Ryanair Voli gratis per l’Irlanda
La compagnia irlandese low cost Ryanair ha messo oggi in vendità voli gratuiti per gli scali irlandesi di Shannon e Dublino che di solito erano quelli dove la compagnia aerea low cost era meno generosa in quanto a prezzi.
Sarà un caso oppure i recenti attentati e lo tsunami economico che ha colpito l’ex tigre celtica hanno svuotato i voli e reso meno attraente la verde Irlanda?

NEW YORK - La Nasa mette a disposizione di musei, istituzioni, scuole ed «altre organizzazioni appropriate» sul territorio statunitense, gli Shuttle che andranno in pensione alla fine del programma spaziale nel 2010. Per ogni navicella, stima l'Agenzia spaziale americana, gli interessati devono essere pronti a sborsare la modica cifra di 42 milioni di dollari. LA DESTINAZIONE - Uno degli Shuttle, il Discovery, andrà quasi sicuramente al Smithsonian National Air and Space Museum di Washington, che nella sua sede in Virginia già espone l'Enola Gay, l'aereo che sganciò la bomba atomica su Hiroshima, e un'altra delle navette della Nasa, l'Enterprise. Trovare altri candidati adatti ad ospitare i cimeli della Nasa non sarà semplicissimo e non solo per i costi previsti per la loro preparazione e per il loro trasferimento, che da solo richiede 6 milioni di dollari. LE RICHIESTE - Nel documento informativo predisposto dall'Agenzia spaziale si richiede che chiunque risponda all'annuncio debba garantire di esporre le navicelle spaziali solo in strutture coperte, in ambienti climatizzati. Si avverte inoltre che per esporre gli oggetti messi a disposizione ci si deve adeguare alle regole sul traffico internazionale di armi e quindi impegnarsi a non esportarli al di fuori degli Stati Uniti. Se non si dispone della cifra o degli spazi richiesti, la Nasa mette a disposizione tra i sei ed i dieci motori non assemblati o parzialmente assemblati degli Shuttle per una cifra compresa tra i 400 e gli 800 mila dollari. Per Fiumicino e Malpensa 21 voli settimanali ciascuno, 14 per Venezia
Accordo raggiunto ad Abu Dhabi. Il sottosegretario Urso: «Coinvolge anche il rilancio della nuova Alitalia»
ROMA - Emirates ha scelto l'Italia come principale scalo per l'Europa, in particolare gli aeroporti di Fiumicino, Malpensa e
Venezia. L'impegno è stato formalizzato lunedì mattina ad Abu Dhabi tra il sottosegretario allo Sviluppo economico Adolfo Urso e dal ministro dell'Economia degli Emirati Arabi Uniti, Sultan Bin Saeed Al Monsouri. I VOLI - La compagnia di bandiera del governo degli Emirati ha richiesto un aumento considerevole per gli slot in possesso degli Emirates, che ora sono meno di dieci. I voli saranno cosi suddivisi: 21 su Roma Fiumicino, 21 per Milano Malpensa e 14 per Venezia. Sono previsti anche 28 voli cargo settimanali. Dell'intesa fa parte anche la compagnia Etihad, che ha richiesto sette voli per Fiumicino e altrettanti per Malpensa.
ACCORDO - «È un accordo molto significativo», ha detto Urso. «Vuol dire che gli Emirati Arabi hanno scelto l'Italia come porta d'ingresso per l'Europa. Ciò significa più turismo, più affari economici e commerciali, ma può comportare anche il rilancio della stessa Alitalia. Infatti nelle tratte interne nazionali e in quelle europee gli Emirates potranno contare sul contributo della nuova compagnia aerea italiana». La commissione mista dei due governi ha anche stabilito che Poste Italiane, nel quadro dell'ammodernamento e dello sviluppo del sistema postale degli Emirati Arabi, avrà un ruolo nei settori dei servizi bancari e in progetti operativi specifici.
Mentre a Roma il trasporto aereo si dibatte tra le convulsioni dell'Alitalia e il difficile decollo della Cai (Compagnia aerea italiana), a Milano hanno imboccato una strada autonoma, tagliando il cordone ombelicale con la ex compagnia di bandiera e con l'azienda che le succederà. Due esempi significativi del nuovo corso della società di gestione aeroportuale Sea guidata da Giuseppe Bonomi sono l'avvio da novembre di un
collegamento tra Malpensa e Seul, della Korean Air, e il raddoppio concordato con la compagnia Emirates dei voli con Dubai, da uno a due al giorno, a partire dal 1° gennaio 2009.
nelle quattro righe cruciali di un regolamento approvato dalla Comunità europea sedici anni fa, il 23 luglio del 1992. L'imprenditore mantovano, che si è candidato a guidare la Nuova Alitalia, deve ottenere la licenza per far volare la compagnia che sta faticosamente mettendo insieme in questi giorni. La procedura è delicata perché, da un lato, ogni compagnia aerea che si prepari a decollare deve garantire il rispetto di una serie di standard organizzativi e di sicurezza. Una verifica che è necessaria ma non sufficiente: è necessario dimostrare anche di avere la forza finanziaria per mantenere gli impegni previsti con i clienti e tutti i fornitori.
regolamento europeo del 1992. Denari che la cordata privata rischia di non avere. Anche se gli imprenditori si sono impegnati a versare proprio un miliardo nella Compagnia aerea italiana (Cai), la società che diventerà la Nuova Alitalia, parte di questa cifra è destinata a transitare solo rapidamente tra le disponibilità di Colaninno. Una fetta rilevante dell'iniezione di risorse dovrà infatti essere utilizzata per rilevare dal commissario Augusto Fantozzi quei beni di Alitalia, a cominciare dai diritti di decollo nei diversi aeroporti (gli slot), che la Cai vorrà conservare. Un'operazione il cui valore, secondo le voci circolate nelle scorse settimane, potrebbe aggirarsi attorno ai 400 milioni. Un altro esborso potrebbe rendersi necessario se Carlo Toto, proprietario della AirOne, la piccola e indebitata compagnia che pure è destinata a confluire nella Nuova Alitalia, chiedesse di ottenere in cambio non solo azioni Cai, ma anche quattrini (magari da reinvestire in parte nella nuova società). Un punto cruciale resta la scelta del socio straniero, che vede come candidati l'Air France di Jean-Cyril Spinetta e la Lufthansa di Wolfgang Mayrhuber. Per rafforzare la compagine dei soci, incamerare nuove risorse e rafforzare la dotazione finanziaria necessaria per ottenere la licenza, Colaninno potrebbe essere tentato dall'idea di stringere i tempi nella scelta dell'alleato. Questa esigenza, però, fa a pugni con un'altra necessità non secondaria: ritardare il più possibile l'ingresso effettivo del del partner straniero per evitare che la competenza di valutare l'operazione passi dall'autorità Antitrust italiana, messa a tacere per decreto, a quella europea.
Qualcuno lo aveva ribattezzato l'«Air Force One» italiano, anche se non era un aereo di Stato ma l'Airbus A319 del capo dell'opposizione, Silvio Berlusconi . Ora, da premier, il Cavaliere deve aver pensato che quel gioiellino volante, con meno di 4 mila ore all'attivo, non servirà più visto che il 31° Stormo ne ha due identici riservati alla Presidenza del Consiglio. All'inizio sembrava volesse trasformarlo in navetta Milano-Roma per lui e i suoi ministri del Nord. E in effetti, due settimane fa l'Airbus è atterrato nella Capitale con Giulio Tremonti, Ignazio La Russa e Maria Stella Gelmini a bordo.
Il servizio, però, non durerà molto. In gran segreto, infatti, gli emissari del Cavaliere hanno preso contatto con uno dei più noti broker del mondo, Bob Nygren della Aero Smith Penny di Houston, chiedendogli di sondare con discrezione il mercato e trovare un compratore.

Mentre noi italiani con la tristezza nel cuore guardiamo il declino di Malpensa e Alitalia, gli inglesi si consolano dall’inizio problematico di quello che doveva essere un orgoglio nazionale, il nuovo avveniristico Terminal 5 dell’aeroporto di Heathrow cantando una canzone… Insomma se l’aeroporto non funziona canta che ti passa…..
Il Cav. ancora una volta spariglia. L’uscita di Silvio Berlusconi a favore di una cordata italiana, basata sul binomio Air One e Intesa Sanpaolo (ormai sfilatosi), per rilevare Alitalia ha acceso il dibattito di ieri sul destino dell’ex compagnia di bandiera. Il leader del Pdl però questa volta ha sbagliato bersaglio. Giusta e opportuna la sua chiamata alle armi ai colleghi imprenditori, troppo spesso facili ai proclami e meno alle azioni concrete, l’obiettivo però va ricalibrato. Alitalia è destinata ad Air France per mille ragioni (il mercato teso ai consolidamenti internazionali, il know how francese del business e delle fusioni, la grande disponibilità finanziaria), chi deve uscire ora dalla logica assistenziale e necessita della fantasia del Cav. è Sea, la società che gestisce gli scali di Malpensa e Linate. In Italia, al contrario di ciò che accade all’estero, la maggior parte degli aeroporti sono controllati da enti locali. Azionariati pubblici da cui discendono scelte dettate dalla politica e non da percorsi industriali. Una Sea privata dieci anni fa, ad esempio, avrebbe potuto difendersi in maniera adeguata dai pasticci che fecero i governi dell’Ulivo sulla ripartizione del traffico tra Linate e Malpensa. Quando nel ’99 l’ad Tomaso Quattrin provò a salvare il progetto Malpensa dalle obiezioni delle compagnie straniere fu censurato e poi allontanato dal sindaco Gabriele Albertini. Il comune di Milano, azionista di riferimento con l’84 per cento, aveva infatti deciso di non irritare i suoi concittadini con la limitazione di voli a Linate. Sea oggi deve fare autocritica per essersi cullata per troppi anni sulle commesse di Alitalia. Perso il primo cliente, rischio impossibile da scongiurare in un libero mercato, la società guidata da Giuseppe Bonomi si trova smarrita, senza un piano industriale. La nuova strategia è basata unicamente sulla richiesta danni da 1,25 miliardi di euro presentata ad Alitalia. Soltanto una minaccia per convincere l’aerolinea a tornare sui suoi passi. Caro Cav., raccolga sì un cenacolo di imprenditori e finanzieri pronti alle sfide come lei. Privatizzi Sea davvero, non come si provò in passato vendendo un’inutile quota di minoranza. Affidi la società a un management capace di elaborare progetti industriali. Vedrà le armi per costruire un polo alternativo a quello romano-parigino di Alitalia non le mancheranno. Il Nord non l’abbandonerà.