 unità in novanta giorni. La potenza complessivamente installata sul nostro territorio, sempre secondo il Gse, è pari a 7.328 kW. A Brescia sono prevalentemente presenti impianti di piccole dimensioni: sono solo 9, infatti, le installazioni con potenza superiore ai 50 kW, per un totale di 1.489 kW potenziali. La provincia di Brescia resta prima in Italia per numero di impianti presenti, anche se è terza per potenza installata. Con le sue 958 piccole centrali fotovoltaiche, è seguita da Roma (871), Milano (799), Torino (793), Udine (733), Treviso (681), Lecce (670), Bari (608). Se guardiamo al dato relativo alla potenza installata, al primo posto troviamo la provincia di Bari (dove ultimamente sono sorti gli impianti di maggiore dimensione), con 9.520 kW potenziali, seguita da Roma (di poco superiore a Brescia con 7.328 kW). Se il trend degli ultimi mesi dovesse confermarsi, Brescia difficilmente perderà il proprio primato relativo al numero di impianti, visto il grande interesse che il mondo imprenditoriale continua a manifestare per la produzione di energia dal sole.
milioni in tre anni assicurati dagli stessi membri del Rotary nella battaglia antipolio. 150 milioni di dollari provengono da Londra, dal governo britannico e 130 milioni dalla Germania, in 5 anni, direttamente all'iniziativa globale per l'eradicazione della polio. "E' stato fatto un grande sforzo ed oggi un numero ridotto di bambini nel mondo è colpito dal virus della polio", ha detto Bill Gates, "ma la completa scomparsa della malattia è difficile e lo sarà nei prossimi anni". L'iniziativa GPEI, nata nel 1988 come partnership tra Rotary, Organizzazione mondiale della Sanità (OMS), Unicef e i Centri per il controllo e la prevenzione delle malattie Usa (Cdc), in due decenni ha ridotto il numero di casi di polio nel mondo del 99%, da oltre 350 mila ai 1600 stimati per il 2008. Ma l'obiettivo Oms era di eradicare la polio entro il 2000, ora si parla del 2010. La poliomielite è una malattia potenzialmente mortale: il virus invade il sistema nervoso e può causare la totale paralisi in poche ore. Può colpire a qualsiasi età, ma principalmente attacca bambini sotto i 5 anni. Di fatto la polio è scomparsa nelle Americhe, nel Pacifico occidentale e in Europa, ma il polio virus persiste, in forme selvagge, in Afghanistan, India, Nigeria e Pakistan e da questi paesi può svilupparsi nelle altre nazioni come malattia d'importazione. Molte le sfide ancora aperte: in India per l'efficacia delle vaccinazioni, in Nigeria per una bassa percentuale di vaccinati e in Afghanistan e Pakistan per problemi legati ai conflitti in corso. "Il successo per sconfiggere definitivamente la polio è cruciale, non solo per far in modo che nessun bambino più resti paralizzato da questo devastante morbo", ha commentato Margaret Chan, direttore generale dell'Oms, "ma per mostrare che oggi, nel XXI secolo, possiamo realizzare interventi salvavita per ogni bambino, ovunque viva, anche nei più difficili ambienti". Da parte sua il ministro per la Cooperazione Sviluppo della Germania, Heidemarie Wieczorek-Zeul, ha segnalato la questione polio come centrale anche nell'appuntamento prossimo (in Italia) del G8. Rotary International (www. rotary. org/endpolio), fin dal 1985 lanciò la campagna per la vaccinazione di massa PolioPlus. 
moderni distretti museali, con spazi espositivi, cinema e teatri e giardini e bar e ristoranti, dove la gente s’aggira e fortifica quell’identità di nazione che in realtà già possiede. Dentro i musei capisci perché l’America è in verità l’Europa ordinata e acculturata che abbiamo sempre desiderato noi europei senza poterla avere. Dentro i musei comprendi anche l’amore sincero che l’America prova per l’Europa, condito da un atavico senso di inferiorità che è stato colmato negli anni acquistando - come si fa coi blasoni per retrodatare la propria nobiltà - nostre opere d’arte in quantità esorbitante. Industriali e finanzieri, ricchi tycoon del petrolio o dell’agricoltura fin nel più sperduto paese, hanno messo insieme collezioni uniche di Tiziano, Rembrandt, Canaletto, Matisse, Picasso, Modigliani, Mirò elargendole poi a fondazioni e trust che ora le espongono al pubblico. In ogni museo i benefattori sono a centinaia e le sale portano la firma della famiglia donante, come succede in Italia nelle chiese dove le panche recano il nome di chi le ha regalate ex voto. È la borghesia ricca, più che il capitale ad aver fatto grande l’America. Una borghesia che sfrutta gli sgravi fiscali disponibili per gli investimenti in cultura, ma che possiede comunque un forte senso di responsabilità comunitaria, di fatto la consapevolezza del proprio ruolo. Per questo non sorprende in America, visitare la Rachofsky House a Dallas, un edificio disegnato da Richard Meier, e ad attenderti sulla porta c’è proprio Mr. Rachofsky in persona, sessantenne ben tenuto e ben vestito, che ti fa visitare la sua casa museo dentro la quale espone la sua collezione di arte italiana con pezzi di Cattelan, Boetti, Merz, Fontana, Manzoni, Paolini, quasi che abitasse in Brianza. Nelle città americane non ci sono piazze: disegnate incrociando le strade in linea retta come succedeva nell’accampamento romano, non prevedono alcun foro. A San Diego, ad Atlanta, a Dallas, nonostante milioni di abitanti non c’è nessuno in giro a piedi. Se vuoi incontrare qualcuno devi andare in un Mall, oppure al museo. A Dallas migliaia di persone affollano il Nasher Sculpture Center, famiglie e bambini nei giardini tra le opere giganti di Richard Serra e Jonathan Borofsky; a San Diego tutti passeggiano al Balboa Park un distretto con 21 musei; al Metropolitan di New York l’ultimo giorno dell’anno, la ressa è simile a quella di Time Square dove i più coraggiosi hanno aspettato nel freddo glaciale il countdown di mezzanotte fin dalle tre di pomeriggio. I musei americani sono accoglienti. Anche i direttori sono giovani, poco burocratizzati, quasi sempre storici dell’arte con una formazione manageriale. Al Metropolitan di New York, uno dei musei più importanti del mondo, il nuovo direttore Thomas Campbell ha 46 anni. A Los Angeles al County Museum, il nuovo direttore Michael Goven ha 43 anni, mentre al Getty Michael Brand ne ha cinquanta e me dimostra dieci in meno. Katherine Getchell, la giovane direttrice a Boston, ad un certo punto, mancando un addetto, si infila il grembiulino delle guide e si mette alla porta ad accogliere i visitatori. A Reno Nevada, il direttore dell’Art Museum David B. Walker ha poco più di 30 anni e i capelli lunghi. Mentre a Dallas la curatrice per la pittura europea, Heather Macdonald, sembra una ragazzina quanto un ragazzino il suo equivalente al Getty per la pittura italiana, Peter Bjorn Kerber. C’è energia in questo mondo dei musei, malgrado la crisi che fa accatastare invendute le automobili nei parcheggi delle concessionarie ai bordi delle freeway l’America investe in cultura. Al County Museum di Los Angeles, il direttore Govan mostra con orgoglio l’ampliamento in corso. Al Kimbell Museum di Fort Worth, uno dei musei più raffinati degli States, il direttore Malcolm Warner ci mostra soddisfatto il modellino della sede che dovrà essere eretta a breve. Entrambi i progetti sono di Renzo Piano, come di Piano è la nuova ala dello High Museum di Atlanta. Dovunque ti giri c’è un edificio costruito dall’architetto genovese che è una sorta di riconosciuto autorevole ambasciatore della cultura italiana. A contendergli il primato, Richard Meier di cui si può visitare l’abbacinante Getty. Il reparto restauri è condotto come un centro bio medico, mentre l’archivio fotografico, con oltre 250mila stampe, è refrigerato al pari di una fabbrica di nano tecnologie, tutto a prova di terremoto: qui si apprende il senso reale del termine «conservazione». L’America che a noi spaventa, quella dell’imperialismo, dell’egemonia culturale di Hollywood, fa la fila davanti a un Guercino o a un Guido Reni. I curatori ti mostrano con riverenza le sale degli italiani, i Raffaello, i Tiziano, i Canaletto, i Tiepolo, i Bellini, i Mantegna e poi i tanti minori che da noi magari giacciono impolverati nei sotterranei. Benché il mercato non tiri fanno comunque acquisti: al County Museum di LA hanno appena comperato tramite un nostro mercante d’arte una Madonna con bambino di Cima da Conegliano, così al Getty un prezioso Guido Cagnacci. Anche alla National Gallery di Washington, l’unica istituzione museale finanziata direttamente dallo Stato, il curatore David Alan Brown ci fa visitare con entusiasmo una mostra dedicata a Pompei che è allestita in parte con pezzi provenienti dagli scantinati dei nostri musei, pezzi mai visti in Italia ripuliti e valorizzati come noi, appesantiti oltremodo dal nostro patrimonio, non riusciamo più a fare. Quando entri in un museo americano e sanno che sei italiano ti trattano con rispetto. È il riflesso della grandezza della nostra arte di un tempo. I direttori e i curatori delle collezioni, nonostante i lunghi rapporti con le nostre Sovrintendenze, sono molto attenti al lavoro della Fiac, una fondazione americana con sede a New York, voluta e creata dal Ministero dei Beni Culturali, che da anni è impegnata nella diffusione della cultura e dell’arte italiana negli Stati Uniti e che ha già organizzato mostre di capolavori assoluti quali la Fornarina di Raffaello e l’Antea di Parmigianino alla Frick Collection di New York, o nei musei di Houston e Indianapolis, oppure di due capolavori di Antonello da Messina al Metropolitan, o i disegni di Leonardo da Vinci prestati dalla Libreria Reale di Torino ai musei di Burmingham Alabama e San Francisco… Tra sogni dei musei americani ritorna più frequente il desiderio di avere in prestito quattro o cinque Caravaggio, qualche Raffaello, magari alcuni Tiziano, oppure opere dei futuristi, di Fontana o di Merz. Alla National Gallery di Washington sarebbero entusiasti di poter festeggiare il nuovo presidente degli Stati Uniti Obama con una mostra dedicata ai Bronzi di Riace. Chissà se si potrà.
prima ancora che in cerca di soldi per risanare il bilancio. È stanco, anche perché non basta spendere per alzare il livello di continuo.Nooooooooooooooooooooooo !!!!!
Riccardino !!!
Resta qui !!!!

Silvio se lo vendi Fottiti tu e quella banda di tirchioni dei tuoi figli......
Riccardinoooooooo!!!
Restaaaaaaaaa!!!