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Il Blog di Giulio Stevanato

lunedì, 19 ottobre 2009

Il laptop da 100 dollari ricomincia dall’Uruguay

Ma anche il Ruanda sta puntando molto sul programma One Laptop Il Paese latino-americano sarà il primo al mondo a fornirlotutti i bambini delle elementari. Un computer per ogni bambino delle elementari. Non è la proposta del solito paese scandinavo iper-tecnologizzato, bensì un progetto appena realizzato in Uruguay. Nei giorni scorsi – come riferito da BBC - il presidente Tabaré Vàzquez ha infatti ufficialmente consegnato gli ultimi portatili. Sono più di 360mila i bambini coinvolti, oltre a 18mila insegnanti. Lo stato latinoamericano ha aderito in modo massiccio a One Laptop per Child (OLPC), il programma fondato dal professore del Mit Nicholas Negroponte per favorire l’alfabetizzazione informatica (ma spesso l’alfabetizzazione tout court) nei Paesi in via di sviluppo o nelle aree più remote. Era il sogno del laptop da 100 dollari, che non è mai riuscito a raggiungere davvero quella cifra, ma che in questi anni, tra alti e bassi, ha conseguito comunque una serie di successi. LAPTOP DA 260 DOLLARI - Il programma uruguaiano (ribattezzato Plan Ceibal) è costato 260 dollari per laptop, che comprendono la manutenzione, le riparazioni, la formazione dei maestri e le connessioni internet. Di fatto la spesa totale rappresenta meno del 5 per cento del budget dedicato all’istruzione. Il governo di Montevideo sta puntando molto sui laptop OLPC – noti come XO-1 – anche in vista delle imminenti elezioni politiche, e i toni sono ovviamente trionfalistici, ma il programma si è scontrato con varie difficoltà, a partire dalla ritrosia di molti insegnanti. C’è poi il problema di come connettere questi computer, visto che l’acceso a internet in molte zone è ancora un miraggio. IL PROGETTO E GLI OSTACOLI - Di ostacoli l’OLPC ne ha incontrati parecchi negli ultimi anni. L’idea, quando venne lanciata, era tanto ambiziosa quanto brillante: creare un portatile a basso costo specificamente orientato all’istruzione. Ed ecco nascere gli XO, i computer bianchi e verdi, con memoria flash al posto dell’hard drive, il sistema operativo basato su Linux e un’interfaccia originale e accattivante, Sugar. «Costeranno 100 dollari e ne produrremo 7 milioni», si era lanciato Negroponte. Non è andata proprio così: oggi per costruire uno XO (li fa la taiwanese Quanta) ci vogliono ancora 180 dollari; poi vanno aggiunti la formazione, il mantenimento e via dicendo. A oggi ne sono stati distribuiti 1,5 milioni. Ma il colpo di grazia sembrò arrivare con la carica dei netbooks, i mini-laptop economici prodotti dai vari Acer, Asus: un mercato che paradossalmente era stato aperto proprio dall’OLPC. GIVE ONE GET ONE - Tant’è vero che la promozione Give One Get One – una maratona di solidarietà che sotto Natale con 399 dollari permetteva di comprare uno XO e di regalarne un altro a un bambino – l’anno scorso è stata un fallimento. «Il primo anno con Give One Get One ne abbiamo venduti 200mila. L’anno scorso molto pochi, forse 15mila», ha commentato al Corriere Matt Keller, direttore per la Global Advocacy dell’OLPC. «Le ragioni sono due: la concorrenza dei netbooks e la crisi economica». IL MODELLO RUANDA - Eppure, proprio mentre sulla stampa internazionale stava crescendo la disillusione verso il sogno di Negroponte, il progetto OLPC sembra essere ripartito di slancio. Le sue roccaforti sono l’America Latina (dove il Perù sta imitando l’Uruguay) e il Ruanda. In particolare il Paese africano punta sulla tecnologia per alimentare ulteriormente la crescita economica e seppellire per sempre i fantasmi del genocidio di 15 anni fa. Di XO ne ha ordinati 120mila, con l’obiettivo di distribuirli a quante più scuole possibili, finanziandosi in parte con la vendita delle licenze di telefonia mobile. Tra gli stati africani è il primo a investire decisamente sui laptop di Negroponte, e potrebbe fare da apripista. Non a caso l’OLPC ha appena spostato il suo principale programma di training dal Massachusetts a Kigali, la capitale ruandese. «Le cose vanno alla grande in quel Paese – racconta Keller – Stiamo reclutando gli abitanti per diventare dei formatori di tecnologia e di pedagogia per l’Africa sub-sahariana. È tutto molto eccitante. Quando vedi quello che fanno i bambini con i laptop – programmare, creare contenuti, connettersi al mondo – hai l’impressione che questa generazione di studenti sarà molto diversa da quella precedente». PROSSIMA TAPPA: GAZA - L’obiettivo dell’OLPC è in parte mutato. Non ha più tanto a che fare con la produzione di laptop a basso costo, quanto con la diffusione di una filosofia educativa. Certo, Keller assicura che di XO ne saranno distribuiti un altro milione il prossimo anno. Ma a essere diffusa sarà soprattutto l’idea della «natura trasformativa dell’educazione, così come l’importanza di accedere all’informazione e alla connessione, qualcosa che per la maggior parte della popolazione mondiale è ancora un sogno». La prossima tappa del programma – già presente in una trentina di Paesi – sarà Gaza. Per novembre è prevista la distribuzione di 5mila laptop alle scuole palestinesi della striscia. Come ha scritto recentemente Negroponte in un’appassionata difesa del suo progetto: «Aspettate e vedrete».

 

(Tratto da http://technologyrevelation.blogspot.com/ )

postato da: CesareAugusto82 alle ore 16:12 | link | commenti
categorie: politica, tecnologia, internet, africa, ruanda, uruguay
mercoledì, 25 marzo 2009

Meglio criticati che ignorati

Mons. Bagnasco se l’è presa con i media e con alcune cancellerie (un po’ anche giustamente) per come hanno trattato, banalizzato e criticato le parole del papa.

Io sono d’accordo con Bagnasco, i politici e i media banalizzano tutto; detto questo è anche  pero’  vero che è meglio essere criticati che ignorati.

Venire criticati significa essere ascoltati mentre venire ignorati significa non contare niente.

Detto questo il mondo dell’informazione odierno è ridicolo.

postato da: CesareAugusto82 alle ore 09:03 | link | commenti
categorie: vaticano, politica, news, religione, media, africa, benedetto xvi
martedì, 07 ottobre 2008

ENERGIA: LA FAO, RALLENTATE LA CORSA FOLLE AI BIOCOMBUSTIBILI

(AGI) - Roma, 7 ott. - La corsa ai biocombustibili va rallentata e vanno rafforzate politiche a tutela dello sviluppo agricolo e rurale dei Paesi poveri. Diversamente continuera' ad aumentare la fame nel mondo. L'impennata dei prezzi delle derrate alimentari, nel solo 2007, ha creato 75 milioni di 'nuovi' affamati e portato il numero totale a 923 milioni. Il monito arriva dall'ultimo rapporto della Fao sullo stato dell'alimentazione e l'agricoltura (Sofa 2008), che mette in evidenza come politiche e sussidi relativi alla produzione di biocombustibili da prodotti agricoli sia piu' che triplicata dal 2000 e il 2007 e rischi oggi di compromettere la sicurezza alimentare poiche' biofuel ed etanolo incidono prepotentemente sull'aumento dei prezzi delle materie prime agricole.
  Inoltre, sussidi e barriere commerciali adottate dai Paesi Ocse creano un mercato artificiale che danneggia i Paesi poveri e ne ostacola lo sviluppo agricolo e rurale. Senza considerare che sul piatto della bilancia non si potra' mettere un'alternativa ai carburanti fossili visto che, secondo le previsioni degli esperti, pur raddoppiando nei prossimi dieci anni la produzione, il ricorso ai biocombustibili avra' un impatto modesto nel settore energetico. (AGI)

http://progettonuovaenergia.blogspot.com/

postato da: CesareAugusto82 alle ore 15:23 | link | commenti
categorie: ambiente, africa, energia
giovedì, 15 novembre 2007

L'Africa gioca la sua scommessa Segnali di crescita nell'economia

Per la Banca mondiale il Continente nero sta seguendo i Paesi avanzati
«Si intacca il tasso di povertà e si attirano investimenti»
MILANO — Il credito è un credo, in Camerun come in Tanzania. Che se ne fa della carta di credito, chi vive di debito? E come la usa se non ci sono banche, telefoni, luce? E comunque: non serve ben altro in terre dove le strade le chiamano barabara, parola onomatopeica che rifà il suono della ferraglia quando vibra sulle buche? Domande oziose, a Yaoundé o a Dar es Salaam. Volevano la Visa nera, loro. E l'hanno avuta. Si chiama Baatcard, ha un piccolo bottone collegato a una chip acustica. Tu schiacci, lei lancia nello spazio un ultrasuono criptato, unico, non falsificabile. Transazione eseguita. E il soldo nero diventa soldo vero. La loro Africa sta cambiando. Lo dicono gl'inguaribili afrottimisti della Banca mondia-le, ma lo confermano anche al World Economic Forum, all'Onu, al Fondo monetario. «Per la prima volta — scrive la Banca nel suo rapporto 2007— i 44 Paesi africani seguono lo sviluppo economico del resto del mondo, il loro tasso di crescita è simile a quello di molte economie avanzate».
Una rinascita veloce, costante: «Molte economie sembrano aver voltato pagina, tanto da intaccare l'alto tasso di povertà e attrarre investimenti». I numeri: crescita media del 5,4%, previsioni uguali per il 2008. Con punte d'eccellenza nelle aree petrolifere di Mauritania (19,8%), Angola (17,6), Ciad (9), Mozambico (7,9). Coi telefoni aumentati del 328% in dieci anni (prima l'avevano 21 africani su mille, ora sono 90); coi rubinetti d'acqua potabile moltiplicati del 18-19%; con la produzione d'elettricità salita del 43,8%. «L'Africa ha imparato a commerciare in modo più efficace — dice John Page, analista della Banca mondiale —. Si affida di più al settore privato, sa evitare le gravi crisi economiche degli anni '70 e '80». Se il tasso di crescita raggiungerà il 7% e non calerà fino al 2015, prevedono le Nazioni Unite, si potrebbe perfino realizzare un sogno: dimezzare la povertà. Non tutto è nero nel Continente nero, dunque. Anche se il Rinascimento Africano è solo la bozza d'un affresco: il 41% dei subsahariani continua a vivere con meno d'un dollaro al giorno, le strutture sanitarie e scolastiche sono inesistenti per sei africani su dieci, la diffusione di Aids, malaria e Tbc è inarrestabile. Negli ultimi quindici anni 23 Paesi hanno bruciato 18 miliardi di dollari in armi, la corruzione è endemica. «I nostri tassi di crescita non sono accompagnati da una significativa riduzione della povertà», ha riconosciuto ieri Abdelaziz Bouteflika, il presidente algerino, ed è chiaro a molti che i primi contano poco, se manca la seconda. I dati della Banca mondiale, così, sono sempre letti con un certo scetticismo.
Due anni fa, a Cannes, fu molto applaudita l'opera d'un regista mauritano, «Bamako», dove i banchieri di Washington facevano la parte di pistoleri da Far West: «Appena arrivano loro in un villaggio — diceva un personaggio del film — finisce come nei duelli al sole: chi è di troppo, viene eliminato». Il boom non è un ciak, però. Ed è al botteghino finanziario che gli analisti rimandano. C'è la strepitosa interpretazione del golia Sudafrica (che ha il 5,4% 45% del prodotto lordo di tutto il continente) e dei grandi esportatori di petrolio (Nigeria); c'è la recita costante d'economie diversificate che puntano su agricoltura e turismo (Senegal, Kenya); c'è il passo da moviola di Congo, Seychelles, Swaziland, Costa d'Avorio (all' 1% di crescita); c'è il fiasco Zimbabwe, che sprofonda del 4,4% e ha un'inflazione all' 8.000%... «L'espansione economica non è una leggenda — dice Sean Nola, uomo del Fmi a La crescita media del Continente nero negli ultimi dieci anni Pretoria —. Altrimenti, nessuno verrebbe a investire». S'avvicina la Cina, diventata anche qui la maggiore partner commerciale dopo gli Usa. Qualche mese fa, a Pechino, hanno ridisegnato addirittura la mappa geografica: fra Zambia ed Egitto, nasceranno tre macroregioni economiche. Operai gialli e neri, insieme. I peggio pagati del mondo. Il meglio, per sfamare e crescere i nuovi Leoni d'Africa.
postato da: CesareAugusto82 alle ore 09:47 | link | commenti
categorie: economia, africa
lunedì, 15 ottobre 2007

Un rapporto internazionale ha quantificato i danni di 15 anni di conflitti in 23 paesi

Un rapporto internazionale ha quantificato i danni di 15 anni di conflitti in 23 paesi
Il 95% delle armi leggere impiegate è prodotta fuori dal continente. Il presidente liberiano: «Serve un trattato»
I conflitti che hanno coinvolto 23 paesi africani sono costati, nel periodo che va dal 1990 al 2005, 284 miliardi di dollari (199,8 miliardi di euro) È una cifra enorme ma, secondo gli autori della ricerca Africa's missing billions, sicuramente sottostimata. «Si tratta del totale dei costi legati in modo diretto ai conflitti - spiegano gli autori della ricerca firmata dalle tre associazioni Oxfam, Saferworld e International Action Network on Small Arms - . Nei 284 miliardi si conteggiano soltanto le strutture distrutte, i costi medici e quelli legati agli sfollati». Poi ci sono gli altri, non conteggiati, a cominciare da quelli sostenuti dai paesi confinanti: gestione della popolazione in fuga, difficoltà o paralisi degli scambi commerciali, instabilità politica. Se sono quindi quasi 300 miliardi i costi "vivi" dei conflitti africani molti altri si perdono negli "effetti collaterali". Per esempio i mancati introiti: il ministro del turismo sudafricano, citato nel rapporto, ha stimato in quasi 22 milioni i turisti che hanno rinunciato a visitare il paese per paura delle violenza in soli cinque anni.
IL 95% DELLE ARMI ARRIVA DALL'ESTERO - I combattimenti sostenuti nei 15 anni esaminati nella ricerca, salvo qualche rarissima eccezione, sono sempre avvenuti con scontri a fuoco tradizionali, dove le armi leggere erano le uniche in dotazione ai belligeranti. Una in particolare: il Kalashnikov Ak-47. E questo fucile automatico, per il 95% dei casi, è sempre arrivato dall'estero. Le fabbriche principali che producono questo tipo di armi si trovano in 13 paesi: in Europa, in Asia e in Sud America. In Africa solo Egitto e Sudafrica hanno aziende che producono delle copie del Kalashnikov, in particolare il modello Misr e i Vektor R4 e R5. E lo stesso discorso vale per proiettili, caricatori, e in genere tutti i componenti di questo tipo di armi. L'Africa resta il continente nero e diventa sempre più buio, dove è meglio non andare a guardare. Le dimensioni dei guadagni nel mercato delle armi rappresenta un freno micidiale alla reale attuazione dell'"Arms Trade Treaty" ( Trattato sul controllo del commercio delle armi) al quale sta da tempo lavorando l'Onu. Nel solo Mozambico, su 15 milioni di abitanti, si stima siano disponibili circa 10 milioni tra fucili, mitragliatrici, pistole ed altre armi, che provengono tutte dal di fuori del continente, salvo una piccola percentuale fornita dal Sudafrica. CONFRONTO CON I PAESI NON IN GUERRA Nel rapporto si evidenzia un confronto, all'interno del Continente africano, tra la situazione dei paesi coinvolti nei conflitti e gli altri. La mortalità media infantile registrata nei primi è del 50% più elevata, così come i casi di denutrizione sono più numerosi del 15%. Secondo i dati di una ricerca del 2007 firmata dalla Banca Mondiale, citata nel rapporto Africa's missing billions, l'aspettativa di vita media nei paesi africani in guerra è di 48 anni mentre negli altri è di 53.
PRESIDENTE DELLA LIBERIA: «ARMI FUORI CONTROLLO» - Ellen Johnson Sirleaf, è un'ecomista ed è la prima donna presidente di una nazionale africana, la Liberia, paese dove il signore della guerra Charles Taylor rovesciò Samuel Doe dando il via a 14 anni di ininterrotta guerra civile. E' lei che firma l'introduzione al rapporto Africa's missing billions. «Sono da sempre preoccupata per la devastazione dell'economia africana prodotta dalle guerre. Con la mostruosa cifra persa nei conflitti, in questi anni avremmo potuto debellare l'Aids e sarebbero avanzati fondi sufficienti per construire scuole e ospedali e portare così la media del continente a un livello di istruzione e sanità accettabili. Nel mio paese, ad esempio, il conflitto ha quasi totalmente dilapidato le risorse minerarie e agricole. Siccome praticamente tutte le armi impiegate nelle guerre dell'Africa arrivano da fuori io rivolgo un nuovo appello ai governi del Mondo affinché lavorino al Trattato sul controllo del commercio delle armi, trovino finalmente un accordo e lo applichino. E' un primo indispensabile passo - conclude Ellen Johnson Sirleaf - per ridurre la violenza in Africa e nel resto del Mondo. I danni che le guerre causano devono essere chiari a tutti».
postato da: CesareAugusto82 alle ore 22:55 | link | commenti (1)
categorie: africa
lunedì, 18 giugno 2007

l'Africa cresce del 6% l'anno

World economic Forum: l'Africa cresce del 6% l'anno, ma pesanoi problemi infrastrutturali
L'Africa è cresciuta più negli ultimi cinque anni che nei precedenti 25, ma molto rimane ancora da fare per raggiungere l'obiettivo di dimezzare la povertà entro il 2015. Questa la conclusione più importante del World Economic Forum, un importante summit dedicato alle prospettive di sviluppo del Continente Nero che si è concluso ieri a Città del Capo. Il prodotto interno lordo è infatti cresciuto in media del 5,5% nel 2006, trainato soprattutto dall'ottimo andamento dei paesi esportatori di petrolio, e nel 2007 dovrebbe registrare un progresso del 6,2%. Uno sviluppo molto positivo, se si considera che ancora nel 2001 la crescita non superava il 5%, ma che ancora non è sufficiente per raggiungere l'obiettivo fissato dai Millenium development goals delle Nazioni Unite di dimezzare il tasso di povertà entro il 2015. Per tagliare questo traguardo sarebbe infatti necessaria una crescita annuale del 7%. Alcuni gravi problemi strutturali, segnalano le analisi del World Economic forum, frenano ancora l'espansione economica dell'Africa. In primo luogo le imprese sono tuttora penalizzate dalla difficoltà di accesso al credito: il rapporto del summit suggerisce perciò di implementare politiche che favoriscano la trasparenza e le certificazioni contabili. Altra grave questione è la carenza di infrastrutture: in particolare energia e trasporti rappresentano i più grandi ostacoli allo sviluppo africano. A causa delle continue interruzioni di elettricità, le imprese devono rinunciare almeno all'8% del loro potenziale di vendita, mentre i ritardi nei trasporti determinano un altro 3% in meno nel fatturato. Un altro nodo cruciale è rappresentato dall'educazione, e in particolar modo dalla mancanza di lavoratori qualificati: eppure ogni anno circa 20mila professionisti africani emigrano all'estero, spesso senza fare più ritorno al proprio paese d'origine. E così uno stato come il Sudafrica, dove il tasso di disoccupazione è intorno al 26%, si trova costretto a importare manodopera specializzata. Anche nell'educazione primaria i progressi sono stati sinora insufficienti, anche se molti capi di stato presenti a Città del Capo hanno rinnovato il loro impegno in tal senso. Tornando invece agli aspetti positivi, l'Africa negli ultimi anni non è stata lacerata come in passato dalla guerra, e questo ha agevolato l'afflusso di investimenti esteri e gli scambi commerciali: la democrazia stenta però a mettere le radici nel continente ed è diffusa solo in otto stati dell'Africa subsahariana, mentre il rapporto sottolinea con preoccupazione la crescente proliferazione dei gruppi legati al fondamentalismo islamico. Una situazione che comporta ovviamente implicazioni anche per l'economia, perché i paesi che hanno mostrato i tassi di crescita più positivi sono quelli dotati di istituzioni politiche stabili e rappresentative. Altri progressi segnalati dal Forum sono costituiti dalla telefonia mobile, che grazie al successo dei servizi prepagati è stata in molti paesi un autentico volano per l'economia, e dalla lotta alle malattie endemiche come la malaria, mentre molto rimane da fare nel campo della lotta all'Aids. Per il futuro, oltre alla ricerca di nuove strade per lo sviluppo economico, la grande sfida dell'Africa si chiama urbanizzazione: entro il 2025 oltre la metà degli abitanti del continente vivrà nelle città, e nei successivi 25 anni la popolazione delle aree urbane crescerà a un ritmo doppio rispetto a quello delle aree rurali. Questo processo dovrà necessariamente comportare fortissimi investimenti in aree come trasporti, energia, educazione e strutture igienico-sanitarie.
postato da: CesareAugusto82 alle ore 15:02 | link | commenti (1)
categorie: economia, africa
domenica, 04 febbraio 2007

L'interesse cinese per l'africa..

Hu Jintao l’africano

La Cina è una potenza economica, non più il leader terzomondista

 Il presidente cinese, Hu Jintao, è tornato in Africa per la terza volta, dall’inizio del suo mandato. La dimensione dell’interscambio commerciale tra Cina e Africa, poco più di 50 miliardi di dollari, che pure si è quintuplicata in cinque anni, non è tale da giustificare appieno un così vistosa dimostrazione di interesse. La Cina svolge in Africa una politica commerciale aggressiva, anche perché le sue imprese non sono frenate dalle legislazioni anticorruzione e dalla pregiudiziale sul rispetto dei diritti umani che almeno in parte limitano la spregiudicatezza delle loro concorrenti occidentali. L’antica retorica terzomondista, della quale la Cina in passato era leader mondiale, ora viene usata come strumento per giustificare l’amicizia con odiose dittature “discriminate” dall’occidente. La tappa in Sudan di Hu Jintao è stata la dimostrazione più chiara di questo atteggiamento. Il presidente sudanese Omar al Bashir, uscito malconcio dal vertice dell’Unione africana ad Addis Abeba, che aveva rifiutato per la seconda volta di conferirgli la promessa presidenza dell’organizzazione, ha potuto segnare un recupero diplomatico, che ha sottolineato dichiarando che “la Cina si è dimostrata molto più leale dell’occidente nei rapporti con il Sudan e la sua politica sta contribuendo a ristabilire la pace e a rafforzare l’economia”. La “lealtà” cinese si era espressa nell’impedire alle Nazioni Unite di esercitare un’azione efficace a difesa delle popolazioni del Darfur, sottoposte a un genocidio da parte di milizie islamiche che si proclamano indipendenti dal regime di Karthoum, ma che in realtà possono godere della più ampia tolleranza da parte di un governo che peraltro minimizza o addirittura nega i massacri subiti dalla popolazione civile. Un’amicizia troppo stretta con gli integralisti islamici sudanesi, però, può procurare qualche ostilità africana alla Cina, soprattutto dopo che la disfatta delle Corti islamiche a Mogadiscio ha ridato forza alle correnti che temono il dilagare dell’influenza integralista e terrorista in Africa.

postato da: CesareAugusto82 alle ore 20:01 | link | commenti
categorie: politica, economia, cina, africa