Papa Ratzinger è stato colpito profondamente dalla visione dei drammatici effetti del terremoto nella terra abruzzese: troppe vittime e danni, in particolare al patrimonio religioso, in quel territorio. Così, appena tornato a Roma, al pontefice è stata data una bellissima notizia: il Corpo di custodia dei musei Vaticani aveva proposto di donare una giornata di lavoro alle popolazioni d'Abruzzo. Il Governatorato dello Stato della Città del Vaticano ha immediatamente accolto l'idea: le straordinarie collezioni papali saranno così aperte eccezionalmente domenica 10 maggio, per sostenere i terremotati, devolvendo l'intero incasso della giornata alla gente duramente provata dal sisma del 6 aprile. Il personale dei musei Vaticani ha dimostrato grande generosità: anche se appare come una lezione nei confronti dei colleghi italiani, e del ministro Sandro Bondi. Perché la settimana dei beni culturali, con i musei gratuiti, poteva essere utilizzata per raccogliere fondi per i terremotati: e al posto dei biglietti omaggio, i turisti avrebbero potuto versare l'intero importo in beneficenza.
Su Wired (edizione italiana) un fantastico articolo dedicato all’Architetto Mario Cucinella e al suo rivoluzionario progetto di una casa totalmente autosufficiente sotto il profilo energetico, ecologica e dotata di materiali di prima qualità al costo di soli 100.000 euro.
Incentivare i residenti a integrare negli edifici impianti energetici alimentati a fonti rinnovabili è diventato un obiettivo che le municipalità e gli altri enti locali si stanno ponendo. Nelle scorse settimane abbiamo esaminato un paio di pratiche italiane, in cui entra in gioco il vantaggioso meccanismo del conto energia (rispettivamente a Torino e a Salerno). Ma anche oltre oceano, negli Usa che spingono per una rivoluzione verde, le città stanno studiando politiche che renda vantaggioso per i cittadini dotarsi di pannelli solari e altri sistemi. Uno degli schemi di incentivazione cui si guarda con più interesse è quello annunciato dalla città di San Diego. Il San Diego Clean Generation Program, questo il nome del programma annunciato a dicembre (vedi pdf), sarà infatti la prima iniziativa del genere applicata a una grande città statunitense: la municipalità finanzierà per intero il costo dell’impianto dei residenti propietari di casa che se ne vorranno dotare, e questi lo ripagheranno in più di 20 anni, attraverso le tasse sulla proprietà degli immobili. La novità è che l’incentivo - e dunque il debito con l’ente che ha anticipato i soldi - non è più legato al cittadino, ma all’immobile stesso: se si dovesse vendere la casa prima di aver finito di saldarlo, sarà dunque il nuovo proprietario, attraverso la tasse sulla proprietà, a completare il pagamento. Una soluzione importante in una società, come quella americana, in cui si cambia casa o addirittura città molto spesso.In pratica San Diego ha aggirato l’ostacolo che tratteneva molti dal dotarsi di sistemi fotovoltaici o dal fare altri interventi costosi sull'abitazione: il timore di non restare nella stessa casa abbastanza da finire di ripagarli e goderne i vantaggi. Negli Stati Uniti un impianto fotovoltaico domestico, installazione compresa, può costare circa 25mila dollari, ma con questa procedura si potrà accedere al finanziamento anche per altri tipi di impianti a energia pulita e per interventi che migliorino l’efficienza energetica dell’edificio. Le rate, che comprendono anche gli interessi a tasso fisso, secondo chi ha ideato il programma saranno intorno ai 150 dollari al mese: cifra che sarà ampiamente compensata dai risparmi in bolletta.Oltre al finanziamento municipale i cittadini di San
Diego potranno usufruire delle altre agevolazioni, ad esempio gli sgravi fiscali, previste sia dallo Stato della California che a livello federale. Lo schema di finanziamento locale invece non peserà sulle casse della città: a mettere in campo i fondi, in cambio di un interesse a tasso fisso, saranno infatti partner privati (istituti finanziari); i prestiti sono garantiti dal fatto che saranno riscossi tramite il pagamento delle tasse immobiliari e i finanziatori riceveranno in cambio una sorta di obbligazioni emesse dalla Municipalità.Il Clean Generation Program sarà operativo da luglio, ma già altre città californiane – tra cui Santa Fé - hanno annunciato di voler copiare l’iniziativa. Lo schema in questione infatti è stato stimolato e reso possibile da una legge dello Stato della California, il l'Assembly Bill 811, che invita le municipalità a mettere in campo sistemi di incentivi per stimolare rinnovabili ed efficienza energetica. Un’altra legge che riconferma il Golden State all’avanguardia nel settore delle energie pulite e che, nel caso del programma di San Diego, ha un’altra ricaduta positiva: fa riprendere valore agli immobili riducendo nel contempo le spese di chi vi abita, cosa non secondaria in un mercato devastato dallo scoppio della bolla dei mutui sub-prime.
studio Onu, aumentera' nei prossimi tre anni di oltre il 170 per cento''. E' quanto evidenziato oggi dal presidente della Cia-Confederazione italiana agricoltori Giuseppe Politi: ''tutto cio' e' immorale - dice -, meglio lasciare ferma l'automobile che morire di fame. Meglio un chilo di pane che un litro di biocarburante''. Nel 2009, ha precisato l'organizzazione agricola, sono 90 milioni gli ettari, un tempo destinati a coltivazioni alimentari, convertiti al no-food per la trasformazione cioe' in combustibile. ''Non si puo' disperdere il patrimonio agricolo-alimentare in questo modo - ha detto Politi - quando al mondo piu' di un miliardo di persone muore di fame''. ''Gia' lo scorso anno piu' del 25% del raccolto di mais Usa e' stato utilizzato per produrre etanolo, i cui stabilimenti raddoppiano di anno in anno. E cosi' avviene un po' ovunque'' ha sottolineato Politi. ''Diminuendo la terra destinata alla coltivazione di grano, i prezzi potrebbero esplodere nuovamente e cio' porterebbe ad aumenti-record dei generi di prima necessita', a cominciare dal pane, per passare poi al latte e alla carne. E questo significa - ha concluso - aumento della fame e della malnutrizione per i Paesi piu' poveri del pianeta, e non solo''.
fotovoltaici per trarre energia pulita dalla nostra stella. All’avanguardia, con tutte le ultime tecnologie.L’investimento è importante, da 500 milioni di euro, e l’impianto sarà eretto su un’area di 300 ettari vicino alla sede di Radio Vaticana nel borgo medievale di Santa Maria di Galeria. 100MW solo per una radio? Ovviamente no, anche se le potenti torri mandano il segnale fino in Asia, il resto alimenterà l’intero Stato e l’extra sarà “esportato” in Italia. Speriamo che qui da noi si prenda come esempio per abbassare un po’ il livello di inquinamento visto che siamo in coda al rispetto del Protocollo di Kyoto.E’ stata interpellata la tedesca Solarworld AG per la fornitura, il cardinale Giovanni Lajolo, presidente del Governorato ha affermato che “Nei momenti di crisi si devono testare e sviluppare le energie rinnovabili al massimo della loro potenza, perché alla lunga si avranno grandi benefici”. Non è la prima volta che il Papa guarda al Sole: a novembre 2008 era stato infatti tappezzato il tetto del grande Auditorium Sala Paolo VI di Pier Luigi Nervi con 2400 pannelli al posto delle vecchie tegole su una superficie di 5000 metri quadrati per produrre 300 MwH l’anno e risparmiare 80 tonnellate di petrolio e 225 tonnellate d
i anidride carbonica.
(Tratto da http://progettonuovaenergia.blogspot.com/ )
(Tratto da http://progettonuovaenergia.blogspot.com/ )
Da una parte si lotta contro l’accanimento terapeutico verso gli esseri umani e dall’altra si apre un centro oncologico per animali……
«Secessione!». Il grido lanciato dal governatore del Texas, Rick Perry, dal palco del comizio anti-tasse di Austin, capitale dello Stato, paventa lo scenario della fuga dall'Unione sull'onda della protesta contro lo «statalismo socialista» dell'attuale governo. Perry è uno dei governatori che più si batte contro le politiche economiche dell'amministrazione democratica: prima ha rimandato al mittente i 550 milioni di aiuti federali previsti dallo stimolo fiscale voluto dalla Casa Bianca «perché non voglio indebitare i miei nipoti» e poi assieme ai colleghi di South Carolina e Louisiana, Mark Sanford e Bobby Jindal, ha creato un fronte di Stati anti-Obama talmente agguerrito da rubare la scena all'opposizione repubblicana, ancora incapace di ritrovarsi attorno ad un leader davvero condiviso. Perry ha sfruttato la manifestazione del «tea party» anti-tasse svoltasi di fronte al municipio di Austin per far capire alla Casa Bianca che i texani non intendono accettare passivamente l'imposizione di «tasse e debiti». «Abbiamo di fronte a noi diversi possibili scenari - ha detto, prendendo la parola dopo un concerto di musica country - siamo parte di una grande Unione che non c'è alcun motivo di dissolvere, ma se Washington continua a mettere prepotentemente il naso nella vita del popolo americano sapete tutti che cosa può avvenire, il Texas è un posto unico e siamo gente che ama l'indipendenza» come dimostra il fatto che «nel 1845 entrammo nell'Unione ma con la chiara intesa che ne saremmo anche potuti uscire» e dunque la «secessione» è possibile. Come dire, questa volta potremmo davvero farlo. Il motivo è il testo di una risoluzione che il Congresso del Texas sta prendendo in esame per riaffermare la validità del 10° emendamento della Costituzione americana secondo il quale «i poteri non delegati agli Stati Uniti dalla Costituzione, e che la Costituzione non proibisce agli Stati, spettano agli Stati o al popolo». «Il problema che ci troviamo ad affrontare è l'esistenza di un governo che è divenuto oppressivo nei confronti degli Stati a causa delle ripetute interferenze che fa», aggiunge il governatore, le cui parole pesano tanto quanto l'economia del Texas che vanta il secondo Pil degli Usa - oltre un trilione di dollari - grazie a risorse energetiche, agricole e commerciali che ne fanno uno dei polmoni dell'economia nazionale. Ma più della ricchezza, evidenziata anche dai minori effetti della recessione nazionale, ciò che conta per i texani è un regime fiscale assai leggero, opposto rispetto alle pesanti misure adottate dal governo federale. I cittadini infatti pagano imposte locali con un'aliquota fissa dell'8,7 per cento e non devono far fronte ad alcuna imposta statale sul reddito perché il Texas alimenta le proprie casse grazie ad un'Iva del 6,25 per cento. È un sistema di contributi che spiega perché gran parte delle aziende presenti nell'indice «Fortune 500» - le più ricche del Paese - hanno il proprio quartier generale in Texas. Senza contare che questo Stato è un «donatore di Washington» in quanto per ogni dollaro di tasse federali versato dai contribuenti riceve benefici per 96 centesimi. In tale cornice, paventare la secessione serve a Perry per ambire al ruolo di leader nazionale di movimento anti-tasse che nasce dal basso senza contare che potrebbe aiutarlo a vincere la battaglia della rielezione contro la sfidante Kay Bailey Hutchinson, senatrice repubblicana incarnazione dell'establishment di Washington.
consenso nella comunità scientifica. Il ricercatore spiega che ci vorranno oltre 75 anni per recuperare le emissioni di carbonio attraverso l'uso dei biocarburanti. Questo perché, nonostante l'intento sia positivo, in realtà per muovere una macchina «bio» bisogna rinunciare a enormi chilometri quadrati di foresta. Non solo. Se l'habitat ideale sono le torbiere, ambienti caratterizzati da grande abbondanza di acqua in movimento lento dove la vegetazione è bassa, il bilancio del carbonio avrà bisogno di più di seicento anni. «I biocarburanti - spiega Danielsen sul sciencedaily.com - sono un pessimo affare per le foreste. In realtà si affretta il cambiamento climatico, eliminando uno degli elementi più efficienti di stoccaggio del carbonio». L'olio più utilizzato per i carburanti bio è quello di palma. La produzione mondiale negli ultimi 40 anni è aumentata vertiginosamente. E i Paesi, tra cui Malesia e Indonesia come maggiori produttori, perdono ventimila chilometri quadrati di foresta tropicale l'anno. Convertire i boschi di palme da olio in «macchine» produttive impoverisce le comunità vegetali e animali. E anche coltivazioni di soia, canna da zucchero o jatropha (per biocarburanti) si scontrano con le stesse problematiche. Insomma, raggiungere gli obiettivi del Protocollo di Kyoto con la Convenzione sulla biodiversità ecologica può realmente accelerare i cambiamenti del clima globale, spiega lo studio. Del resto le foreste tropicali contengono più della metà delle specie terrestri. Esse hanno stoccato il 46% del carbonio del pianeta. Sarebbe quindi la riduzione della deforestazione una strategia più efficace contro il global warming. L'alternativa è installare impianti di biocarburanti sui pascoli degradati, ottenendo un miglioramento del carbonio nell'atmosfera in circa dieci anni. «L'Unione europea e gli Stati Uniti - è l'invito di Danielsen - dovrebbero sovvenzionare solo l'importazione del biocombustibile da produzioni sostenibili e garantite solo da parte di Paesi che possono dimostrare che le foreste sono state gestite in modo sostenibile». Non è un caso se proprio la Fao ha lanciato un allarme in occasione della presentazione del rapporto sulla Food and Agriculture Organization, scoraggiando tutti i provvedimenti finora presi dai governi sulla produzione del biocarburante. Secondo l'organizzazione il potenziamento del biofuel nel mondo porterebbe entro il 2010 a un aumento dei prezzi dello zucchero pari al 26 per cento, del mais pari all'11 per cento e degli olii vegetali pari al 6 per cento. Con gravi conseguenze, non solo per l'ambiente, ma anche per la fame nel mondo. Nei prossimi tre anni la richiesta di biocarburante, secondo uno studio dell'Onu, aumenterà del 170 per cento. Il mondo, dicono i numeri, brucerà circa duecento milioni di ettari di di agricoltura. E il biocarburante potrebbe divenire il combustile «verde» più inquinante della Terra.
dominata dalla scultura rossa con la scritta Love, simbolo della città dei quaccheri, pacifici e tolleranti. Alla faccia dell'amore. Un dibattito tra sordi, con toni tra il piccato, l'irrisorio, il graffiante, è andato in scena ieri sulle tv e nelle strade americane. Da una parte Obama, che ha scelto il giorno delle imposte per un secco messaggio in cui ha ricordato che «i tagli alle tasse avviati dal mio governo permetteranno a due milioni di americani di emergere dalla condizione di povertà», e ha rincarato che «il mio governo ha tagliato le tasse a favore di chi ha bisogno». Dall'altra l'America che non ci sta, e non solo a pagare più tasse in futuro, ma a vedere la nazione virare verso il socialismo, sepolta sotto trilioni di debiti che graveranno sulle generazioni a venire. Incomunicabilità totale: da una parte il presidente contabile, senza il supporto delle folle che lo osannavano durante la campagna; sull'altro fronte la gente per le vie, davanti a fotografi e cameramen che hanno documentato la prima giornata ufficiale anti-Obama a meno di 100 giorni dal giuramento. Vecchi e giovani a cantare e mostrare slogan rivoluzionari, senza alcun atto di violenza se non quella delle battute. Tutti a perorare il loro cambiamento, contro il "change" di Obama. Sul piccolo schermo il leader che ricorda che dal primo aprile «i cittadini americani hanno iniziato a ricevere nuovi soldi sotto forma di tagli alle tasse». Obama spiega che la manovra permetterà ai cittadini di ricevere «120 miliardi di dollari», aiutando in totale 120 milioni di famiglie. In giro per l'America i dieci, cento, mille tea party, raduni di moderni ribelli che hanno scelto per la protesta il termine unificante della rivolta di Boston del 1773, quando i coloni insofferenti dell'oppressione di sua maestà buttarono un carico di tè tassato nelle acque del porto. Dalla Wasilla di Sarah Palin, Alaska, alla Florida dei pensionati che vi emigrano da New York (la scusa è il clima, ma a favorire le migrazioni interne negli Usa è spesso il fatto di trovare altrove un più favorevole regime fiscale), nessuno Stato è mancato all'appuntamento. Dal Texas che solo ieri, per bocca del governatore Rick Perry, aveva ringhiato «giù le mani dal Texas, governo federale!», una ragazza di Dallas sintetizza in un manifesto il malcontento verso la politica di Obama: «Rivolta contro il socialismo». Senza giri di parole. Senza l'ironia greve della signora di Wichita, Kansas, profonda America: «Stimulus, l'audacia delle droghe». In americano, l'attacco è raddolcito dalla rima: invece che «audacity of hope» («l'audacia della speranza», titolo della biografia del presidente), lei ha scritto «audacity of dopes», e dope sta per droga. E «the stimulus», ha stimolato davvero tanta fantasia: in Connecticut è diventato «stimola il capitalismo, non il socialismo». E laddove un girotondo della conservazione si è trasformato in una vera rievocazione in costume della pagina bostoniana, con tamburi, pifferi e un'atmosfera settecentesca, è apparsa anche una puntualizzazione analitica contro-corrente su quanto è successo: «il Non-libero mercato è fallito».
Trovo l’uomo disgustoso, antipatico, insopportabile e anche un sacco di altre cose sgradevoli.
Detto questo penso anche che l’informazione non debba per forza compiacere la politica e nemmeno la sensibilità pubblica; non è che certe cose non debbano essere dette solo perché ci danno fastidio.
Poi chiaro poi che quando uno dice una cosa, specie se critica deve poi portare anche delle prove…. Alla fine è questa la differenza tra la critica e la calunnia.
Leggo su repubblica che alcuni tra i più importanti cineasti nostrani (Sorrentino, Placido e Calopresti) si sono lanciati cinepresa in mano tra le macerie dell’area colpita dal terremoto in abruzzo.
Cosi quella povera gente oltre allo sciacallaggio classico e allo sciacallaggio politico (e si perché tanti troppi politici stanno cercando di farsi belli sfruttando la tragedia) devono beccarsi purè lo sciacallaggio cinematografico, quello di gente che cerca di fare carriera e farsi belli raccontando il loro dramma, andando a riprenderli quando sono allo sbando, “nudi” tra virgolette, indifesi e allo scoperto.
I signori della cinepresa beccheranno un Oscar, se gli va male un David di Donatello e magari una partecipazione al Sundance Festival di Robert Redford… gli sfollati invece continueranno a restare all’agghiaccio, senza un tetto sulla testa e senza un oscar in tasca.
Tratto da http://salviamocarrara.splinder.com/


La politica del dialogo con tutti e del dar credito a tutti, Iraniani, coreani e chi più ne ha piu ne metta… di Obama non sembra sortire gli effetti sperati; infatti i I Nord Coreani hanno appena effettuato un bel test missilistico, con un razzo che e finito nell’oceano pacifico nei pressi del territorio giapponese.
Forse caro Obama la politica del dialoghiamo con tutti va bene per accontentare i liberal pacifisti e anche un po fighetti di Hollywood e d’intorni, oppure quelli di qualche circolo intelletualoide di Park Evenue New York, ma un po’ meno per impedire minaccie nucleari ecc…?