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Il Blog di Giulio Stevanato

giovedì, 22 ottobre 2009

Domenica sera Debito Pubblico

Domenica sera Report il programma di inchieste giornalistiche di Raitre condotto da Milena Gabbanelli parlerà del debito pubblico italiano che quest'anno toccherà quota 118% rispetto al Pil.
Domande:
- Perchè in italia nonostante si tagli su tutto (istruzione, Sanità, Ricerca) il debito continua a crescere?
 
- Il fatto che la TAV italiana sia costata a chilometro tre volte di più di quella francese ha inciso sul debito pubblico?
- Dividere Alitalia in due compagnie, una sana e senza debiti regalata a Colaninno & C. e una invece carica di debiti a carico dello stato ha inciso sul debito pubblico?
 
- La smania Nucleare di Scajola oltre a far contente un sacco di aziende francesi ch ci venderanno la loro tecnologia nucleare farà crescere il nostro debito pubblico?
 
- il ponte sullo stretto oltre che a glorificare l'ego Berlusconoide e a far girare un bel pò di soldi all'interno di quella foresta oscura che è il mondo dell'edilizia e degli appalti pubblici farà crescere il debito pubblico?
 
- Ma perchè io devo lavorare per mantenere tutti stò animali che mangiano a sbaffo della nazione? Ma perchè non arriva qualcuno in italia che chiuda i rubinetti del denaro pubblico a cui si abbeverano un sacco di lobby a spese dei cittadiniQualcuno che attui una politica seria per abbattere sto croce di debito? e che investa bene i pochi soldi che ci restano?
 
Ma chiedo troppo?
postato da: CesareAugusto82 alle ore 17:09 | link | commenti (3)
categorie: italia, politica, economia
sabato, 17 ottobre 2009

Le grandi opere e internet per tutti

Se i governanti italiani fossero al passo con i tempi saprebbero che le grandi opere del 21 secolo non sono solo i mega ponti, i mega viadotti le centralia a carbone ma sono anche e soprattutto reti di telecomunicazione veloci e accessibili anche alle fascie di popolazione meno abbienti.
Il Giappone oltre che nei ponti e in mega aeroporti ha investito anche nella rete a fibra ottica, la Germania stà investendo in una rete ellettrica intelligente (Smart Grid) la Finlandia vuole fornire internet gratis e dal 2015 portare la velocità della propia rete a 100mbs.
Insomma qualcuno li avverta che l'italia non è un paese in via di sviluppo come la cina o il brasile ma una nazione economicamente matura che dovrebbe praticare una politica sulle infrastrutture più sofisticata e raffinata e non uguale a quella di paesi che stanno uscendo adesso dal terzo mondo.
postato da: CesareAugusto82 alle ore 09:43 | link | commenti
categorie: politica, economia, internet, irlanda
mercoledì, 30 settembre 2009

Mathis Wakernagel, the Overshoot Day

Dal Blog di Beppe Grillo:

http://progettonuovaenergia.blogspot.com/

 

postato da: CesareAugusto82 alle ore 15:53 | link | commenti
categorie: politica, ambiente, economia, energia
lunedì, 14 settembre 2009

Se l'economia va su o giù chi lo capisce più

Giovedi o venerdi scorso i giornali titolavano: "Francia e Italia trainano la ripresa, dati meglio del previsto". Oggi invece titolano: "Pil italiano peggio del previsto -5%".
Mah...
postato da: CesareAugusto82 alle ore 16:25 | link | commenti (1)
categorie: economia
giovedì, 07 maggio 2009

SPAGNA IN CRISI, MENO IMMIGRATI...

La crisi che ha colpito la Spagna di José Luis Zapatero (disoccupazione al 17,3 per cento, il tasso più alto della Ue) sta frenando i clandestini. Secondo i dati del ministero dell'Interno, l'arrivo di extracomunitari illegali è calato del 30,8 per cento nel 2008. E del 52,8 nel primo trimestre 2009. Sempre nei primi 90 giorni di quest'anno, gli sbarchi degli africani sono diminuiti del 21,8 per cento alle Canarie e del 28,5 a Gibilterra. Stessa tendenza negli aeroporti, porta d'entrata soprattutto dei sudamericani: meno 44,6 per cento a Madrid, meno 72,7 a Barcellona. Inoltre 300 mila immigrati regolari sono tornati in patria per il crac nel settore ove erano più attivi, l'edilizia.
postato da: CesareAugusto82 alle ore 15:40 | link | commenti
categorie: economia, spagna
venerdì, 17 aprile 2009

IL PARTITO REPUBBLICANO HA TORVATO UN LEADER: IL GOVERNATORE DEL TEXAS RICK PERRY

OBAMA-MIA – IL PARTITO REPUBBLICANO HA TORVATO UN LEADER: IL GOVERNATORE DEL TEXAS PERRY CHE MINACCIA LA SECESSIONE CONTRO LE TASSE DI OBAMA – CON TASSE BASSISSIME, PETROLIO E AGRICOLTURA L’ECONOMIA DEL TEXAS è LA SECONDA DEGLI USA… «Secessione!». Il grido lanciato dal governatore del Texas, Rick Perry, dal palco del comizio anti-tasse di Austin, capitale dello Stato, paventa lo scenario della fuga dall'Unione sull'onda della protesta contro lo «statalismo socialista» dell'attuale governo. Perry è uno dei governatori che più si batte contro le politiche economiche dell'amministrazione democratica: prima ha rimandato al mittente i 550 milioni di aiuti federali previsti dallo stimolo fiscale voluto dalla Casa Bianca «perché non voglio indebitare i miei nipoti» e poi assieme ai colleghi di South Carolina e Louisiana, Mark Sanford e Bobby Jindal, ha creato un fronte di Stati anti-Obama talmente agguerrito da rubare la scena all'opposizione repubblicana, ancora incapace di ritrovarsi attorno ad un leader davvero condiviso. Perry ha sfruttato la manifestazione del «tea party» anti-tasse svoltasi di fronte al municipio di Austin per far capire alla Casa Bianca che i texani non intendono accettare passivamente l'imposizione di «tasse e debiti». «Abbiamo di fronte a noi diversi possibili scenari - ha detto, prendendo la parola dopo un concerto di musica country - siamo parte di una grande Unione che non c'è alcun motivo di dissolvere, ma se Washington continua a mettere prepotentemente il naso nella vita del popolo americano sapete tutti che cosa può avvenire, il Texas è un posto unico e siamo gente che ama l'indipendenza» come dimostra il fatto che «nel 1845 entrammo nell'Unione ma con la chiara intesa che ne saremmo anche potuti uscire» e dunque la «secessione» è possibile. Come dire, questa volta potremmo davvero farlo. Il motivo è il testo di una risoluzione che il Congresso del Texas sta prendendo in esame per riaffermare la validità del 10° emendamento della Costituzione americana secondo il quale «i poteri non delegati agli Stati Uniti dalla Costituzione, e che la Costituzione non proibisce agli Stati, spettano agli Stati o al popolo». «Il problema che ci troviamo ad affrontare è l'esistenza di un governo che è divenuto oppressivo nei confronti degli Stati a causa delle ripetute interferenze che fa», aggiunge il governatore, le cui parole pesano tanto quanto l'economia del Texas che vanta il secondo Pil degli Usa - oltre un trilione di dollari - grazie a risorse energetiche, agricole e commerciali che ne fanno uno dei polmoni dell'economia nazionale. Ma più della ricchezza, evidenziata anche dai minori effetti della recessione nazionale, ciò che conta per i texani è un regime fiscale assai leggero, opposto rispetto alle pesanti misure adottate dal governo federale. I cittadini infatti pagano imposte locali con un'aliquota fissa dell'8,7 per cento e non devono far fronte ad alcuna imposta statale sul reddito perché il Texas alimenta le proprie casse grazie ad un'Iva del 6,25 per cento. È un sistema di contributi che spiega perché gran parte delle aziende presenti nell'indice «Fortune 500» - le più ricche del Paese - hanno il proprio quartier generale in Texas. Senza contare che questo Stato è un «donatore di Washington» in quanto per ogni dollaro di tasse federali versato dai contribuenti riceve benefici per 96 centesimi. In tale cornice, paventare la secessione serve a Perry per ambire al ruolo di leader nazionale di movimento anti-tasse che nasce dal basso senza contare che potrebbe aiutarlo a vincere la battaglia della rielezione contro la sfidante Kay Bailey Hutchinson, senatrice repubblicana incarnazione dell'establishment di Washington.
postato da: CesareAugusto82 alle ore 17:42 | link | commenti (1)
categorie: politica, economia, texas, stati uniti, obama
giovedì, 16 aprile 2009

CACCIA A OBAMA – L’AMERICA CHE NON CI STA SCENDE IN PIAZZA A URLARE

CACCIA A OBAMA – L’AMERICA CHE NON CI STA SCENDE IN PIAZZA A URLARE CONTRO NUOVE TASSE E TRILIONI DI DEBITI SULLE GENERAZIONI FUTURE – “DIECI, CENTO, MILLE ‘TEA PARTY’” - “Rivolta contro il socialismo” – “giù le mani dal Texas, governo federale!”… I pirati non sono in Somalia, sono nel Congresso. Basta salvataggi, ha scritto sul suo cartello il giovane impiegato presente alla manifestazione antitasse di Filadelfia. Il raduno era nella piazza dell'amore, quella dominata dalla scultura rossa con la scritta Love, simbolo della città dei quaccheri, pacifici e tolleranti. Alla faccia dell'amore. Un dibattito tra sordi, con toni tra il piccato, l'irrisorio, il graffiante, è andato in scena ieri sulle tv e nelle strade americane. Da una parte Obama, che ha scelto il giorno delle imposte per un secco messaggio in cui ha ricordato che «i tagli alle tasse avviati dal mio governo permetteranno a due milioni di americani di emergere dalla condizione di povertà», e ha rincarato che «il mio governo ha tagliato le tasse a favore di chi ha bisogno». Dall'altra l'America che non ci sta, e non solo a pagare più tasse in futuro, ma a vedere la nazione virare verso il socialismo, sepolta sotto trilioni di debiti che graveranno sulle generazioni a venire. Incomunicabilità totale: da una parte il presidente contabile, senza il supporto delle folle che lo osannavano durante la campagna; sull'altro fronte la gente per le vie, davanti a fotografi e cameramen che hanno documentato la prima giornata ufficiale anti-Obama a meno di 100 giorni dal giuramento. Vecchi e giovani a cantare e mostrare slogan rivoluzionari, senza alcun atto di violenza se non quella delle battute. Tutti a perorare il loro cambiamento, contro il "change" di Obama. Sul piccolo schermo il leader che ricorda che dal primo aprile «i cittadini americani hanno iniziato a ricevere nuovi soldi sotto forma di tagli alle tasse». Obama spiega che la manovra permetterà ai cittadini di ricevere «120 miliardi di dollari», aiutando in totale 120 milioni di famiglie. In giro per l'America i dieci, cento, mille tea party, raduni di moderni ribelli che hanno scelto per la protesta il termine unificante della rivolta di Boston del 1773, quando i coloni insofferenti dell'oppressione di sua maestà buttarono un carico di tè tassato nelle acque del porto. Dalla Wasilla di Sarah Palin, Alaska, alla Florida dei pensionati che vi emigrano da New York (la scusa è il clima, ma a favorire le migrazioni interne negli Usa è spesso il fatto di trovare altrove un più favorevole regime fiscale), nessuno Stato è mancato all'appuntamento. Dal Texas che solo ieri, per bocca del governatore Rick Perry, aveva ringhiato «giù le mani dal Texas, governo federale!», una ragazza di Dallas sintetizza in un manifesto il malcontento verso la politica di Obama: «Rivolta contro il socialismo». Senza giri di parole. Senza l'ironia greve della signora di Wichita, Kansas, profonda America: «Stimulus, l'audacia delle droghe». In americano, l'attacco è raddolcito dalla rima: invece che «audacity of hope» («l'audacia della speranza», titolo della biografia del presidente), lei ha scritto «audacity of dopes», e dope sta per droga. E «the stimulus», ha stimolato davvero tanta fantasia: in Connecticut è diventato «stimola il capitalismo, non il socialismo». E laddove un girotondo della conservazione si è trasformato in una vera rievocazione in costume della pagina bostoniana, con tamburi, pifferi e un'atmosfera settecentesca, è apparsa anche una puntualizzazione analitica contro-corrente su quanto è successo: «il Non-libero mercato è fallito».
postato da: CesareAugusto82 alle ore 15:28 | link | commenti (1)
categorie: politica, economia, stati uniti, obama
martedì, 10 marzo 2009

Warren Buffet molto pessimista

Ieri Warren Buffett ha spiegato in una intervista che l'economia americana e' 'caduta in un precipizio', che la crisi e' ormai vicina 'allo scenario peggiore', e prevede che per il completo superamento della 'Pearl Harbor economica' ci vorranno 'cinque anni'.

postato da: CesareAugusto82 alle ore 15:27 | link | commenti (2)
categorie: economia, stati uniti, finanza
lunedì, 02 marzo 2009

La crisi economica minaccia l’europa Unita

Growing Economic Crisis Threatens the Idea of One Europe” la crescente crisi economica minaccia l’idea di un europa,  questo è il titolo di un articolo del Ny Times in cui analizzano le decisioni prese nell’ultimo summit europeo da buona parte della vecchia europa, germania in testa che non voglioni intervenire nel salvataggio delle economie della nuova europa, quella dell’est.
postato da: CesareAugusto82 alle ore 15:37 | link | commenti (1)
categorie: politica, economia, europa
mercoledì, 25 febbraio 2009

Le tecnologie verdi hanno bisogno di aiuto

Uno studio di PricewaterhouseCoopers ha evidenziato che senza aiuti federali  l’industria delle tecnologie verdi negli stati uniti quest’anno registrerà numerosi fallimenti.

Nel piano di stimolo da 787 miliardi di $ approvato dal parlamento americano  83 miliardi saranno destinati al settore delle tecnologie. Basteranno?

Per saperne di piu leggete l’articolo del NyTimes.

http://bits.blogs.nytimes.com/2009/02/25/clean-tech-start-ups-need-stimulus-too/


(Tratto da http://progettonuovaenergia.blogspot.com/)
postato da: CesareAugusto82 alle ore 15:42 | link | commenti
categorie: ambiente, economia, stati uniti, industria
mercoledì, 11 febbraio 2009

La Luna di Miele di Obama sta per finire

La Luna di Miele tra Obama e la Stampa sta per finire; o forse nel caso del Financial Times è già finita.
In un articolo dell’editorialista Martin Wolf, il giornale britannico da adito a dubbi e critiche sull’effettiva capacità di Obama di gestire e risolevere la difficile crisi economia che attanaglia il paese.
postato da: CesareAugusto82 alle ore 17:11 | link | commenti (1)
categorie: politica, economia, stati uniti

L’economia va giù, il Cioccolato su

L’industria svizzera del cioccolato nell’anno horribilis 2008 per l’economia mondiale è cresciuta del 9,3%.
Willy Wonka batte Gordon Gekko.
postato da: CesareAugusto82 alle ore 10:23 | link | commenti (1)
categorie: economia, svizzera, industria
giovedì, 29 gennaio 2009

UNA TONNELATA DI LINGOTTI

UNA TONNELATA DI LINGOTTI(19 MLN €). COSI PAPA TENTA DI CONTRASTARE LA CRISI - IL SANTO BILANCIO S’è PINTO DI ROSSO E IL VATICANO E' TORNATO A PUNTARE SULL'ORO - OBOLO PER OBOLO, I CONTI IN TASCA A BENEDETTO XVI – YOUTUBE, COMMENTI VIETATI Quello strano minuscolo Stato che è la Città del Vaticano ha messo a segno, negli ultimi mesi, tre colpi di successo senza sborsare un euro. Il primo in Ungheria, sulle rive del fiume Tibisco. Lì, in una vasta pianura, sta sorgendo una foresta che assorbirà ogni anno 82 mila tonnellate di anidride carbonica. Del milione di nuovi alberi, 125 mila sono del Vaticano, capaci di assorbire 10 mila tonnellate di anidride carbonica, cioè quanta se ne produce in un anno dentro le mura pontificie. Con ciò il Vaticano diventa il primo Stato al mondo a emissioni zero di CO2. I circa 170 mila euro necessari per riforestare l'area sono stati donati dalla società ungherese KlimaFa e dall'americana Plankton. Il secondo colpo è stato realizzato sotto la cupola di San Pietro. Sui 5 mila metri quadrati del tetto dell'aula delle udienze costruita da Pierluigi Nervi sono stati applicati 2.400 pannelli solari. Produrranno 300 megawattora annui di energia elettrica pulita, risparmiando il consumo di 80 tonnellate di petrolio ed evitando così di immettere nell'aria 225 tonnellate di CO2. Il nuovo impianto è entrato in funzione lo scorso 26 novembre. Le spese le ha sostenute la società costruttrice, la tedesca SolarWorld AG. Il terzo colpo a costo zero è stato l'ingresso in YouTube, la più grande community mondiale di filmati sul Web. Il nuovo canale, inaugurato il 23 gennaio, offre ogni giorno videonews di produzione propria sulle attività del papa e della Chiesa. Da Google (proprietaria del sito) il Vaticano ha ottenuto una particolare protezione: ai video, ad esempio, non potranno essere immessi commenti. Ma questi tre successi hanno dato soltanto un parziale sollievo alle autorità che amministrano il Vaticano. I consuntivi del 2008 saranno resi pubblici all'inizio dell'estate e sono attesi con più apprensione del solito. A conforto c'è che lo Ior, Istituto per le opere di religione, la banca vaticana leggendaria per la sua impenetrabile segretezza, sembra aver chiuso anche il 2008 in discreta salute, nonostante i disastri della finanza mondiale. Ogni gennaio il presidente dello Ior, che da vent'anni è il lombardo Angelo Caloia, si presenta dal papa con un assegno generoso, in proporzione ai profitti dell'anno. La consistenza di questo assegno è segretissima, ma fonti affidabili asseriscono che il suo ordine di grandezza è circa il doppio dell'Obolo di San Pietro, cioè delle offerte che da tutto il mondo affluiscono ogni anno al papa per le opere di carità. L'Obolo di San Pietro è una pietra di paragone nota. Nel 2007 è ammontato a 94,1 milioni di dollari, di cui 14,3 sono arrivati da un solo donatore che ha voluto restare anonimo. Nel contribuire all'Obolo, le nazioni più generose sono gli Stati Uniti e l'Italia, rispettivamente col 28 e col 13 per cento del totale. Segue la Germania col 6 per cento. Ma per il papa non c'è solo l'Obolo. Ci sono anche le offerte e i contributi che le diocesi e le congregazioni religiose di tutto il mondo sono tenute a versare al successore di Pietro, a norma del canone 1271 del codice di diritto canonico. Nel 2007 tali contributi sono ammontati a 29,5 milioni di dollari. Le offerte sono libere, ma da qualche anno il Vaticano chiede alle diocesi di dare almeno un euro per ogni battezzato, e alle congregazioni almeno 10 euro per ogni iscritto. Di fatto, però, questi parametri sono largamente disattesi. Alcuni contribuenti danno di più, la maggior parte molto di meno. Il governo centrale della Chiesa resta lontanissimo dal reggersi su un regolato sistema di tassazione. L'Obolo e le altre offerte sono amministrate da un ufficio della segreteria di Stato diretto da monsignor Gianfranco Piovano. È qui che la Santa Sede attinge per le numerose "emergenze" (l'ultima: un contributo alla ricostruzione di Gaza). I denari sono depositati nello Ior, che dall'arrivo di Caloia è amministrato con molta prudenza. Il quarto mandato consecutivo scade per Caloia nel giugno del 2009 e tra chi aspira a succedergli c'è Antonio Fazio, l'ex governatore della Banca d'Italia. Un altro nome che si sussurra è quello di Ettore Gotti Tedeschi, professore all'Università Cattolica, presidente in Italia del Banco di Santander e commentatore economico per "L'Osservatore Romano". Ma è probabile che Caloia resti al suo posto ancora per un po'. A decidere saranno i cinque cardinali che vigilano sullo Ior, tra cui l'attuale segretario di Stato, Tarcisio Bertone, e il suo predecessore e rivale Angelo Sodano. Oltre all'Obolo, altri due bilanci resi pubblici nelle loro linee generali sono quello della Santa Sede e quello del governatorato della Città del Vaticano. Le due amministrazioni fanno capo ciascuna a un cardinale: la Santa Sede al lombardo Attilio Nicora, presidente dell'Apsa, Amministrazione del patrimonio della sede apostolica, e il governatorato al piemontese Giovanni Lajolo, già ministro degli Esteri vaticano e in precedenza nunzio in Germania. I conti delle due amministrazioni sono separati, e così le competenze. Il governatorato è l'erede del vecchio Stato Pontificio. Si occupa di territorio, edifici, sicurezza, sanità, acque, energia, poste, francobolli, monete, comunicazioni, approvvigionamenti. Anche le ville papali di Castel Gandolfo ricadono sotto la sua giurisdizione, compresa un fattoria con frutta, verdura, olio, galline e 26 mucche da latte. Ha a suo carico circa 1.800 dipendenti e 600 pensionati. Ma chiude quasi sempre in attivo. Il maggior cespite d'entrata è dato dai Musei Vaticani. Mentre più oscillanti sono i profitti finanziari. Nel 2006, ad esempio, riportò un attivo di 7,2 milioni di euro. L'anno dopo perdite per 8 milioni. Il governatorato si fa carico ogni anno della metà del deficit della Radio Vaticana, che pure non fa parte della sua giurisdizione. Priva di pubblicità, l'emittente registra solo uscite e il suo costo annuo è attorno ai 24 milioni di euro, che in Vaticano ritengono comunque ben spesi. Così come per "L'Osservatore Romano", con il suo deficit annuo tra i 4 e i 5 milioni di euro. Sia la radio sia il giornale sono a carico dell'amministrazione della Santa Sede, al pari della tipografia e dell'editrice del Vaticano. Queste ultime nel 2007 sono risultate in attivo di oltre un milione di euro ciascuna, grazie soprattutto al successo di vendita dei libri di Benedetto XVI. Anche il Centro Televisivo Vaticano ha un avanzo di mezzo milione di euro. Ma questi proventi sono niente di fronte al carico di spese richiesto per far funzionare l'intera macchina della Curia, con i suoi 2.750 dipendenti e gli oltre 900 pensionati. Solo la Congregazione per l'evangelizzazione dei popoli sta in piedi da sé, grazie alle offerte della giornata missionaria mondiale. Le quasi 200 rappresentanze diplomatiche all'estero sono un puro costo. Per far fronte a queste uscite, le risorse dell'Apsa sono gli immobili di sua proprietà, a Roma e in altre città d'Europa, che nel 2007 hanno prodotto un reddito di oltre 36 milioni di euro, e gli investimenti finanziari, con un attivo nello stesso anno di 33 milioni di euro, nonostante un tracollo di 12 milioni patito sui tassi di cambio. Dopo tre anni di attivo, nel 2007 il consuntivo dell'amministrazione della Santa Sede è tornato in rosso per oltre 9 milioni di euro, come già era avvenuto nel 2003. E il bilancio del 2008 non promette bene, visti i tempi che corrono. Previdente, il Vaticano è tornato a puntare sull'oro. L'ultimo resoconto finanziario annuale, trasmesso ai vescovi la scorsa estate, afferma che la Santa Sede ne possiede per 19 milioni di euro, pari a una tonnellata di lingotti.
postato da: CesareAugusto82 alle ore 18:35 | link | commenti (2)
categorie: vaticano, economia, religione, finanza
venerdì, 23 gennaio 2009

L’ESTINZIONE DELL’IMPERO BRITANNICO

(Tratto da "Il Sole 24 Ore")
L’ESTINZIONE DELL’IMPERO BRITANNICO – DOPO AVER TRASFORMATO L’ECONOMIA DEL PAESE IN UN IMMENSO RISIKO FINANZIARIO (RIVELATESI UN BLUFF), LONDRA RIMPIANGE LE SUE VECCHIE E SOLIDE FABBRICHE – E LA CRISI COSTRINGE A RIPENSARE IL SISTEMA… Che cosa esporta l'Inghilterra? Bisogna fermarsi a ragionare prima di riuscire a ricordare tre prodotti inglesi che oggi abbiano successo nel mondo. L'associazione mentale fra l'Inghilterra e la City, ovvero la sovrapposizione fra uno Stato e la sua economia di punta (i servizi finanziari), annichilisce la memoria e confonde la storia. Divora il mito. La Mini? È tedesca. La Jaguar? È indiana. Le scarpe Church's? Italiane. Le porcellane Wedgwood? Prossimamente americane. Simboli del made in Britain si sono stemperati in un ventennio di trasformazioni al ritmo di un solo mantra: seppellire la società industriale sotto l'opulenza garantita da quella dei servizi in un mondo globale. Londra si lecca le ferite aperte da una crisi senza uguali e pensa ai danni prossimi venturi, scandagliando i guasti di un sistema squilibrato. Ora che i servizi, almeno quelli finanziari, boccheggiano, torna alla memoria il destino della gloriosa industria nazionale manifatturiera. Ha ragione, forse, l'Economist quando sostiene che la distinzione fra settori «è ormai solo un retaggio degli uffici di statistica. L'unica differenza che conta è fra lavori ad alto contenuto specialistico e non». Può anche darsi. Eppure, si esemplifica, a queste latitudini circolano troppi master in economia e molto pochi in ingegneria. Fra il 1970 e il 1995 la quota di oxfordiani che sceglievano di dedicarsi all'insegnamento è passata dal 10 al 3 per cento. S'è moltiplicato il numero di chi, invece, ha lasciato l'augusta educazione Oxbridge per darsi al diritto, alla finanza, alla consulenza. «Per i giovani in questi anni - dicono con rammarico a Eef, l'associazione delle imprese manifatturiere britanniche - il credo è stata solo la City». Troppa carta e poco acciaio, si potrebbe continuare con estreme banalizzazioni. O meglio, il luccichio dell'oro è stato capace di dissolvere molte aspirazioni intellettuali, annichilire la creatività imprenditoriale, flettere anche i valori della morale. La realtà del dibattito che oggi attraversa l'Inghilterra è quella di un mondo squilibrato, dove l'industria manifatturiera è la Cenerentola di un pianeta accecato dagli artifici della finanza. Più che negli Usa, più che altrove nel mondo. A scuotere il suo Paese, a costringerlo a un'autoanalisi dolorosa, è un signore che rifiuta interviste e luci della ribalta. Sir John Rose, Ceo di Rolls Royce (motori per aerei) ha fatto chiasso nella City con un lungo articolo pubblicato sul Financial Times molte settimane prima dell'esplosione del credit crunch. Si è ripetuto a novembre, con un intervento alla conferenza annuale della Confederazione dell'industria britannica ( Cbi). Sir John rivendica per l'industria manifatturiera quel ruolo che la società dei servizi ha fagocitato. «Il nostro errore - ha scritto il Ceo di Rolls Royce - è stato affidarsi all'errata convinzione che il Regno Unito avrebbe condotto il mondo sviluppato in qualche luogo chiamato società post-industriale. Il primo passo è ora smettere di credere che il settore manifatturiero sia una reliquia del passato. La nostra base industriale ci ha garantito grande influenza nel mondo. Cosa accade oggi se Cina o India devono aggiornare le loro infrastrutture? Parlano con Bombardier, Siemens, Alstom. L'idea che il manifatturiero non sia più meritevole in un'economia sviluppata è ancora più insostenibile se si guarda alla Germania o all'Italia del Nord». Appassionato nella difesa di se stesso, del leader, cioè, di un'azienda di altissima qualità. Appassionato, soprattutto, nella difesa di un mondo che non tutti credono sia così in crisi. «Siamo i sesti produttori sul pianeta», precisa Charles Goodhart, esperto di mercati finanziari, alla London School of Economics. «Non solo - aggiunge Richard Lambert ex direttore del Financial Times e oggi direttore generale di Cbi, spesso accusato di aver difeso la terziarizzazione estrema dell'economia britannica - ma abbiamo settori di punta. Lei si domanda che cosa esportiamo? Farmaci, difesa, meccanica per aerei. La nostra industria manifatturiera occupa tre milioni di persone». Abbastanza, ma pur sempre un milione in meno di dodici anni fa e non solo per la delocalizzazione delle imprese low tech, né per l'emancipazione dei processi produttivi. Oggi il manifatturiero, nonostante i primati nel tasso di crescita degli ultimi anni, rappresenta poco più di un decimo dell'economia nazionale, appena più dei soli servizi finanziari (circa il 9%). E questo al netto della recessione che lo sta travolgendo. «Guardi l'industria automobilistica. È modernissima - continua Lambert - e non accetto l'obiezione di chi la liquida perché non è inglese. Mini e Nissan sono storie di successo. Non torneremo ai campioni nazionali. Averli abbandonati è stato un grande vantaggio per l'economia del Paese». Nessuno osa sventolare la bandiera di un autarchico nazionalismo, nemmeno Will Hutton, vice presidente della Work Foundation e commentatore molto critico dell'indirizzo assunto dal Paese nell'ultimo decennio: «Denunciare la scarsa attenzione allo sviluppo delle nostre imprese non significa battersi per la creazione e la tutela di campioni nazionali. È stata una marcia a senso unico interamente diretta e concentrata sui servizi finanziari». Oggi solo un terzo delle imprese manifatturiere britanniche è di proprietà inglese. Epifenomeno, quando erano rose e fiori. Molto meno oggi quando il credit crunch trita tutto, rievoca i fantasmi del protezionismo, fa ripensare a scelte che si perdono nella stagione thatcheriana . In realtà per sir John il problema è un altro: «Il successo nasce dalla concentrazione di attività a valore aggiunto. Il Regno Unito ha poche società che hanno il proprio brand, che sono titolari della proprietà intellettuale, che hanno il controllo della distribuzione». Basterà il credit crunch per invertire il corso di un'economia squilibrata o ha ragione ancora l'Economist, quando sostiene che è un discettare sbagliato essendo la divisione fra i settori produttivi appena più di una scorciatoia statistica? Carsten Sorensen, docente alla London School of Economics e studioso di innovazione, sta con il settimanale inglese: «Non va invertito nessun corso. Qualsiasi idea di tornare a modelli passati è semplicemente impossibile. L'errore peggiore, oggi, sarebbe penalizzare l'industria dei servizi per via della stretta. Bisognerebbe ricordarsi che il morbo della mucca pazza non ci ha reso tutti vegetariani. È un'industria che va sviluppata e aggiornata e questo, per me, significa coinvolgere il consumatore nelle scelte del produttore». Si disegna la mutazione del concetto stesso di manifatturiero, incatenato a una percezione antica. L'università di Cambridge scardina il luogo comune quando uno dei suoi maggiori ricercatori, Finbarr Livesey, sostiene che «oggi le imprese manifatturiere inventano, innovano, producono manager, e garantiscono servizi. Quella che un tempo era solo produzione oggi è produzione, ricerca, servizi». L'azienda globale, quindi, che con il brand e la proprietà intellettuale contribuisce a consolidare il ruolo del Paese che rappresenta. Come dice sir John, ma come osano pochi altri in Inghilterra. Meglio, osavano. Accadeva fino a ieri. Oggi è il Governo Brown che fa sue le ansie per liberare un mondo strangolato dalla crisi. Lo Stato torna vicino all'economia e non solo perché l'emergenza costringe Londra a nazionalizzare, di fatto, le banche. Lo teorizza, seppure con garbo, Peter Mandelson, ministro delle Attività produttive: «Ci vuole un nuovo attivismo industriale nel Governo per aiutare il mercato a produrre migliori risultati economici sul lungo periodo. Per sviluppare le capacità, le infrastrutture, l'innovazione necessaria a un'industria manifatturiera di primo livello in una nuova economia mista». E tanto basta per salutare l'epoca di un infinito mondo di carta sbocciato nel Regno Unito oltre ogni previsione e volontà. Quello che verrà ha i connotati di una parete ripida, un muro di abitudini da superare nella consapevolezza che per andare avanti ci vuole il coraggio di guardarsi anche indietro.
postato da: CesareAugusto82 alle ore 16:24 | link | commenti (1)
categorie: economia, inghilterra
lunedì, 05 gennaio 2009

PATRIMONIO VATICANO

PATRIMONIO VATICANO - PER IL SECONDO ANNO CONSECUTIVO IL BILANCIO DELLA SANTA SEDE SI TINGE DI ROSSO. E IL REVISORE HANG-SOON HANU, ECONOMISTA COREANO, INVITA LA CHIESA A STILI DI VITA PIÙ SOBRI…
Ignazio Ingrao per "Panorama"
La crisi economica mondiale pesa anche sulle finanze vaticane. Secondo le prime proiezioni, non ufficiali, la Santa sede si appresta a chiudere, per il secondo anno consecutivo, il bilancio consolidato in rosso. Dopo tre esercizi in attivo (2004, 2005 e 2006) il 2007 aveva segnato un disavanzo di oltre 9 milioni di euro, che rischia di essere confermato, se non ampliato, nell'esercizio 2008.
La responsabilità del deficit va attribuita anzitutto al crollo dei mercati. Già nel corso del 2007 le attività finanziarie della Santa sede avevano subito una flessione di circa 12 milioni di euro, dovuta al deprezzamento del dollaro rispetto all'euro. La Chiesa Usa è infatti in vetta alla classifica delle Chiese donatrici a favore del Vaticano e molte delle operazioni finanziarie avvengono ancora in dollari. Il tracollo delle borse ha dato un altro colpo alle finanze vaticane nel corso del 2008, spingendo l'Amministrazione del patrimonio della Sede apostolica (Apsa) a tornare ai beni rifugio, come l'oro (vedere riquadro in alto a destra).
Peraltro le difficoltà finanziarie non arrestano il programma di moralizzazione e riorganizzazione delle finanze vaticane intrapreso da Benedetto XVI. L'atto più recente è stato la nomina di un nuovo revisore internazionale dei conti della Santa sede, l'economista e politologo coreano Thomas Hang-Soon Han, che va ad affiancare gli altri quattro membri del collegio che fa capo alla Prefettura degli affari economici della Santa sede: WolfangBernhardt, tedesco, Josep M. Cullell, catalano, John F. Kyle, canadese, e Madeleine Ramaholimihaso, dal Madagascar.
La nomina di Hang-Soon Han, docente di politica internazionale alla Hankuk University di Seul, riveste un forte valore simbolico. È avvenuta a poche settimane di distanza da un clamoroso intervento che lo stesso economista ha pronunciato dinanzi al Papa, durante l'ultimo sinodo dei vescovi, a Roma nel mese di ottobre. «I capi della Chiesa devono fare un serio esame degli stili di vita e dei beni in seno alla Chiesa alla luce della parola di Dio e prendere ogni possibile misura per promuovere la dottrina sociale» aveva dichiarato Hang-Soon Han senza mezzi termini.
Secondo l'economista coreano, la Chiesa «nel concludere contratti commerciali, deve garantire che contengano principi di giustizia, retribuzioni sufficienti per vivere e buone condizioni di lavoro». Ma purtroppo, aveva aggiunto, «i precedenti della Chiesa non sempre sono stati all'altezza» di tali principi.
La nomina di Hang-Soon Han non è stata un gesto isolato di Joseph Ratzinger. Ai primi di marzo il Papa aveva già azzerato la commissione di vigilanza dello Ior, la banca vaticana, lasciando in carica in tale organismo il solo cardinale Attilio Nicora, presidente dell'Apsa.
Eloquente è stato l'allontanamento del cardinale statunitense Adam Joseph Maida. Il porporato, oltre a essere arcivescovo di Detroit, riveste anche una carica alquanto singolare: è superiore del paradiso fiscale delle Isole Cayman.
D'ora in poi, Maida potrà continuare a occuparsi delle anime di quanti cercano rifugio nelle Caymans ma dovrà stare lontano dai conti dello Ior. Non è da escludere che su tale decisione abbia influito anche la bancarotta di alcune diocesi spagnole che avevano investito in conti off-shore.
Sono usciti dalla commissione di vigilanza dello Ior anche l'ex segretario di Stato, Angelo Sodano, e il cardinale messicano Juan Sandoval Iniguez. Al loro posto sono entrati il francese Jean-Louis Tauran, l'indiano Telesphore Placidus Toppo e il brasiliano Odillo Pedro Scherer. Presiede la nuova commissione di vigilanza il cardinale Tarcisio Bertone.
Nel frattempo il Pontefice ha anche sostituito il direttore dello Ior, Lelio Scaletti, con il più giovane Paolo Cipriani, che ha voluto al suo fianco un nuovo vicedirettore, Massimo Tulli. Resta al suo posto il presidente della banca vaticana, Angelo Caloia, ma continuano a rincorrersi voci di una sua possibile sostituzione.
Rivoluzionati anche i vertici dei due principali organismi di gestione economica della Santa sede: l'Apsa, che funge da ministero del tesoro, e la Prefettura degli affari economici, che è una sorta di ministero del bilancio. L'arcivescovo di Savona, Domenico Calcagno, è stato nominato segretario dell'Apsa, al posto di monsignor Claudio Maria Celli, mentre il canonista Velasio De Paolis è stato chiamato a presiedere la Prefettura degli affari economici in sostituzione del cardinale Sergio Sebastiani.
Il cardinale Attilio Nicora resta invece l'uomo di fiducia del Papa per l'amministrazione del patrimonio della Santa sede.
 
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categorie: vaticano, economia, finanza

LA GERMANIA RESISTE ALL´ASSALTO CINESE

LA GERMANIA RESISTE ALL´ASSALTO CINESE IL RECORD DELL´EXPORT È ANCORA SUO...
 Nel 2008 della grande crisi la Cina, contro ogni aspettativa, non ce l´ha fatta a sorpassare la Germania e a strapparle il posto di numero uno mondiale dell´export. Nonostante il forte calo degli ordinativi a novembre e dicembre, le esportazioni tedesche hanno anzi raggiunto, nell´anno che si è appena concluso, un nuovo record storico: per la prima volta hanno sorpassato i mille miliardi di euro. I dati sono stati appena forniti dall´associazione del commercio estero tedesco. Il cui presidente, Anton Boerner, avverte che il 2009 sarà all´inizio molto difficile, ma poi l´export tedesco potrà riprendersi.
A partire dall´estate infatti, secondo il Bga, le aziende esportatrici tedesche profitteranno più di ogni concorrente al mondo dei giganteschi programmi pubblici di sostegno alla congiuntura varati o in corso di lancio da parte di molti paesi, a cominciare dagli Stati Uniti. Nonostante la recessione annunciata per la Germania dunque, l´export made in Germany terrà. «Sia che si tratti delle infrastrutture, sia di tecnologie per la difesa dell´ambiente, noi tedeschi siamo assolutamente i market leader mondiali e disponiamo delle tecnologie per il futuro», afferma Boerner. Un altro elemento a favore della Germania sono i bassi costi dei carburanti, che porteranno a uno sgravio per le aziende tedesche. L´euro forte d´altra parte potrà rincarare l´export, con effetti negativi.
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categorie: economia, cina, germania, industria
venerdì, 02 gennaio 2009

Pil pro capite, nel 2009 l'Italia scalza l'Inghilterra in classifica

Londra – La caduta della sterlina trascina l'Inghilterra al fondo della classifica delle sei economie più industrializzate e rilancia la dimenticata querelle che negli anni Ottanta oppose Londra a Roma. Questa volta è Oxford Economics ad immaginare il sorpasso italiano nel pil pro capite calcolato in dollari. Nel 2007 la Gran Bretagna era a quota 45970 dollari per abitante, nel 2009 si prevede una caduta secca fino a 35243 dollari. Il nostro Paese dovrebbe fermarsi a 37866 dollari. Una proiezione, va subito precisato, che si basa semplicemente sul tasso di cambio. Se riformulata a parità di potere di acquisto, Londra torna ai vertici della classifica, seconda solo agli Usa.La caduta comunque c'è, e secondo Adrian Cooper di Oxford Economics, l'istituto che ha effettuato la stima, il motivo va ricercato in due cause piuttosto evidenti: il crollo della sterlina nel mercato dei cambi e la previsione di una recessione molto più dolorosa oltre la Manica che nel resto dei Paese industrializzati. «Il Regno Unito – ha detto – è stato al centro del boom finanziario e questo ha portato a una grande performance economica e all'innalzamento degli standard di vita del Paese. La ricaduta promette di essere altrettanto sensazionale. Per questo il pil pro capite britannico sarà l'ultimo nella tabella del G6, per la prima volta dal 1996».Fino all'anno scorso, applicando gli stessi criteri di calcolo, Londra era al primo posto per ricchezza pro capite davanti anche agli Stati Uniti che nel 2009 dovrebbero chiudere a quota 46373 dollari.Il metodo adottato per paragonare il benessere dei Paesi è un' esemplificazione estrema perché non considera l'elemento essenziale del potere d'acquisto. Le polemiche non mancheranno, come sempre accade quando uno Stato minaccia di superarne un altro nella classifica della ricchezza relativa, ma un fatto resta sicuro: non basterà per spingere gli inglesi verso l'euro. L'ultimo sondaggio conferma la passione nazionale per il pound, anche se oggi è solo l'ombra di sé sesso.
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categorie: italia, economia, inghilterra
sabato, 27 dicembre 2008

Crisi immobiliare a NY

Quasi 5 miliardi di $ di progetti di sviluppo immobiliare bloccati o rimandati a Ney York a causa della crisi economica in atto.
Secondo alcuni studi la Skyline di New York rimarrà invariata per i prossimi 2 anni almeno mettendo cosi in difficoltà un settore, quello dell’immobiliare che è stato uno dei motori trainanti dell’economia New yorkese…
Per saperne di piu leggi qui l’articolo del NYTimes.
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categorie: economia, new york
lunedì, 03 novembre 2008

Spagna e Germania, il Sole fa brillare il business

Il padre del metodo scientifico, il fisico greco Archimede, sorriderebbe se potesse dare un’occhiata agli impianti ad energia solare che stanno proliferando negli ultimi tempi: lui che, secondo Galeno, è stato il primo ad intuire le potenzialità della luce solare, i cui raggi con gli specchi ustori incendiarono le imbarcazioni romane che assediavano Siracusa. Oggi a Siviglia, nella Spagna del sud, in onore di Archimede, un campo di 624 specchi mobili riflette i fasci di luce solare convogliandoli verso una torre alta 115 metri che traduce in vapore il calore immagazzinato. Il vapore, azionando una turbina elettrica, nei giorni più caldi arriva a generare 11 megawatt, sufficienti per rifornire 5.500 abitazioni. E’ l’impianto appena inaugurato da 37 milioni di euro dell’Abengoa. La Spagna si è lanciata nel solare nel 2004, quando il governo ha deciso di sostenerla. L’Abengoa è un esempio pionieristico: fondata nel 1941, negli anni ‘90 si è aperta alle energie rinnovabili e oggi ha un valore di mercato di 1,3 miliardi. Nel 2007 ha vinto contratti per la costruzione dei primi impianti alimentati da specchi in Algeria e Marocco. In patria, sta costruendo specchi solari su 1.000 ettari. Questo megaimpianto nel 2013 sarà capace di generare 300 megawatt, il fabbisogno dell’intera Siviglia. La Spagna contende la leadership alla Germania, dove sempre grazie ai finanziamenti pubblici, secondo la New Energy Finance, compagnia di ricerca di Londra, ha sede il 40% dei pannelli solari installati nel mondo. Nel 2007 l’Unione Europea ha fissare l’obiettivo di generare il 20% della sua energia da fonti rinnovabili entro il 2020, partendo dal 9,2% del 2006. Ma le prospettive sono ben più avveniristiche. Per il fisico tedesco Gerhard Knies, se attingessimo all’energia solare del deserto risolveremmo i nostri problemi: egli progetta di costruire campi di specchi nel deserto del Sahara e collegare i paesi nordafricani con quelli europei con una rete energetica che attraversi il Mediterraneo, un piano che ha destato interesse in Al Gore e Nicolas Sarkozy. Lo scienziato, ricercatore al centro di fisica delle particelle di Amburgo Deutsches ElektronenSynchrotron, ha organizzato una conferenza a cui hanno partecipato investitori, compagnie e politici. «Mettere specchi sullo 0,2% del Sahara, un’area di 80 per 80 miglia, può generare tutta l’energia dell’Ue», afferma. Sarkozy ha proposto un’unione tra stati europei e mediterranei attraverso la stipulazione di un Piano Solare Mediterraneo che tra l’altro promuove l’occupazione in Nord Africa, fonte di emigrazione illegale. Il problema del solare è che «da qui al 2016 le spese di costruzione degli impianti non faranno scendere il prezzo dell’energia a meno di 14,6 centesimi di dollaro per Kwh, il doppio di carbone o nucleare», spiega Chris Namovicz, analista dell’americana Energy Information Administration. Oltretutto, il sistema non funziona di notte o quando piove. Eppure, non si desiste: secondo la New Energy Finance le compagnie del solare hanno annunciato piani di costruzione di 8,9 gigawatt a livello mondiale per il costo di 35 miliardi di dollari. Ora si aspetta di vedere la prossima apertura in Sierra Nevada di una centrale da 50 Mw della tedesca Solar Millennium che promette di ovviare all’incognita delle nuvole e della notte attraverso serbatoi che immagazzinano la luce. La stessa Abengoa e la californiana Ausra, che nel 2007 ha varato una centrale da 177 Mw, stanno introducendo innovazioni in tal senso. E si punta sul Nord Africa, i cui governi favoriscono simili progetti: «E’ ciò che chiede il Medio Oriente e il Nord Africa», dice Samet Zureikat, investitore giordano fondatore della Mena Cleantech GmbH. Per questo, Arabia Saudita, Abu Dhabi, Israele e l’Autorità Palestinese si sono lanciate nella scommessa. Yoel Gilon, executive dell’unità Luz II della BrightSource Energy, sostiene che una rete energetica transmediterranea «potrebbe promuovere il commercio». La tecnologia per attraversare l’Europa via cavo già esiste. L’ABB, maggior costruttore mondiale di reti elettriche, ha collegato con un cavo subacqueo Norvegia e Olanda e progetta di estendere la sua capacità all’energia prodotta per via solare.
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categorie: economia, spagna, energia, germania
giovedì, 23 ottobre 2008

Green New Deal

Green New Deal
Il piano dell'Onu passa per l'economia

 

Il mondo dovrebbe raccogliere la illuminante eredità di Franklin Roosevelt e dare il via a un "Green New Deal" per combattere il cambiamento climatico. E' la proposta di un agenzia dell'Onu che ha lanciato ieri il Programma per l'Ambiente delle Nazioni Unite - United Nations Environment Programme (UNEP) - che si impegnerà nel cercare soluzioni alla crisi climatica e promuoverà la ricerca su strumenti di integrazione nel mercato, come il programma di scambio delle emissioni inaugurato in Europa nel 2005.
 
Il direttore esecutivo del programma, Achim Steiner (nella foto), circa la necessità di un simile programma, ha dichiarato che gli sforzi politici per la riduzione dell'inquinamento, la protezione delle foreste e la lotta al cambiamento climatico si sono rivelati completamente inadeguati. Steiner dice di essere rimasto profondamente colpito dalla rapidità e dalla compattezza con cui i governi occidentali hanno reagito alla crisi economica, rispetto a quella climatica.
 
Dal 1981 al 2005 l'economia globale è più che raddoppiata, mentre il 60% degli ecosistemi si sono ridotti. "E' questo il bilancio del nostro pianeta al momento" ha detto Steiner. Il programma che prenderà il posto del protocollo di Kyoto, su cui si dovrebbe raggiungere un accordo a dicembre a Copenaghen sembra più lontano che un anno fa, ha continuato. "Siamo più lontani da un accordo in Danimarca di quanto non lo fossimo alla fine della conferenza di Bali".
 
La verà difficoltà, secondo l'UNEP, è che non c'è un vero accordo che si possa basare sugli interessi nazionali. La soluzione: far combaciare gli interessi del pianeta con quelli dei mercati, legando il più possibile la lotta alla crisi climatica con quella economica. Il Ministro del'ambiente britannico Hilary Benn, che ha presentato il lancio del programma a sottolineato le similitudini di questo tipo di approccio con la dottrina del presidente americano Franklin Delano Roosevelt e ha ricordato una sua nota frase:
 
"La nazione che distrugge la sua terra, distrugge se stessa".
postato da: CesareAugusto82 alle ore 18:48 | link | commenti
categorie: ambiente, economia, onu