«Secessione!». Il grido lanciato dal governatore del Texas, Rick Perry, dal palco del comizio anti-tasse di Austin, capitale dello Stato, paventa lo scenario della fuga dall'Unione sull'onda della protesta contro lo «statalismo socialista» dell'attuale governo. Perry è uno dei governatori che più si batte contro le politiche economiche dell'amministrazione democratica: prima ha rimandato al mittente i 550 milioni di aiuti federali previsti dallo stimolo fiscale voluto dalla Casa Bianca «perché non voglio indebitare i miei nipoti» e poi assieme ai colleghi di South Carolina e Louisiana, Mark Sanford e Bobby Jindal, ha creato un fronte di Stati anti-Obama talmente agguerrito da rubare la scena all'opposizione repubblicana, ancora incapace di ritrovarsi attorno ad un leader davvero condiviso. Perry ha sfruttato la manifestazione del «tea party» anti-tasse svoltasi di fronte al municipio di Austin per far capire alla Casa Bianca che i texani non intendono accettare passivamente l'imposizione di «tasse e debiti». «Abbiamo di fronte a noi diversi possibili scenari - ha detto, prendendo la parola dopo un concerto di musica country - siamo parte di una grande Unione che non c'è alcun motivo di dissolvere, ma se Washington continua a mettere prepotentemente il naso nella vita del popolo americano sapete tutti che cosa può avvenire, il Texas è un posto unico e siamo gente che ama l'indipendenza» come dimostra il fatto che «nel 1845 entrammo nell'Unione ma con la chiara intesa che ne saremmo anche potuti uscire» e dunque la «secessione» è possibile. Come dire, questa volta potremmo davvero farlo. Il motivo è il testo di una risoluzione che il Congresso del Texas sta prendendo in esame per riaffermare la validità del 10° emendamento della Costituzione americana secondo il quale «i poteri non delegati agli Stati Uniti dalla Costituzione, e che la Costituzione non proibisce agli Stati, spettano agli Stati o al popolo». «Il problema che ci troviamo ad affrontare è l'esistenza di un governo che è divenuto oppressivo nei confronti degli Stati a causa delle ripetute interferenze che fa», aggiunge il governatore, le cui parole pesano tanto quanto l'economia del Texas che vanta il secondo Pil degli Usa - oltre un trilione di dollari - grazie a risorse energetiche, agricole e commerciali che ne fanno uno dei polmoni dell'economia nazionale. Ma più della ricchezza, evidenziata anche dai minori effetti della recessione nazionale, ciò che conta per i texani è un regime fiscale assai leggero, opposto rispetto alle pesanti misure adottate dal governo federale. I cittadini infatti pagano imposte locali con un'aliquota fissa dell'8,7 per cento e non devono far fronte ad alcuna imposta statale sul reddito perché il Texas alimenta le proprie casse grazie ad un'Iva del 6,25 per cento. È un sistema di contributi che spiega perché gran parte delle aziende presenti nell'indice «Fortune 500» - le più ricche del Paese - hanno il proprio quartier generale in Texas. Senza contare che questo Stato è un «donatore di Washington» in quanto per ogni dollaro di tasse federali versato dai contribuenti riceve benefici per 96 centesimi. In tale cornice, paventare la secessione serve a Perry per ambire al ruolo di leader nazionale di movimento anti-tasse che nasce dal basso senza contare che potrebbe aiutarlo a vincere la battaglia della rielezione contro la sfidante Kay Bailey Hutchinson, senatrice repubblicana incarnazione dell'establishment di Washington.
dominata dalla scultura rossa con la scritta Love, simbolo della città dei quaccheri, pacifici e tolleranti. Alla faccia dell'amore. Un dibattito tra sordi, con toni tra il piccato, l'irrisorio, il graffiante, è andato in scena ieri sulle tv e nelle strade americane. Da una parte Obama, che ha scelto il giorno delle imposte per un secco messaggio in cui ha ricordato che «i tagli alle tasse avviati dal mio governo permetteranno a due milioni di americani di emergere dalla condizione di povertà», e ha rincarato che «il mio governo ha tagliato le tasse a favore di chi ha bisogno». Dall'altra l'America che non ci sta, e non solo a pagare più tasse in futuro, ma a vedere la nazione virare verso il socialismo, sepolta sotto trilioni di debiti che graveranno sulle generazioni a venire. Incomunicabilità totale: da una parte il presidente contabile, senza il supporto delle folle che lo osannavano durante la campagna; sull'altro fronte la gente per le vie, davanti a fotografi e cameramen che hanno documentato la prima giornata ufficiale anti-Obama a meno di 100 giorni dal giuramento. Vecchi e giovani a cantare e mostrare slogan rivoluzionari, senza alcun atto di violenza se non quella delle battute. Tutti a perorare il loro cambiamento, contro il "change" di Obama. Sul piccolo schermo il leader che ricorda che dal primo aprile «i cittadini americani hanno iniziato a ricevere nuovi soldi sotto forma di tagli alle tasse». Obama spiega che la manovra permetterà ai cittadini di ricevere «120 miliardi di dollari», aiutando in totale 120 milioni di famiglie. In giro per l'America i dieci, cento, mille tea party, raduni di moderni ribelli che hanno scelto per la protesta il termine unificante della rivolta di Boston del 1773, quando i coloni insofferenti dell'oppressione di sua maestà buttarono un carico di tè tassato nelle acque del porto. Dalla Wasilla di Sarah Palin, Alaska, alla Florida dei pensionati che vi emigrano da New York (la scusa è il clima, ma a favorire le migrazioni interne negli Usa è spesso il fatto di trovare altrove un più favorevole regime fiscale), nessuno Stato è mancato all'appuntamento. Dal Texas che solo ieri, per bocca del governatore Rick Perry, aveva ringhiato «giù le mani dal Texas, governo federale!», una ragazza di Dallas sintetizza in un manifesto il malcontento verso la politica di Obama: «Rivolta contro il socialismo». Senza giri di parole. Senza l'ironia greve della signora di Wichita, Kansas, profonda America: «Stimulus, l'audacia delle droghe». In americano, l'attacco è raddolcito dalla rima: invece che «audacity of hope» («l'audacia della speranza», titolo della biografia del presidente), lei ha scritto «audacity of dopes», e dope sta per droga. E «the stimulus», ha stimolato davvero tanta fantasia: in Connecticut è diventato «stimola il capitalismo, non il socialismo». E laddove un girotondo della conservazione si è trasformato in una vera rievocazione in costume della pagina bostoniana, con tamburi, pifferi e un'atmosfera settecentesca, è apparsa anche una puntualizzazione analitica contro-corrente su quanto è successo: «il Non-libero mercato è fallito».

Uno studio di PricewaterhouseCoopers ha evidenziato che senza aiuti federali l’industria delle tecnologie verdi negli stati uniti quest’anno registrerà numerosi fallimenti.
Nel piano di stimolo da 787 miliardi di $ approvato dal parlamento americano 83 miliardi saranno destinati al settore delle tecnologie. Basteranno?
Per saperne di piu leggete l’articolo del NyTimes.
http://bits.blogs.nytimes.com/2009/02/25/clean-tech-start-ups-need-stimulus-too/

mondo a emissioni zero di CO2. I circa 170 mila euro necessari per riforestare l'area sono stati donati dalla società ungherese KlimaFa e dall'americana Plankton. Il secondo colpo è stato realizzato sotto la cupola di San Pietro. Sui 5 mila metri quadrati del tetto dell'aula delle udienze costruita da Pierluigi Nervi sono stati applicati 2.400 pannelli solari. Produrranno 300 megawattora annui di energia elettrica pulita, risparmiando il consumo di 80 tonnellate di petrolio ed evitando così di immettere nell'aria 225 tonnellate di CO2. Il nuovo impianto è entrato in funzione lo scorso 26 novembre. Le spese le ha sostenute la società costruttrice, la tedesca SolarWorld AG. Il terzo colpo a costo zero è stato l'ingresso in YouTube, la più grande community mondiale di filmati sul Web. Il nuovo canale, inaugurato il 23 gennaio, offre ogni giorno videonews di produzione propria sulle attività del papa e della Chiesa. Da Google (proprietaria del sito) il Vaticano ha ottenuto una particolare protezione: ai video, ad esempio, non potranno essere immessi commenti. Ma questi tre successi hanno dato soltanto un parziale sollievo alle autorità che amministrano il Vaticano. I consuntivi del 2008 saranno resi pubblici all'inizio dell'estate e sono attesi con più apprensione del solito. A conforto c'è che lo Ior, Istituto per le opere di religione, la banca vaticana leggendaria per la sua impenetrabile segretezza, sembra aver chiuso anche il 2008 in discreta salute, nonostante i disastri della finanza mondiale. Ogni gennaio il presidente dello Ior, che da vent'anni è il lombardo Angelo Caloia, si presenta dal papa con un assegno generoso, in proporzione ai profitti dell'anno. La consistenza di questo assegno è segretissima, ma fonti affidabili asseriscono che il suo ordine di grandezza è circa il doppio dell'Obolo di San Pietro, cioè delle offerte che da tutto il mondo affluiscono ogni anno al papa per le opere di carità. L'Obolo di San Pietro è una pietra di paragone nota. Nel 2007 è ammontato a 94,1 milioni di dollari, di cui 14,3 sono arrivati da un solo donatore che ha voluto restare anonimo. Nel contribuire all'Obolo, le nazioni più generose sono gli Stati Uniti e l'Italia, rispettivamente col 28 e col 13 per cento del totale. Segue la Germania col 6 per cento. Ma per il papa non c'è solo l'Obolo. Ci sono anche le offerte e i contributi che le diocesi e le congregazioni religiose di tutto il mondo sono tenute a versare al successore di Pietro, a norma del canone 1271 del codice di diritto canonico. Nel 2007 tali contributi sono ammontati a 29,5 milioni di dollari. Le offerte sono libere, ma da qualche anno il Vaticano chiede alle diocesi di dare almeno un euro per ogni battezzato, e alle congregazioni almeno 10 euro per ogni iscritto. Di fatto, però, questi parametri sono largamente disattesi. Alcuni contribuenti danno di più, la maggior parte molto di meno. Il governo centrale della Chiesa resta lontanissimo dal reggersi su un regolato sistema di tassazione. L'Obolo e le altre offerte sono amministrate da un ufficio della segreteria di Stato diretto da monsignor Gianfranco Piovano. È qui che la Santa Sede attinge per le numerose "emergenze" (l'ultima: un contributo alla ricostruzione di Gaza). I denari sono depositati nello Ior, che dall'arrivo di Caloia è amministrato con molta prudenza. Il quarto mandato consecutivo scade per Caloia nel giugno del 2009 e tra chi aspira a succedergli c'è Antonio Fazio, l'ex governatore della Banca d'Italia. Un altro nome che si sussurra è quello di Ettore Gotti Tedeschi, professore all'Università Cattolica, presidente in Italia del Banco di Santander e commentatore economico per "L'Osservatore Romano". Ma è probabile che Caloia resti al suo posto ancora per un po'. A decidere saranno i cinque cardinali che vigilano sullo Ior, tra cui l'attuale segretario di Stato, Tarcisio Bertone, e il suo predecessore e rivale Angelo Sodano. Oltre all'Obolo, altri due bilanci resi pubblici nelle loro linee generali sono quello della Santa Sede e quello del governatorato della Città del Vaticano. Le due amministrazioni fanno capo ciascuna a un cardinale: la Santa Sede al lombardo Attilio Nicora, presidente dell'Apsa, Amministrazione del patrimonio della sede apostolica, e il governatorato al piemontese Giovanni Lajolo, già ministro degli Esteri vaticano e in precedenza nunzio in Germania. I conti delle due amministrazioni sono separati, e così le competenze. Il governatorato è l'erede del vecchio Stato Pontificio. Si occupa di territorio, edifici, sicurezza, sanità, acque, energia, poste, francobolli, monete, comunicazioni, approvvigionamenti. Anche le ville papali di Castel Gandolfo ricadono sotto la sua giurisdizione, compresa un fattoria con frutta, verdura, olio, galline e 26 mucche da latte. Ha a suo carico circa 1.800 dipendenti e 600 pensionati. Ma chiude quasi sempre in attivo. Il maggior cespite d'entrata è dato dai Musei Vaticani. Mentre più oscillanti sono i profitti finanziari. Nel 2006, ad esempio, riportò un attivo di 7,2 milioni di euro. L'anno dopo perdite per 8 milioni. Il governatorato si fa carico ogni anno della metà del deficit della Radio Vaticana, che pure non fa parte della sua giurisdizione. Priva di pubblicità, l'emittente registra solo uscite e il suo costo annuo è attorno ai 24 milioni di euro, che in Vaticano ritengono comunque ben spesi. Così come per "L'Osservatore Romano", con il suo deficit annuo tra i 4 e i 5 milioni di euro. Sia la radio sia il giornale sono a carico dell'amministrazione della Santa Sede, al pari della tipografia e dell'editrice del Vaticano. Queste ultime nel 2007 sono risultate in attivo di oltre un milione di euro ciascuna, grazie soprattutto al successo di vendita dei libri di Benedetto XVI. Anche il Centro Televisivo Vaticano ha un avanzo di mezzo milione di euro. Ma questi proventi sono niente di fronte al carico di spese richiesto per far funzionare l'intera macchina della Curia, con i suoi 2.750 dipendenti e gli oltre 900 pensionati. Solo la Congregazione per l'evangelizzazione dei popoli sta in piedi da sé, grazie alle offerte della giornata missionaria mondiale. Le quasi 200 rappresentanze diplomatiche all'estero sono un puro costo. Per far fronte a queste uscite, le risorse dell'Apsa sono gli immobili di sua proprietà, a Roma e in altre città d'Europa, che nel 2007 hanno prodotto un reddito di oltre 36 milioni di euro, e gli investimenti finanziari, con un attivo nello stesso anno di 33 milioni di euro, nonostante un tracollo di 12 milioni patito sui tassi di cambio. Dopo tre anni di attivo, nel 2007 il consuntivo dell'amministrazione della Santa Sede è tornato in rosso per oltre 9 milioni di euro, come già era avvenuto nel 2003. E il bilancio del 2008 non promette bene, visti i tempi che corrono. Previdente, il Vaticano è tornato a puntare sull'oro. L'ultimo resoconto finanziario annuale, trasmesso ai vescovi la scorsa estate, afferma che la Santa Sede ne possiede per 19 milioni di euro, pari a una tonnellata di lingotti.
almeno quelli finanziari, boccheggiano, torna alla memoria il destino della gloriosa industria nazionale manifatturiera. Ha ragione, forse, l'Economist quando sostiene che la distinzione fra settori «è ormai solo un retaggio degli uffici di statistica. L'unica differenza che conta è fra lavori ad alto contenuto specialistico e non». Può anche darsi. Eppure, si esemplifica, a queste latitudini circolano troppi master in economia e molto pochi in ingegneria. Fra il 1970 e il 1995 la quota di oxfordiani che sceglievano di dedicarsi all'insegnamento è passata dal 10 al 3 per cento. S'è moltiplicato il numero di chi, invece, ha lasciato l'augusta educazione Oxbridge per darsi al diritto, alla finanza, alla consulenza. «Per i giovani in questi anni - dicono con rammarico a Eef, l'associazione delle imprese manifatturiere britanniche - il credo è stata solo la City». Troppa carta e poco acciaio, si potrebbe continuare con estreme banalizzazioni. O meglio, il luccichio dell'oro è stato capace di dissolvere molte aspirazioni intellettuali, annichilire la creatività imprenditoriale, flettere anche i valori della morale. La realtà del dibattito che oggi attraversa l'Inghilterra è quella di un mondo squilibrato, dove l'industria manifatturiera è la Cenerentola di un pianeta accecato dagli artifici della finanza. Più che negli Usa, più che altrove nel mondo. A scuotere il suo Paese, a costringerlo a un'autoanalisi dolorosa, è un signore che rifiuta interviste e luci della ribalta. Sir John Rose, Ceo di Rolls Royce (motori per aerei) ha fatto chiasso nella City con un lungo articolo pubblicato sul Financial Times molte settimane prima dell'esplosione del credit crunch. Si è ripetuto a novembre, con un intervento alla conferenza annuale della Confederazione dell'industria britannica ( Cbi). Sir John rivendica per l'industria manifatturiera quel ruolo che la società dei servizi ha fagocitato. «Il nostro errore - ha scritto il Ceo di Rolls Royce - è stato affidarsi all'errata convinzione che il Regno Unito avrebbe condotto il mondo sviluppato in qualche luogo chiamato società post-industriale. Il primo passo è ora smettere di credere che il settore manifatturiero sia una reliquia del passato. La nostra base industriale ci ha garantito grande influenza nel mondo. Cosa accade oggi se Cina o India devono aggiornare le loro infrastrutture? Parlano con Bombardier, Siemens, Alstom. L'idea che il manifatturiero non sia più meritevole in un'economia sviluppata è ancora più insostenibile se si guarda alla Germania o all'Italia del Nord». Appassionato nella difesa di se stesso, del leader, cioè, di un'azienda di altissima qualità. Appassionato, soprattutto, nella difesa di un mondo che non tutti credono sia così in crisi. «Siamo i sesti produttori sul pianeta», precisa Charles Goodhart, esperto di mercati finanziari, alla London School of Economics. «Non solo - aggiunge Richard Lambert ex direttore del Financial Times e oggi direttore generale di Cbi, spesso accusato di aver difeso la terziarizzazione estrema dell'economia britannica - ma abbiamo settori di punta. Lei si domanda che cosa esportiamo? Farmaci, difesa, meccanica per aerei. La nostra industria manifatturiera occupa tre milioni di persone». Abbastanza, ma pur sempre un milione in meno di dodici anni fa e non solo per la delocalizzazione delle imprese low tech, né per l'emancipazione dei processi produttivi. Oggi il manifatturiero, nonostante i primati nel tasso di crescita degli ultimi anni, rappresenta poco più di un decimo dell'economia nazionale, appena più dei soli servizi finanziari (circa il 9%). E questo al netto della recessione che lo sta travolgendo. «Guardi l'industria automobilistica. È modernissima - continua Lambert - e non accetto l'obiezione di chi la liquida perché non è inglese. Mini e Nissan sono storie di successo. Non torneremo ai campioni nazionali. Averli abbandonati è stato un grande vantaggio per l'economia del Paese». Nessuno osa sventolare la bandiera di un autarchico nazionalismo, nemmeno Will Hutton, vice presidente della Work Foundation e commentatore molto critico dell'indirizzo assunto dal Paese nell'ultimo decennio: «Denunciare la scarsa attenzione allo sviluppo delle nostre imprese non significa battersi per la creazione e la tutela di campioni nazionali. È stata una marcia a senso unico interamente diretta e concentrata sui servizi finanziari». Oggi solo un terzo delle imprese manifatturiere britanniche è di proprietà inglese. Epifenomeno, quando erano rose e fiori. Molto meno oggi quando il credit crunch trita tutto, rievoca i fantasmi del protezionismo, fa ripensare a scelte che si perdono nella stagione thatcheriana . In realtà per sir John il problema è un altro: «Il successo nasce dalla concentrazione di attività a valore aggiunto. Il Regno Unito ha poche società che hanno il proprio brand, che sono titolari della proprietà intellettuale, che hanno il controllo della distribuzione». Basterà il credit crunch per invertire il corso di un'economia squilibrata o ha ragione ancora l'Economist, quando sostiene che è un discettare sbagliato essendo la divisione fra i settori produttivi appena più di una scorciatoia statistica? Carsten Sorensen, docente alla London School of Economics e studioso di innovazione, sta con il settimanale inglese: «Non va invertito nessun corso. Qualsiasi idea di tornare a modelli passati è semplicemente impossibile. L'errore peggiore, oggi, sarebbe penalizzare l'industria dei servizi per via della stretta. Bisognerebbe ricordarsi che il morbo della mucca pazza non ci ha reso tutti vegetariani. È un'industria che va sviluppata e aggiornata e questo, per me, significa coinvolgere il consumatore nelle scelte del produttore». Si disegna la mutazione del concetto stesso di manifatturiero, incatenato a una percezione antica. L'università di Cambridge scardina il luogo comune quando uno dei suoi maggiori ricercatori, Finbarr Livesey, sostiene che «oggi le imprese manifatturiere inventano, innovano, producono manager, e garantiscono servizi. Quella che un tempo era solo produzione oggi è produzione, ricerca, servizi». L'azienda globale, quindi, che con il brand e la proprietà intellettuale contribuisce a consolidare il ruolo del Paese che rappresenta. Come dice sir John, ma come osano pochi altri in Inghilterra. Meglio, osavano. Accadeva fino a ieri. Oggi è il Governo Brown che fa sue le ansie per liberare un mondo strangolato dalla crisi. Lo Stato torna vicino all'economia e non solo perché l'emergenza costringe Londra a nazionalizzare, di fatto, le banche. Lo teorizza, seppure con garbo, Peter Mandelson, ministro delle Attività produttive: «Ci vuole un nuovo attivismo industriale nel Governo per aiutare il mercato a produrre migliori risultati economici sul lungo periodo. Per sviluppare le capacità, le infrastrutture, l'innovazione necessaria a un'industria manifatturiera di primo livello in una nuova economia mista». E tanto basta per salutare l'epoca di un infinito mondo di carta sbocciato nel Regno Unito oltre ogni previsione e volontà. Quello che verrà ha i connotati di una parete ripida, un muro di abitudini da superare nella consapevolezza che per andare avanti ci vuole il coraggio di guardarsi anche indietro.
pil pro capite calcolato in dollari. Nel 2007 la Gran Bretagna era a quota 45970 dollari per abitante, nel 2009 si prevede una caduta secca fino a 35243 dollari. Il nostro Paese dovrebbe fermarsi a 37866 dollari. Una proiezione, va subito precisato, che si basa semplicemente sul tasso di cambio. Se riformulata a parità di potere di acquisto, Londra torna ai vertici della classifica, seconda solo agli Usa.La caduta comunque c'è, e secondo Adrian Cooper di Oxford Economics, l'istituto che ha effettuato la stima, il motivo va ricercato in due cause piuttosto evidenti: il crollo della sterlina nel mercato dei cambi e la previsione di una recessione molto più dolorosa oltre la Manica che nel resto dei Paese industrializzati. «Il Regno Unito – ha detto – è stato al centro del boom finanziario e questo ha portato a una grande performance economica e all'innalzamento degli standard di vita del Paese. La ricaduta promette di essere altrettanto sensazionale. Per questo il pil pro capite britannico sarà l'ultimo nella tabella del G6, per la prima volta dal 1996».Fino all'anno scorso, applicando gli stessi criteri di calcolo, Londra era al primo posto per ricchezza pro capite davanti anche agli Stati Uniti che nel 2009 dovrebbero chiudere a quota 46373 dollari.Il metodo adottato per paragonare il benessere dei Paesi è un' esemplificazione estrema perché non considera l'elemento essenziale del potere d'acquisto. Le polemiche non mancheranno, come sempre accade quando uno Stato minaccia di superarne un altro nella classifica della ricchezza relativa, ma un fatto resta sicuro: non basterà per spingere gli inglesi verso l'euro. L'ultimo sondaggio conferma la passione nazionale per il pound, anche se oggi è solo l'ombra di sé sesso.
convogliandoli verso una torre alta 115 metri che traduce in vapore il calore immagazzinato. Il vapore, azionando una turbina elettrica, nei giorni più caldi arriva a generare 11 megawatt, sufficienti per rifornire 5.500 abitazioni. E’ l’impianto appena inaugurato da 37 milioni di euro dell’Abengoa. La Spagna si è lanciata nel solare nel 2004, quando il governo ha deciso di sostenerla. L’Abengoa è un esempio pionieristico: fondata nel 1941, negli anni ‘90 si è aperta alle energie rinnovabili e oggi ha un valore di mercato di 1,3 miliardi. Nel 2007 ha vinto contratti per la costruzione dei primi impianti alimentati da specchi in Algeria e Marocco. In patria, sta costruendo specchi solari su 1.000 ettari. Questo megaimpianto nel 2013 sarà capace di generare 300 megawatt, il fabbisogno dell’intera Siviglia. La Spagna contende la leadership alla Germania, dove sempre grazie ai finanziamenti pubblici, secondo la New Energy Finance, compagnia di ricerca di Londra, ha sede il 40% dei pannelli solari installati nel mondo. Nel 2007 l’Unione Europea ha fissare l’obiettivo di generare il 20% della sua energia da fonti rinnovabili entro il 2020, partendo dal 9,2% del 2006. Ma le prospettive sono ben più avveniristiche. Per il fisico tedesco Gerhard Knies, se attingessimo all’energia solare del deserto risolveremmo i nostri problemi: egli progetta di costruire campi di specchi nel deserto del Sahara e collegare i paesi nordafricani con quelli europei con una rete energetica che attraversi il Mediterraneo, un piano che ha destato interesse in Al Gore e Nicolas Sarkozy. Lo scienziato, ricercatore al centro di fisica delle particelle di Amburgo Deutsches ElektronenSynchrotron, ha organizzato una conferenza a cui hanno partecipato investitori, compagnie e politici. «Mettere specchi sullo 0,2% del Sahara, un’area di 80 per 80 miglia, può generare tutta l’energia dell’Ue», afferma. Sarkozy ha proposto un’unione tra stati europei e mediterranei attraverso la stipulazione di un Piano Solare Mediterraneo che tra l’altro promuove l’occupazione in Nord Africa, fonte di emigrazione illegale. Il problema del
solare è che «da qui al 2016 le spese di costruzione degli impianti non faranno scendere il prezzo dell’energia a meno di 14,6 centesimi di dollaro per Kwh, il doppio di carbone o nucleare», spiega Chris Namovicz, analista dell’americana Energy Information Administration. Oltretutto, il sistema non funziona di notte o quando piove. Eppure, non si desiste: secondo la New Energy Finance le compagnie del solare hanno annunciato piani di costruzione di 8,9 gigawatt a livello mondiale per il costo di 35 miliardi di dollari. Ora si aspetta di vedere la prossima apertura in Sierra Nevada di una centrale da 50 Mw della tedesca Solar Millennium che promette di ovviare all’incognita delle nuvole e della notte attraverso serbatoi che immagazzinano la luce. La stessa Abengoa e la californiana Ausra, che nel 2007 ha varato una centrale da 177 Mw, stanno introducendo innovazioni in tal senso. E si punta sul Nord Africa, i cui governi favoriscono simili progetti: «E’ ciò che chiede il Medio Oriente e il Nord Africa», dice Samet Zureikat, investitore giordano fondatore della Mena Cleantech GmbH. Per questo, Arabia Saudita, Abu Dhabi, Israele e l’Autorità Palestinese si sono lanciate nella scommessa. Yoel Gilon, executive dell’unità Luz II della BrightSource Energy, sostiene che una rete energetica transmediterranea «potrebbe promuovere il commercio». La tecnologia per attraversare l’Europa via cavo già esiste. L’ABB, maggior costruttore mondiale di reti elettriche, ha collegato con un cavo subacqueo Norvegia e Olanda e progetta di estendere la sua capacità all’energia prodotta per via solare.