E' stato finalmente aperto a Roma il MAXXI, il museo delle arti del 21esimo secolo progettato da Zaha Hadid

L'antica civiltà precolombiana degli Inca sbarca a Brescia con un incredibile mostra all'interno del complesso museale di Santa Giulia. La mostra aprirà i battenti il 4 dicembre 2009 e chiudera il 27 giugno 2010.
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LONDRA - È uno dei dipinti più noti, entrato
nell'immaginario collettivo per la sua potenza romantica, di suggestione, di abbandono amoroso. «Il bacio» di Francesco Hayez (1791-1882), uno dei simboli del Risorgimento italiano, andrà all'asta da Sotheby's a Londra mercoledì 12 novembre. L'opera del 1861 (guarda) è una delle quattro versioni del «Bacio» realizzate da Hayez: oltre a quella in vendita, proveniente da una raccolta privata tedesca, ci sono la più celebre, quella conservata a Milano nella Pinacoteca di Brera, e due quadri più piccoli presenti in collezioni private italiane.
L'OPERA - Il dipinto sarà battuto da Sotheby's con una stima di 4/600mila sterline (505/760mila euro). Fu commissionata ad Hayez da Federico Mylius, discendente di Enrico, celebre mecenate milanese. Hayez considerò «Il Bacio» una delle sue composizioni più importanti, che traeva ispirazione da riferimenti storici e letterari per indicare l'età romantica e per diventare infine espressione del nuovo spirito del nascente Regno d'Italia. La coppia immortalata in un appassionato bacio è una chiara allusione a Romeo e Giulietta di Shakespeare e a Renzo e Lucia di Manzoni, oltre che un'icona della neonata nazione italiana. In questo soggetto Hayez riunì le principali caratteristiche del romanticismo italiano, l'attenzione verso i concetti di naturalezza e sentimento (l'amore individuale), ma soprattutto verso gli ideali risorgimentali (l'amore per la patria). Rispetto al «Bacio» custodito a Brera, del 1859, la versione che andrà all'asta, realizzata due anni più tardi, mostra la donna con un abito bianco anziché celeste, per indicare uno dei tre colori della bandiera italiana.
I marmi barocchi prestati al museo di Los Angeles
LOS ANGELES Il 5 agosto si è aperta a Los Angeles, al Museo J. Paul Getty, una straordinaria mostra sull'arte barocca. Contiene una sessantina di pezzi, fra cui quadri e disegni, e annovera autori come Giuliano Finelli e Alessandro Algardi; ma il centro della mostra, la sua ragion d'essere, sono i busti, perlopiù in marmo, di Gian Lorenzo Bernini. Per la prima volta, un loro cospicuo assortimento viene presentato in America e un nuovo
pubblico può ammirare la tecnica e l'ispirazione di un artista che sapeva modellare la pietra con sconfinata disinvoltura, imprimendovi ogni ruga, ogni pelo, ogni vena presente su un volto e fermando in un attimo di eternità un’espressione insieme quotidiana e significativa, cogliendo di sorpresa l’anima di un personaggio come traspariva in una conversazione, in un'omelia o nell’intimità di un rapporto d'amore. («Si muova, Maestà», suggeriva Bernini a Luigi XIV, sconvolgendo le regole della ritrattistica del tempo, «il carattere si vede meglio nel movimento».) Solo quattro delle opere appartengono al Getty, e si tratta di elementi di contorno. Tutto il resto è in prestito: da Parigi, Oxford, Berlino e New York ma soprattutto dall’Italia. Hanno offerto i loro tesori la Galleria Borghese e la Galleria Nazionale d'Arte Antica, il Convento di Sant’Onofrio e la Chiesa di San Giovanni dei Fiorentini, il Museo di Palazzo Braschi, il Bargello e i Musei Vaticani, oltre a collezioni private di Roma, Milano, Firenze e Siena. Secondo i bene informati, tanta generosità non è casuale. È in parte un premio e in parte un tentativo di chiudere in bellezza un episodio lungo e tormentato della recente storia dell'arte - o meglio del suo commercio. Tombaroli e mariuoli hanno razziato le rovine archeologiche del nostro paese per secoli e le loro refurtive, dopo giri complessi e misteriosi, sono affiorate presso vari intermediari e trafficanti, per essere poi smistate a ricchi collezionisti e a musei di tutto il mondo. Che fossero oggetti rubati era un segreto di Pulcinella, sostenuto dall’omertà generale di un ambiente in cui qualcosa (o molto) guadagnavano tutti e a perderci erano solo i luoghi di quelle rovine, lasciati sovente in un vergognoso abbandono e spogliati con professionale sistematicità. A partire dagli anni Ottanta, è cambiata la musica e l’Italia ha cominciato a seguire con determinazione questi tortuosi percorsi e a pretendere la restituzione del maltolto. Al centro dell’uragano che si è venuto a creare, sono finiti il Getty e un suo importante funzionario, la signora Marion True. Quando la True fu assunta dal Getty, nel 1982, il museo era situato in una villa kitch in stile pompeiano a Malibu. La sua collezione era molto mediocre; alcuni dei pezzi
ritenuti più pregiati si erano rivelati dei falsi. C’era però anche un aspetto più positivo: a differenza di tante altre istituzioni analoghe, il Getty aveva (e ha) un sacco di soldi (nel 1989 il suo budget per nuove acquisizioni era 100 milioni di dollari, mentre quello del Metropolitan di New York era 17). Così, quando la True nel 1990 ricevette un’offerta dal Metropolitan e si dichiarò pronta ad andarsene, il Getty le fece una contro-offerta difficile da rifiutare (e da lei accettata). Il museo stava per spostarsi in una nuova sede (quella che ospita la mostra del Bernini), per un costo di oltre un miliardo di dollari; nella villa di Malibu sarebbero rimaste le antichità greco-romane, e la True (che è specialista in vasi greci) avrebbe potuto farne quel che voleva. I tempi erano maturi per una collisione: da una parte il governo e la magistratura italiani finalmente decisi a difendere il loro patrimonio, dall’altro una persona ambiziosa e preparata che aveva carta bianca e fondi ingenti per riempire di opere d'arte un contenitore vuoto. L’incontro-scontro fra i due è passato per le fasi più alterne: dalla lussuosa ospitalità all’Hotel Raphael per la True (con bouquet offerto dal generale dei carabinieri Conforti) al processo intentato a Roma nel 2005 alla stessa True (e motivato, fra l'altro, dalle indagini di Conforti). La villa di Malibu riaprì poco dopo l'inizio del processo, ma intanto la True aveva dato le dimissioni. Il Getty ha ora restituito numerose opere all’Italia; la più prestigiosa e contesa di tutte, una statua presunta di Afrodite, dovrebbe ritornare a Morgantina, in Sicilia, nel 2010. E come premio, a quel che si dice, il Getty ha ottenuto con facilità i prestiti per la sua mostra. La Roma di Bernini era teatro di congiure e intrighi, ma non c'è bisogno di saperne nulla per apprezzare la vivezza e comunicatività dei suoi busti. In questi giorni possono apprezzarle anche americani di varia provenienza, che per fortuna loro non sanno quanti intrighi si celino dietro questo loro innocente, disinteressato piacere.
Inaugurato sabato il nuovo museo per l'arte contemporanea firmato dallo studio d'architettura olandese KSW, che si candida a essere l'avanguardia italiana della creatività.
«Benefits Supervisor Sleeping» (1995) di Lucian Freud per 33,6 milioni di dollari, divenuto l'artista vivente più pagato al mondo, rubando lo scettro a Jeff Koons.Il giorno successivo il proprietario del Chelsea FC, del gruppo siderurgico Evraz Group e della holding Millhouse Capital – data tra i possibili acquirenti del miniera di diamanti ZAO Alrosa e di quella d'oro OAO Polyus Gold – ha soffiato ad un collezionista asiatico da Sotheby's «Triptych» (1976) di Francis Bacon per 86,4 milioni di dollari, una cifra da record per l'artista irlandese e record assoluto in asta. La doppietta, raccolta da «The Art Newspaper», fa entrare dalla porta principale il magnate russo nel mondo del collezionismo. Solo nel 2005, secondo Artnet, il record per Bacon si attestava in asta a 10,1 milioni di dollari e per Freud a 7,7 milioni. Sinora Abramovich aveva sponsorizzato solo due mostre di fotografia presso la Gilbert Collection a Somerset House.La musa del suo ingresso nel mercato dell'arte è la fidanzata 26enne Daria Zhukova, ex modella, che ora ha lanciato la linea di moda Kova & T, e che grazie al generoso finanziatore aprirà in settembre una galleria d'arte a Mosca con una retrospettiva sugli artisti Ilya ed Emilia Kabakov. Nei suoi desideri, creare una collezione permanente, grazie all'aiuto di esperti di primo livello come Molly Dent- Brocklehurst, già direttore della Gagosian Gallery di Londra, futuro direttore internazionale del Centre for Contemporary Culture Moscow (CCC Moscow) che avrà tra i suoi consulenti Sir Nicholas Serota, direttore della Tate di Londra. La galleria sarà ospitata nei locali in ristrutturazione nell'ex garage per autobus sulla Obraztsova Ulitsa, originalmente progettato nel 1927 dall'architetto costruttivista Konstantin Melnikov e si ispirerà alla Turbine Hall della Tate Modern nel commissionare ad artisti emergenti russi installazioni ad hoc.I 120 milioni di dollari sborsati per comprare i due capolavori sono due volte e mezzo la somma (24 milioni di sterline) pagata dal miliardario, residente a Londra, per portare al Chelsea l'ivoriano Didier Drogba quattro anni fa. Il magnate, noto per le sue esclusive proprietà immobiliari in Gran Bretagna, entra così nel mercato dell'arte ai più alti livelli e conferma la crescita dei nuovi collezionisti russi come Viktor Vekselberg, Elena Baturina, Pyotr Aven ed Vyacheslav Kantor e mediorientali rispetto a quelli europei e americani. Lo scorso mese la famiglia reale del Qatar ha acquistato il cosiddetto Rockfeller Rothko che un anno prima era stato battuto da Sotheby's New York a 72,8 milioni di dollari. Abramovich ha così cominciato a seguire la tendenza di molti miliardari russi che scelgono l'arte come investimento sicuro e al riparo da certe indagini finanziarie.
Oggi verrà inaugurata la nuova ala del museo Prado di Madrid (sotto potete vedere alcune immagini) e mentre il Pado segue l'esempio del Louvre, del British Museum, del Metropolitan e di tutti i grandi musei del mondo che continuano ad ingrandirsi le nostre Pinacoteche di Brera, Uffizi ecc.. rimangono immobili, con metà delle loro collezzioni che giacciono nei magazzini perchè non c'è spazio per esporle.
E c'è ancora qualcuno che si domanda come sia possibile che la Spagna abbia sopravanzato l'italia come metà turistica....

maggio, si sono incontrati il sindaco di Torino Sergio Chiamparino, l’amministratore delegato di Intesa Sanpaolo Corrado Passera, il direttore dello Staff College Staffan De Mistura e Tom Banks del Guggenheim. Si era a New York, Palazzo di vetro delle Nazioni Unite. In quel momento ambasciatori e personalità degustavano le prelibatezze preparate dagli undici cuochi piemontesi sbarcati all’Onu per il «Food Festival». E tra un apprezzamento e un bicchiere di Barolo, ecco l’idea. Quasi buttata lì, tra i tovaglioli della tavola, per fare conversazione. «Torino sarebbe un’ottima sede per il Guggenheim, perché non ci viene a trovare?».Al ritorno a Torino, l’idea è piaciuta, ha cominciato a prendere forma. E così ci si è messi al lavoro. Con De Mistura, direttore della scuola per alti funzionari dell’Onu, a stabilire rapporti e il sindaco a coltivarli. Alla fine la visita c’è stata. Memore del risotto, e delle buone chiacchiere, l’esponente del Guggenheim a Torino c’è venuto davvero, nelle scorse settimane. E ha fatto un giro per verificare se quel progetto nato un po’ per caso fosse davvero realizzabile. I ciceroni del Comune l’hanno accompagnato in giro per la città. L’idea era soprattutto quella di proporre la reggia di Venaria Reale come sede. Banks l’ha visitata, l’ha trovata splendida, ma non adatta. Per riuscire a farne un distaccamento dell’importante museo di arte moderna e contemporanea sulla Quinta Avenue ci sarebbero stati troppi lavori.Poi, però, l’ambiente idoneo è spuntato fuori. Quando Banks ha visto i 30.000 metri quadri delle ex Officine Grandi Riparazioni di via Castelfidardo, gli si è acceso un sorriso sul volto. Il passaggio successivo è stato contraccambiare il gentile invito. «Signor sindaco, perché a metà luglio non viene a visitare il Guggenheim di
Bilbao, così le mostriamo che cosa abbiamo fatto da quelle parti?». Il distaccamento spagnolo ha dimensioni simili a quelle delle ex Officine Grandi Riparazioni: 32.500 metri quadri studiati e disegnati dalle effervescenti linee dinamiche dell’architetto nordamericano Frank O. Gehry. È costato 300 milioni di dollari. Per rimettere in sesto le ex Ogr ce ne vorrebbero 500. Ma dove trovarli?È stato a quel punto che la tavola è tornata utile un’altra volta. Il sindaco ha subito informato Corrado Passera dei passi avanti fatti. E quest’ultimo pare si sia dimostrato molto entusiasta. Tanto da promettere il suo impegno nel reperimento dei fondi. Il progetto è ancora in fase embrionale, ma i contatti che ci sono stati fanno ben sperare. Soprattutto per le ex Ogr, da tempo indicate come futura sede della Gam ma con problemi di finanziamento.
Venezia in gondola. Il centro d’arte contemporanea Punta della Dogana, dopo un lungo duello con il Gugenheim di Venezia, sara’ realizzato da Monsieur Pinault. Il collezionista francese ha risposto in maniera esauriente ai quesiti tecnici posti dalla commissione del Comune di Venezia, esponendosi fino al punto di farsi carico anche dei lavori di restauro. Inoltre si è impegnato, secondo la richiesta del comitato scientifico presieduto da Achille Bonito Oliva, a mantenere le opere scelte come collezione permanente per Punta della Dogana. Achille Bonito Oliva ha polemicamente dichiarato: “E’ stato smentito cosi’ il “filippino della critica” Francesco Bonami. Si e’ dimostrato invece vincente la mia strategia in quanto ha portato allo scoperto entrambi i candidati e da questo e’ emersa la forte volonta’ di Pinault di realizzare un centro polivalente d’arte contemporanea dedicata ai giovani artisti, con una sponda storica, la collezione. Mi sembra una bella ripresa della mostra “Aperto” della Biennale curata da me nella sua prima e ultima edizione: ‘80 e ‘93”. Per saperne di piu vedi questo post: http://pensiericonvulsi.blogspot.com/2006/12/venezia-un-palazzo-per-due.html
Team di archeologi atteso a Torino per l'ampliamento del Museo Egizio
Una missione di archeologi egiziani, guidati da Gaballah Ali Gaballah, ex direttore del Supremo Consiglio per le Antichità del Cairo, giungerà in Italia nelle prossime settimane allo scopo di esaminare gli studi di fattibilità relativi al progetto per l’ampliamento del Museo Egizio di Torino. Lo ha rivelato lo stesso archeologo al quotidiano egiziano Daily Star, spiegando che il
complesso di Torino custodisce la seconda collezione di antichità egizie più prestigiosa al mondo, dopo quella del Cairo. «Uno dei pezzi più rari del museo di Torino - dice Gaballah - è costituito dal Papiro Reale su cui sono riportati i nomi dei sovrani dall’era pre-dinastica alla 17esima dinastia. Le date dei loro regni sono state incise con minuzia e comprendono giorno, mese e anno». L’archeologo ha rivelato inoltre che «i progetti di rinnovo riguardano l’architettura, la tecnologia come anche l’organizzazione dell’esposizione» per un costo complessivo di 54 milioni di euro e che «sono in corso trattative per annettere al complesso altre costruzioni circostanti il museo per ampliare lo spazio espositivo». Dei 33mila pezzi della collezione torinese, infatti, solo seimila sono esposti al pubblico. Obiettivo del restauro sarà anche quello di portare allo spazio espositivo reperti che oggi si accumulano nei magazzini. Fondato nel 1824 da Carlo Felice con l’acquisizione della raccolta del console di Francia in Egitto, il piemontese Bernardino Drovetti, e successivamente arricchito dagli scavi di Ernesto Schiaparelli, il museo egizio di Torino documenta la storia e la civiltà dell’Egitto dall’era paleolitica all’epoca copta, con pezzi e raccolte organiche di oggetti d’arte e d’uso quotidiano e funerario.
Il celebre dipinto di Leonardo Da Vinci è arrivato nella capitale giapponese senza essere minimamente danneggiato, ed è stato portatoalla sede della mostra «La mente di Leonardo». E' la prima volta che il dipinto lascia gli Uffizi di Firenze, da quando era stato appeso alle sue pareti nel 1867.
Il direttore del museo fiorentino rifiuta di assistere ai lavori
Uffizi: staccata l'Annunciazione di Leonardo
Il capolavoro è destinato a una mostra in Giappone. Il sovrintendente Acidini: «Siamo nelle mani della Provvidenza»
FIRENZE - Antonio Natali, direttore della Galleria degli Uffizi, non ha voluto presenziare al distacco dell'«Annunciazione» di Leonardo da Vinci. Il dirigente del museo fiorentino, infatti, è sempre stato contrario al trasferimento del capolavoro leonardesco in Giappone per una mostra. Natali si è assicurato fino all'ultimo momento che tutto andasse secondo quanto è stato pianificato per garantire la massima sicurezza al quadro, ma ha preferito restare dietro le quinte. L'opera, una tavola di 217x98 cm è assicurata per 100 milioni di euro. L'Annunciazione è stata messa in una cassa di legno di 3x1,70 metri con rinforzi in acciaio. «SIAMO NELLE MANI DELLA PROVVIDENZA» - «Se non avessimo ottenuto tutte le garanzie e se la tavola di Leonardo fosse stata in condizioni anche di lieve precarietà, mi sarei incatenata», ha commentato Cristina Acini, sovrintendente degli Uffizi. «Perché di fronte a un qualunque problema, anche minimo, i tecnici hanno il dovere di far sentire la loro voce». I due sponsor giapponesi, la tv Nhk e il quotidiano Asahi Shimbun si sono accollati l'intero costo del trasferimento a Tokyo. «Ci sono momenti che vanno affrontati con i nervi saldi», ha detto Acidini. «Siamo sicuri che ci siamo attrezzati al meglio di quanto umanamente era possibile, ricorrendo a tecnologie sofisticate sia giapponesi che italiane per garantire la conservazione dell'opera. Per il resto siamo nelle mani di ciò che qualcuno chiama Provvidenza e qualcun altro fato».
PROTESTE - Il ministro dei Beni culturali, Francesco Rutelli, nelle scorse settimane aveva definito il prestito dell'Annunciazione «un sacrificio eccezionale, ma necessario». Il senatore di Forza Italia Paolo Amato si è incatenato a una delle prime colonne del Loggiato degli Uffizi per protestare contro il trasferimento a Tokyo dell'Annunciazione. «Protesto contro l'arroganza del ministro Rutelli, che ha deciso tutto da solo e senza spiegare il perché a nessuno», ha affermato Amato. «Rutelli ha inoltre violato l'art. 66 del codice dei beni culturali». A TOKYO VIA ROMA - L'opera sarà trasportata in camion, scortata dalla polizia, e arriverà a Roma in giornata. Martedì il quadro sarà imbarcata su un'aereo per Tokyo, dove rimarrà per quasi tre mesi. L'opera di Leonardo ha però lasciato la Galleria degli Uffizi (dove è entrata nel 1867) altre tre volte: è stata infatti data alla Mostra di arte italiana da Cimabue a Tiepolo, che si è svolta a Parigi nel 1935; alla mostra su Leonardo da Vinci allestita a Milano nel 1939 ed è stata trasportata nel 1940 alla Villa di Poggio a Caiano e da qui a Camaldoli il 31 ottobre dello stesso anno. È tornata definitivamente agli Uffizi il 17 giugno 1945 dove è stata nuovamente esposto a partire dal 24 giugno 1948.