terzi dell'elettricità utilizzata, e anni di richiesta energetica da boom hanno avuto un impatto massiccio sulla "impronta ecologica" del gigante asiatico. I primi 10 generatori di energia della Cina hanno bruciato circa 600 milioni di tonnellate di carbone solo lo scorso anno, circa un quinto dell'intera produzione di emissioni del Paese, dice il rapporto. L'uso del carbone è motivato dal suo basso costo e dal fatto che la Cina dispone di vaste risorse in grado di rispondere alla domanda interna. "Bruciando il 20% del carbone cinese nel 2008, le (10) aziende (energetiche) hanno emesso l'equivalente di 1 miliardo e 440 milioni di tonnellate di anidride carbonica", dice il rapporto. Le tre principali aziende del Paese per capacità di generazione -- China Huaneng Group, China Datang Corp e China Guodian Corp -- sono responsabili di oltre la metà delle emissioni a effetto serra, pari a 769 milioni di tonnellate, scrive il rapporto. Greenpeace ha calcolato le stime delle emissioni usando i dati sui carburanti combinati con i dati del governo cinese sull'ammontare di CO2 prodotta quando il carbone viene bruciato nelle stazioni elettriche cinesi. Per contro, la stima provvisoria sulle emissioni totali nel 2008 del Regno Unito - che ha capacità generativa di circa un decimo rispetto alla Cina - è di 623,8 milioni di tonnellate. Perché la Cina non sarà una Super Potenza....
· Spenderà tutte le sue energie politiche e militari per gestire la numerossisima popolazione interna
· A differenza dell’india nei prossimi 50 anni la cina si trovera con lo stesso problema dell’italia oggi… troppi vecchi e troppo pochi giovani, questo rallenterà lo sviluppo economico e dara enormi problemi al sistema previdenziale…
· Il Partito non potra controllare la nazione per sempre, prima o poi la gente chiederà un cambiamento, questo porterà tensioni sociali enormi…
· La crescità economica comporterà enormi problemi energetici, ora investono enormemente sul carbone, ma il carbone a numerosi limiti….

Così la Cina conquisterà la sua provincia più ribelle
PECHINO: Una valanga di denaro dovrebbe seppellire l’influenza del Dalai Lama e legare indissolubilmente il Tibet alla Cina. Questo sembra lo spirito politico del piano cinese di investire in Tibet ben cento miliardi di yuan, circa dieci miliardi di euro. Una cifra da capogiro, che servirà a realizzare ben 180 opere infrastrutturali da realizzarsi entro il 2010.
Grandi opere Un primo progetto riguarda l’attuale ferrovia che collega Lhasa, capoluogo del Tibet, al resto della Cina: dovrebbe essere prolungata fino a raggiungere Xigaze,
la seconda città della regione. Un’altra importante serie di progetti dovrebbe portare l’elettricità, l’acqua potabile e le linee telefoniche fisse nei maggiori centri della regione, per lo più molto poveri. La gran parte della popolazione di etnia tibetana è infatti dedita alla pastorizia con pecore o yak, e alla pratica di una tradizionale forma di transumanza. Questo pone di fatto i tibetani fuori dal controllo e dalla influenza del governo centrale, che osteggia la continua influenza locale del Dalai, dio-re del Tibet, in esilio dopo una fallita rivolta anti cinese nel 1959. Il Dalai ha chiesto per anni l’indipendenza del Tibet, e se oggi ha rinunciato a queste richieste, continua a volere una larga autonomia per il Tibet e il ritiro delle truppe cinesi di stanza nella regione, oltre a sostenere un sempre più debole governo tibetano in esilio.
Le proteste degli esiliati L’ingresso di telefoni e elettricità avrebbe come primo risultato quello di avvicinare i pastori tibetani alle trasmissioni della televisione centrale cinese e all’universo delle telecomunicazioni. In maniera indiretta elettricità e telefoni miglioreranno la qualità della vita dei tibetani e dovrebbero convincerli, concretamente, delle buone intenzioni di Pechino nei loro confronti. Tra il 1994 e il 2005 il governo centrale cinese ha investito 63 miliardi di yuan in Tibet, nella speranza di conquistare, attraverso un sapiente uso del portafogli, il cuore dei tibetani. Da sempre i tibetani in esilio accusano infatti la Cina di usare la leva dell’economia per mutare l’ecosistema in Tibet e distruggere la cultura tradizionale della regione. Ed è proprio dagli ambienti degli esiliati che è partita la battaglia contro il progetto della ferrovia, aperta ufficialmente il 1 luglio 2006, l’unico collegamento che per la prima volta unisce Pechino a Lhasa.
L’invasione degli Han Gli sforzi però hanno dato finora esiti contrastanti. I tibetani, benché più ricchi grazie ai nuovi investimenti cinesi, affollano comunque i templi, e non conoscono crisi nelle vocazioni. Quando Pechino ha limitato il numero delle ordinazioni religiose, i tibetani hanno semplicemente preso a pregare di più e ad aumentare la quantità delle elemosine a scopi di beneficenza. In realtà i lavori della ferrovie, e di altri progetti commerciali sono stati eseguiti in gran parte da manodopera di etnia Han, la maggioritaria in Cina. E sempre cinesi Han lavoreranno probabilmente ai nuovi progetti. In altre parole un numero crescente di Han dovrebbe arrivare a risiedere in Tibet. Questo certo dovrebbe collegare di più l’altipiano al resto della nazione, ma è difficile che metta in minoranza i tibetani.La stragrande parte degli Han mal sopporta il clima estremo della regione, dove è normale, per chi non vi sia nato, soffrire la mancanza di ossigeno e ammalarsi di patologie polmonari e cardiache. Inoltre la maggiore integrazione del Tibet nel resto Cina aumenta anche l’influenza della cultura tibetana tra gli Han. Come in occidente è oggi di moda la medicina cinese, che ha un che di mitico e mistico, così a Pechino e Shanghai sono di moda medicine e rimedi tibetani, mitici e mistici per gli Han, che costituiscono circa il 95 per cento della popolazione cinese.Con l’influenza crescente del buddismo in ogni strato della società cinese, il buddismo lamaista, organizzato in una chiesa quasi come quella cattolica, conquista a sua volta influenza in tutta la Cina. I buddha viventi tibetani, i rinpoche, sono rispettati e riveriti a ogni livello della società cinese, anche tra dirigenti del partito, che sempre di più riscoprono la propria sfera spirituale dopo la fine del maoismo militante. L’idea di vincere l’influenza spirituale del Dalai e del lamaismo con il materialismo del denaro sembra persa in partenza. Ma forse c’è anche della tattica. Il Dalai sta male e potrebbe morire tra non molto. Pechino ha già chiarito di volere guidare lei la scelta del prossimo Dalai. Secondo la tradizione il suo successore si reincarna in un bambino e un gruppo di monaci deve riconoscerlo. Il Dalai ha già detto che la sua reincarnazione potrebbe nascere fuori dal Tibet. Si apre così una fase di disputa religiosa, con un Dalai e un anti Dalai, come secoli fa la Chiesa cattolica aveva in Papa e un anti Papa. Per Pechino si tratta dunque di conquistare quel po’ di fiducia che basta per guidare la scelta del suo Dalai e gettare ombra sull’altro. Cosa c’è di meglio che cominciare rovesciando in Tibet tonnellate di yuan?
Macao, il nuovo "colpo" del tycoon dei casinò
E' stato il dominatore di Macao, la città cinese che con i suoi casinò ha quasi "soffiato" a Las Vegas il primato di centro mondiale dell'azzardo, è stato il proprietario di tutte le case da gioco della città, di gran parte dei terreni, dei suoi migliori hotel. Ma per il tycoon Stanley Ho, quattro anni fa il monopolio è finito, e ora per competere con alcuni dei nomi più celebri del gioco d'azzardo internazionale, tenta la carta del Grand Lisboa Hotel (nelle foto), nato dalle ceneri di un preesistente casinò: un nuovo albergo e sale da gioco, inaugurato sabato sera, costato l'equivalente di 295 milioni di euro, una torre con 430 camere e la sommità che ricorda un gigantesco fiore di loto.
Hu Jintao l’africano
La Cina è una potenza economica, non più il leader terzomondista
Il presidente cinese, Hu Jintao, è tornato in Africa per la terza volta, dall’inizio del suo mandato. La dimensione dell’interscambio commerciale tra Cina e Africa, poco più di 50 miliardi di dollari, che pure si è quintuplicata in cinque anni, non è tale da giustificare appieno un così vistosa dimostrazione di interesse. La Cina svolge in Africa una politica commerciale aggressiva, anche perché le sue imprese non sono frenate dalle legislazioni anticorruzione e dalla pregiudiziale sul rispetto dei diritti umani che almeno in parte limitano la spregiudicatezza delle loro concorrenti occidentali. L’antica retorica terzomondista, della quale la Cina in passato era leader mondiale, ora viene usata come strumento per giustificare l’amicizia con odiose dittature “discriminate” dall’occidente. La tappa in Sudan di Hu Jintao è stata la dimostrazione più chiara di questo atteggiamento. Il presidente sudanese Omar al Bashir, uscito malconcio dal vertice dell’Unione africana ad Addis Abeba, che aveva rifiutato per la seconda volta di conferirgli la promessa presidenza dell’organizzazione, ha potuto segnare un recupero diplomatico, che ha sottolineato dichiarando che “la Cina si è dimostrata molto più leale dell’occidente nei rapporti con il Sudan e la sua politica sta contribuendo a ristabilire la pace e a rafforzare
l’economia”. La “lealtà” cinese si era espressa nell’impedire alle Nazioni Unite di esercitare un’azione efficace a difesa delle popolazioni del Darfur, sottoposte a un genocidio da parte di milizie islamiche che si proclamano indipendenti dal regime di Karthoum, ma che in realtà possono godere della più ampia tolleranza da parte di un governo che peraltro minimizza o addirittura nega i massacri subiti dalla popolazione civile. Un’amicizia troppo stretta con gli integralisti islamici sudanesi, però, può procurare qualche ostilità africana alla Cina, soprattutto dopo che la disfatta delle Corti islamiche a Mogadiscio ha ridato forza alle correnti che temono il dilagare dell’influenza integralista e terrorista in Africa.